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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Intervista ad Annalisa

Annalisa è seduta su un divano. Ha una felpa a fiori colorati su fondo nero. Tra i fiori spunta una scritta metal. O che a me sembra metal. Fosforescente. Della felpa, però, non chiederò niente. Sorride, ha uno sguardo limpido e curioso. Vorrei farmi firmare un braccio come non ho fatto con le popstar della mia generazione. Ma non sono potuta andare a Milano e allora ci vediamo attraverso una di quelle piattaforme che si sono diffuse durante il covid e sono ormai uno strumento di lavoro. Mi chiedo se la linea della frangetta sia perfettamente dritta, o sia invece l’arco di una circonferenza di raggio molto molto ampio. Propendo per la seconda. Durante la conversazione ci daremo del tu, del lei poi ancora del tu e poi ancora del lei, continueremo a tornare sugli studi scientifici. Io penserò ai dischi d’oro, ai premi europei, alla versione spagnola di Sinceramente, alla nuova Canzone estiva, alle date del tour di Ma io sono fuoco, uscito lo scorso anno, soprattutto accennerò i motivetti di tutte le canzoni nominate, lei farà finta di niente. Rideremo molto.
L’imitazione della Gialappa’s? «È divertente. Ho chiacchierato con Brenda (Lodigiani, ndr), mi ha detto che ha dovuto inventarsi delle cose, perché non faccio niente di strano. Il perno della parodia è la laurea in fisica che, effettivamente, ha sempre stupito tutti. È una tassa. Una che fa il mio mestiere e ha studiato fisica, un connubio curioso. È un contrasto difficile da comprendere. E da lì la parodia».
Sì, è una tassa, e credo anche che mi abbiano chiesto di farle questa intervista perché ho studiato matematica. Tuttavia – pure senza mettermi a cantare, come milioni di italiani, “Quando quando quando” – nelle sue canzoni ci sono riferimenti continui al tempo, e pure riferimenti religiosi. Così volevo sapere quanto e se aver studiato fisica ha influito nel suo rapporto col tempo, e anche che rapporto ha con l’infinito e con l’eternità. «Sono una che si è fatta e continua a farsi tante domande. Mi piace. E ho studiato fisica perché mi piace provare a spiegare le cose che vedo. Sul tempo ho riflettuto molto, soprattutto sul suo scorrere. Di quanto mi sembrasse non passare mai quando ero bambina, era immobile, e lento. E quanto poi, gradualmente, o non gradualmente, ha cominciato ad andare veloce. È accelerata la mia percezione del tempo. E quasi non mi accorgo che passano gli anni. Sull’infinito, e l’eternità, c’è da dire che sono anche molto pragmatica. Ci sono delle cose che mi affascinano, anche se non sono una persona religiosa o credente nel senso stretto del termine, nonostante provi per la religione curiosità e fascino. La vivo sempre con gli occhi di chi interpreta, osserva, prova a studiarle anche un po’. Non in prima persona. Osservo, ci sono cose che mi piacciono e altre meno».
Canzone estiva – mi è piaciuta molto – ha un inizio astrologico. Qual è il suo rapporto con l’astrologia? I fisici e i matematici, fino a un paio di secoli fa, sono stati anche astrologi di corte. «Mi diverte. E penso che un qualche fondamento possa esserci. Siamo influenzati ogni giorno dalle cose che viviamo, dai luoghi in cui passiamo, dalle persone che incontriamo, dall’aria che respiriamo. Così penso che anche il giorno in cui nasci, le cose successe quel giorno, dove ti trovavi se c’era il sole o la pioggia, ti influenzi. Detto questo, non sono una che legge l’oroscopo e si affida al destino».
Lei dice influenza e io penso che ha studiato fisica e penso all’esperimento di inizio Ottocento dove Ørsted dimostra che una bussola vicina a un filo percorso da corrente ne subisce l’influenza tanto che l’ago si muove. Che fisica ha studiato? «Quando mi sono iscritta a fisica immaginavo di fare astrofisica, poi, mentre studiavo, ho capito che mi piaceva di più la fisica che riguardava la vita di tutti i giorni. Quindi, probabilmente, sarei finita su biomedica o ambientale. La tesi triennale l’ho fatta sulla pompa di calore geotermica. Sì, certamente avrei approfondito qualcosa più legato all’equilibrio nella vita di tutti i giorni».
