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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Amazon danneggiata dall’Ia, ma insiste

È stata definita «un’esplosione a grande raggio» per colpa (anche) dell’intelligenza artificiale. Così Dave Treadwell, vicepresidente senior per i servizi di ecommerce di Amazon, ha descritto la causa di alcuni disservizi che hanno colpito il famoso store online. Come racconta il Financial Times, che ha avuto accesso a una comunicazione interna dell’azienda, il problema sembra essersi originato da «cambiamenti assistiti dall’intelligenza artificiale generativa» che poi, però, non sono stati controllati da uno sviluppatore umano. Tra i «fattori determinanti» ci sarebbe «l’uso innovativo della GenAI per il quale non sono ancora state stabilite pienamente le migliori pratiche e le misure di salvaguardia». E per questo motivo l’azienda avrebbe ordinato 90 giorni di misure straordinarie di sicurezza, per assicurarsi che i 335 «sistemi di livello 1» – cioè i servizi dell’ecommerce che impattano direttamente i consumatori finali, cioè tutti noi – siano controllati a vista dai dipendenti (umani). Traduzione: ogni minima modifica al codice informatico fatta da sviluppatori junior o di medio livello dovrà essere controllata, come riporta ancora il Financial Times, da ingegneri di maggiore esperienza. 
L’allarme rosso sarebbe stato lanciato subito dopo un malfunzionamento dell’ecommerce avvenuto a inizio marzo e durato per circa sei ore, durante il quale i clienti non hanno potuto completare transazioni o utilizzare alcune specifiche funzionalità come verificare il prezzo dei prodotti o accedere al proprio profilo sul sito. Si tratterebbe solo dell’ultimo episodio dopo una fin troppo lunga serie di malfunzionamenti causati proprio da errori introdotti da Q, l’assistente d’intelligenza artificiale per lo sviluppo di codice informatico che è stato scelto dal gigante tech. Strumento che, insieme a Kira – l’assistente impiegato invece da Amazon Web Services, la sussidiaria che si occupa di servizi cloud —, sembra essere stato adottato da tutti gli sviluppatori di casa Amazon. Volenti o nolenti, come racconta il Guardian, che riferisce le esperienze spesso negative dei dipendenti costretti a usare gli assistenti AI anche quando aumentano il carico di lavoro, invece di ottimizzarlo.
«Io e molti dei miei colleghi non riteniamo che ci renda effettivamente più veloci», ha raccontato una dipendente di Amazon alla testata inglese. «Ma dalla direzione ci viene sicuramente comunicato che dobbiamo andare più veloci, che questo ci renderà più veloci e che la velocità è la priorità numero uno». Anche a costo di dover verificare poi che l’intelligenza artificiale sia stata diligente nella scrittura del codice. Un’operazione che, a detta di un’altra dipendente, rende efficaci questi strumenti solo una volta su tre (come dimostrerebbe anche una ricerca condotta da Workday di cui abbiamo già parlato qui). Portando così al paradosso per cui si sta «cercando di usare l’AI per uscire da un problema che l’AI ha causato». 
Una sorta di gara per l’adozione di una tecnologia all’avanguardia che però ha più di un costo da pagare. Innanzitutto quello che impatta direttamente i lavoratori. «Se non cambiamo rotta, rischiamo di diventare obsoleti e di essere licenziati nel prossimo taglio del personale», ha raccontato uno dei dipendenti sempre al Guardian. Visione distopica del futuro, sì, ma anche un presente che avanza a passi fin troppo rapidi. È di mercoledì la notizia dei 37 dipendenti di Investcloud Italia – azienda con sede a Marghera (provincia di Venezia) —, rimasti senza lavoro per cessazione dell’attività. La decisione è stata motivata con il nuovo modello organizzativo del gruppo, che «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome» e che «non risulta più compatibile con l’obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’intelligenza artificiale». Una giustificazione che alcuni esperti hanno cominciato a etichettare come «AI washing», 
Più che una lontana previsione sull’impatto sul mercato del lavoro, lle conseguenze dell’adozione a tutti costi dell’intelligenza artificiale comincia a mietere le prime vittime sull’altare della produttività. Una produttività che, come testimonia il caso Amazon, sembra non essere neppure garantita. 
Ma il costo dell’adozione forzata dell’AI negli uffici potrebbe avere un impatto ancora più ampio sulle professioni e su possibili licenziamenti. All’orizzonte di Oracle – l’azienda di infrastruttura tecnologica fondata da Larry Ellison, oggi figura di rilievo tech nell’amministrazione statunitense – si preparano venti da tempesta. La società si starebbe preparando a un’ondata di licenziamenti, giustificati con l’ottimizzazione del lavoro grazie appunto all’intelligenza artificiale. Il cui fine ultimo sembra essere quello di proseguire con la costruzione di enormi data center per l’intelligenza artificiale sui quali gli investitori hanno già fatto arrivare piogge di finanziamenti. 
Secondo quanto riporta il Financial Times, la società avrebbe lasciato intendere che gli strumenti di programmazione basati sull’AI potrebbero consentire di fare sviluppi informatici in maniera più “efficiente”, comunicando così agli investitori – nella relazione relativa ai dati sugli utili – che questa tecnologia «permette di creare più software in meno tempo e con meno persone».