Libero, 13 marzo 2026
Intervista al figlio di Mark Rothko
Christopher Rothko è il secondogenito di Mark, durante la presentazione della mostra fiorentina alla stampa di tutto il mondo, accompagna i giornalisti nelle due esposizioni satellite – al Convento di San Marco e alla Biblioteca Laurenziana – e, infine, lungo il percorso espositivo allestito a Palazzo Strozzi. Risponde volentieri a tutte le domande mostrando ogni volta lo stesso entusiasmo e, in più di un’occasione, un pizzico di emozione. Con Elena Guena è il curatore della mostra Rothko e Firenze.
Per l’allestimento, con la sorella Kate, ha messo a disposizione alcune opere appartenenti alla famiglia.
Non è un artista, fa lo psicologo e lo scrittore (è da poco uscito per Marsilio Arte il suo Dentro l’opera, un volume che propone un’indagine sulla pittura del papà muovendosi “dall’interno”: non una storia dell’arte, ma un percorso che intreccia memoria personale, riflessione critica, analisi formale e consapevolezza psicologica).
Christopher chiarisce subito che quando suo padre è morto, aveva soltanto sei anni «quindi i ricordi della mia vita con lui sono pochi».
Partiamo da questa mostra. Secondo lei che cosa direbbe suo padre?
«Sarebbe felicissimo, il Museo di San Marco e il vestibolo della Biblioteca medicea Laurenziana hanno segnato la sua vita artistica e personale. Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell’elemento spirituale, già molto vivo in lui, divenne ancora più centrale. In tutta la mostra abbiamo allestito sale intime dove l’interazione personale con le opere di Rothko è massimizzata e valorizzata dalla loro risonanza con le sale storiche di Palazzo Strozzi».
Quanto secondo lei i viaggi in Italia a Roma, a Firenze, a Pompei e a Paestum hanno influenzato l’arte di suo padre?
«Dopo quei viaggi il suo obiettivo principale divenne quello di creare opere che fossero anche spazio per coloro che le avrebbero ammirate. Chi si trovava davanti a un suo quadro doveva sentirsi parte di esso».
Che cosa ha imparato o scoperto di suo padre portando in giro le sue opere, incontrando i suoi ammiratori, confrontandosi con gli studiosi?
«Non tutti conoscono la sua evoluzione artistica, tanti credono che Mark Rothko sia arrivato subito all’astrazione, invece il suo approdo è stato lento. Tuttavia, è vero che non ha mai voluto rappresentare la realtà così come la vedeva, e anche agli inizi della sua carriere cercava qualcosa di più profondo, una dimensione emotiva dello spazio».
Secondo lei che cosa si aspettava suo padre dalle persone che ammiravano le sue opere?
«Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava».
Ha detto che questa mostra le sta particolarmente a cuore. Ci spiega perché?
«Sicuramente per il senso di risonanza e la sensazione di scambio tra la sala espositiva e l’opera d’arte ma anche tra la città di Firenze e l’opera d’arte: io spero, anzi credo fermamente, che la gente lo percepirà».
È per questo che prima di salire verso il dormitorio del Convento di San Marco, ha detto di non voler entrare nel dettaglio delle scelte degli accostamenti delle opere quattrocentesche con quelle di suo padre?
«Sì, perché volevo che non ci fosse alcuna influenza, che ognuno in silenzio, potesse ascoltare quello che a lui, e solo a lui, l’accostamento delle opere trasmette».
Per alcuni Rothko è “difficile” da capire, per altri è invece “facile”.
«Come scrivo anche nel mio libro, le opere di mio padre spesso creano disagio. La mia intenzione non è quella di spiegare questi dipinti, ma esaminando vari aspetti della carriera di mio padre, spero di rendere la sua opera non più facile, ma più avvicinabile. Suggerisco percorsi per chiarire ciò che è meno evidente».