Perché cantante? «Mi sono avvicinata alla musica leggera con le canzoni. Ho iniziato a voler cantare e raccontare storie. A casa avevo una bella collezione di vinili, mi affascinavano le copertine. Moltissimo. Mi ricordo quelle dei dischi dei Queen, dei Led Zeppelin, dei King Crimson, tutti questi mondi, microcosmi dentro un album, mi affascinavano. Me li facevo raccontare da mio zio, da mia madre. C’erano anche diversi album o 45 giri di De André. Crescendo, è subentrata la voglia di mettermi alla prova dal punto di vista vocale, di curare e nutrire qualcosa che mi è arrivato così, dalla genetica, la voce, poi c’è stato il pianoforte, il flauto traverso, e, all’inizio di tutto, la chitarra».
Che chitarra? «Allora. Io volevo suonare la chitarra elettrica. Più precisamente, la chitarra elettrica rosa che vedevo sul disco dei Dire Straits e mia madre, senza dirmi niente – ovviamente io non capivo proprio bene – mi ha mandato a lezione di chitarra classica che non era proprio la stessa cosa. Poi a un certo punto me ne sono accorta e ho detto cambiamo, e ho imboccato la mia strada».
Come ti sei sentita quando il successo è arrivato rapido, luminoso e meritato? «Ci sono state diverse fasi. Il mio rapporto con la notorietà è cominciato quando avevo già fatto un pochino di strada autonoma, un po’ più nell’ombra, un po’ più provinciale, un po’ più legato alla mia realtà ligure, Savona e dintorni, basso Piemonte. Le sale, le salette, i locali li ho girati prima di iniziare a capire che cosa significava la notorietà grande. Quando sono entrata ad Amici è stata la prima volta dove mi ci sono confrontata. Non è stato facilissimo. È stato bello, ovviamente, la popolarità la impari e impari a capire quanto è importante gestirla. La popolarità serve per far arrivare lontano le tue canzoni, ma non è lo scopo. Ce l’ho sempre molto chiaro. La popolarità è una conseguenza di impegno, lavoro e bravura, del saper riconoscere di vivere in un certo momento. Poi c’è stata la fase in cui mi sono rimessa in discussione, ho messo tutte le esperienze in ordine, e sono riuscita a raccontarmi come non avevo mai fatto prima, da Bellissima in poi mi sono sentita più brava. Diversa. Più a fuoco. Ho fatto cose migliori, lo dico con orgoglio perché non è stato facile, è stato frutto di pensieri, analisi e tentativi».
Fino a un certo punto per chi cantava c’è stato il confronto con estensione vocale, capacità di saper suonare o no uno strumento, trovare uno stile, canoro ma anche un modo di vestire, poi è cominciata la performance fisica. Coreografie, salti, cavi e pulegge con i quali volare sul pubblico. Qual è il suo rapporto col corpo? «Ho sempre amato il racconto, anche visivo, della musica. All’estero lo hanno sempre fatto, non solo nel pop che però, da questo punto di vista, ha spinto molto. Nel momento in cui sono riuscita a farlo anche io, sono migliorata. Io amo la musica, prendo il lavoro che faccio sul serio, la musica è la mia vocazione. Chi ha una vocazione è fortunato, io ce l’ho ed è questa. E poter raccontare la musica con un approccio anche visivo aggiunge moltissimo a una canzone, o a un album. Un po’ quello che dicevo prima sulle copertine degli album. Mi piace farlo, anzi è la mia ambizione. Ci vogliono anche qui studio, preparazione, e una certa consapevolezza di te. Io mi guardo da fuori, sempre. E, sempre, c’è qualcosa che non mi piace, non dico esteticamente, magari anche, ma non è il punto. Il mio motore è guardarmi da fuori e cercare di migliorarmi. Il punto è accorgermi di qualcosa che non funziona, che non sono riuscita a trasferire con l’efficacia che volevo. Per il resto, io sono una pigrona. Quando devo fare tour importanti – show di due ore, con ballerini che corrono avanti e indietro, e pure io devo correre avanti e indietro, senza fare le cose che fanno loro – mi devo preparare. Mi preparo, ma se devo farlo, altrimenti resto sul divano».
Hai parlato di vocazione e di ambizione. Una definizione di entrambe. «La vocazione è qualcosa che definisce la tua strada, una forte passione. Dico vocazione perché non riesco a pensarmi senza musica, non ci sono mai riuscita. La musica mi ha aiutato nelle mie fragilità. Quello che non sono riuscita a dire negli anni, l’ho detto con le canzoni. E quindi mi sento più completa, più risolta. La musica mi aiuta ad ascoltarmi e a trovare, a volte, soluzione, a qualcosa che mi rimane in gola e non mi fa dormire la notte. Ecco, la vocazione è che devi fare una cosa altrimenti non stai bene. L’ambizione, invece, è qualcosa di più ponderato, pianificato, che necessita di strategia. L’ambizione è importante nel momento in cui vuoi crescere, arrivare un passo oltre i passi che già fai naturalmente, perché ti piace, perché ne hai bisogno, perché pensi che vuoi farlo e basta. Poi scatta anche che vuoi farlo bene, farlo meglio di come lo hai fatto prima, vuoi arrivare più in là di dove sei arrivata ieri».
Ricorrono i verbi studiare, imparare. Ricorrono le relazioni, la fisica per la vita di tutti i giorni, le canzoni per dire qualcosa a qualcuno o a sé stessi. Esseri umani dovunque. È possibile stare sola? «A me piace stare sola. Una delle cose che mi piace di più fare. Dicevo dello stare sul divano. Mi piace anche non fare niente. Godermi gli spazi della mia casa. Mettere in ordine – ovviamente ordine secondo me – le cose. Mi piace stare con gli animali. Qualche volta capita anche che mi senta un po’ sola. Quando sei spesso di fronte a tante persone che si aspettano tanto da te – ovviamente, ho una fantastica squadra che lavora con me – mi scatta un enorme senso di responsabilità che mi pesa sulle spalle. La sento, l’ansia da prestazione perché a un certo punto sei tu, tu con la tua faccia, con la tua voce, il tuo corpo, il tuo bene e il tuo male davanti a tutti. Questa cosa mi fa sentire sola e mi piace meno».
Mi piace stare con gli animali, dice. A che animali si riferisce? «In questo momento ho un gatto e un cane».
Come si chiamano, se non è indiscreto? «Il gatto Blu e il cane Amaro».
Eterna diatriba tra amanti dei cani e amanti dei gatti. Lei da che parte dello spettro si colloca? «Come indole più nello spettro del gatto, mi piace stare sul letto col gatto a non fare niente. Col cane è impossibile, devi comunque fare qualcosa. Amo moltissimo anche il mio cane, però».
Pochissimi ricordano che quando Dantes entra nella stanza dell’Abate Faria lo trova a dimostrare teoremi di geometria. Poi Dantes diventa il Conte di Montecristo e si trova a gestire un’enorme fortuna economica e un enorme successo. Secondo me ce la fa perché ha studiato matematica e fisica, studi che ti preparano agli imprevisti belli o brutti che siano. «Ho sempre trovato un grande fascino creativo sia nella matematica che nella fisica. Ci ho trovato anche molta eccentricità. Mio papà è un matematico ed è un super creativo. Anche all’università, sono sempre stata affascinata da chi fa ricerca e trova una spiegazione e un linguaggio per parlare e definire una cosa che ancora non è stata definita, spiegata, interpretata. C’è un sacco di gente figa nei dipartimenti di matematica e fisica. Ed è pieno di artisti, sono cose legate. Per forza. Se uno si fa domande e cerca il pezzettino che manca, è un creativo. Non è quella cosa noiosa che viene raccontata e che ci si può superficialmente immaginare».
Ha mai avuto l’impressione che la laurea in fisica le abbia risparmiato la prova che tocca a ogni donna, cioè dimostrare di non essere stupida? «Fuori dall’università sì. Dentro l’università – ma forse da questo punto di vista si è andati avanti, Fabiola Gianotti ha diretto il Cern per anni – c’era un po’ di sospetto, dovevi dimostrare di valere di più. Fuori dall’università invece sì, ho avuto la netta impressione che la laurea in fisica mi proteggesse dal sospetto che pesa sulle donne».
Che maschile viene fuori da Maschio? «Con Maschio volevo raccontare una storia al contrario. Che succede se invece di essere una donna, sono maschio? Io che do i pugni sul tavolo, io che voglio mostrarmi forte e incorruttibile, io che posso parlare di sesso in un certo modo. Una provocazione, e anche un po’ un’invidia, perché su certe cose magari, su certi temi aiuterebbe, mi darebbe maggiori libertà. Su altri meno. So che è una banalizzazione ma è una canzone leggera e si estremizza. Però insomma. Ho molti amici che hanno difficoltà a piangere. Ci sono cose che vengono attribuite per forza al femminile e altre per forza al maschile. Volevo far saltare il banco e dire che non è così, a volte le reazioni che sono più attese da un uomo potrebbe averle una donna e viceversa».
Le canzoni però sono qualcosa che – come pure la letteratura – utilizza anche gli stereotipi. Come si scrivono canzoni di successo in un’epoca di dichiarata (e spesso solo dichiarata) rottura di stereotipi? «Io cerco sempre di sintonizzarmi sul tono. Mi spiego. Voglio che le mie canzoni dicano una cosa col tono con cui sto parlando a te ora. Certo, ci sono delle regole. Io ci metto un botto a scrivere una canzone. È un processo abbastanza lungo e per me è fondamentale il tono. L’equilibrio tra ironia e frecciata. Io sono così, a me piace che le canzoni siano come dei cavalli di Troia, apparentemente canzonette che divertono o possono suscitare altri tipi di emozione e va benissimo se ti fermi là. Se invece hai voglia di ascoltare qualcosa di più e sei disposto a fare un po’ più di ragionamento, allora lo trovi. Trovi Ulisse nascosto dentro il cavallo, questo è. Mi piace molto che il pop consenta di fare questo. Anzi, penso che il pop debba fare questo. È la cosa che mi piace».
E che rapporto ha con la poesia che, tecnicamente, con Omero, ha nascosto Ulisse nel cavallo? «Ho una forma mentale istintiva, ma anche tendente alla sintesi. A me piace sintetizzare. Quindi la poesia mi piace molto. Mi piace quando è semplice, è dritta. Amo meno il mondo metaforico. O anche il mondo legato più al suono. Mi piace quando si va dritti al punto. La mia sensibilità è un po’ questa ed è quello che cerco di fare nelle canzoni. L’approccio delle canzoni è diverso, ma un po’ di questa ricerca c’è».
Mi perdoni, deformazione, che libro porterebbe sull’isola deserta? «Eh, torniamo sempre al tempo. Douglas Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante (Adelphi, 1984)».
La canzone, forse le canzoni, che ti ha fatto dire: farò la cantante. «Una musicassetta di Sinead O’Connor, il pezzo era Nothing compares 2 U. Lo so, è di Prince, ma l’avevo ascoltata da lei. Ero piccolina. L’avevo vista in televisione. Bellissima, i capelli rasati a zero, sono rimasta sconvolta. È stato un momento importante. E poi, la scoperta di quanto i racconti nelle canzoni possano essere incredibilmente forti è arrivata con De André, quando ho ascoltato Bocca di rosa, sono rimasta, anche qui, sconvolta. La potenza delle parole. Anche adesso mi emoziono moltissimo quando ci penso».
Riferimenti di generazioni precedenti alla sua, che è abbastanza tipico di chi cresce in provincia, dove le mode arrivano in ritardo, si mischiano e ristagnano. Il suo rapporto con l’età? «Sono cose che mi sono trovata a casa, che aveva messo insieme la mia famiglia. E sicuramente c’è anche la terra, la Liguria. Ho un legame fortissimo, non ho mai neanche minimamente pensato di vivere all’estero, non posso pensare di non tornare una volta al mese in Liguria, mi sento male. Io faccio parte dei liguri che pur se vanno via nel mondo, tornano, non riescono a staccarsi. E non voglio nemmeno staccarmi, vado molto fiera delle mie origini. E poi, avere riferimenti precedenti alla mia nascita fa parte sempre del voler approfondire, studiare, indagare che cosa è stato fatto prima».
Quanto pesa il mare, se pesa, nel non volersi staccare dalla Liguria? «Molto. Per anni ho abitato in una mansarda all’ottavo piano, sull’Aurelia. Non vedevo altro che mare. Per vedere una persona dovevo sporgermi. Vedevo le macchine e la spiaggia. Quegli anni sono stati importantissimi. Tante canzoni sono nate lì. Tante consapevolezze di ciò che volevo dire. Il mare è la colonna sonora della mia vita. Hai lui che è una presenza fortissima. Senti le onde, le voci delle persone che si infrangono sulle onde e ti sembra di averle sul balcone di casa».
C’è una canzone di mare a cui è particolarmente legata? «Mare mare di Luca Carboni. Anche se io sono una ligure di montagna, vengo dalla Val Bormida, quindi non vedevo l’ora di andare al mare con mia mamma e c’è questa sensazione di lei che mette la cassetta di Carboni e “non vedo l’ora di arrivare lì da te”. E poi, non è presunzione, c’è una canzone mia, nata in quella mansardina, Il mondo prima di te, che è un po’ il riassunto di quello che avevo immagazzinato fino a quel momento in cui il mare è stato per me un grande confidente e un grande protagonista».
Milano, con i suoi navigli, è una città d’acqua? «No. Non la vivo come una città d’acqua. La vivo come una città che mi porta occasioni, possibilità. Posso andare a concerti che non arriverebbero in Val Bormida, imparare cose che non imparerei altrove. È una città che mi piace e mi stimola e sento determinante. Però in modo molto diverso. Sono fasi che hanno bisogno l’una dell’altra».
Mi perdoni, canta sotto la doccia? «No, mai. Metto musica mentre mi faccio la doccia, ma non canto. La metto per darmi un tempo».
Usa le canzoni come orologi anche per misurare altre attività? «Assolutamente sì. Certo. Lo faccio. Pulizie. Cucinare».
Le piace cucinare? «Sì».
Cucina dolce o salata? «Salata. Per la cucina dolce ci vuole una precisione chimica. Non ce l’ho. Improvviso molto, dunque, sono più sul salato».