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 2026  marzo 13 Venerdì calendario

L’azzardo globale

Lo spettacolo al quale state assistendo a Hormuz non è il risultato di un fallimento degli eserciti o dell’economia internazionale. Né, nello specifico, del mercato mondiale del petrolio o del carattere terroristico del regime iraniano. Quello c’è, immutato da 47 anni, eppure lo stretto non era mai stato chiuso prima con i missili e con le mine. No, sono le istituzioni di un Paese democratico che hanno fallito. Negli Stati Uniti l’intero sistema è ormai così personalizzato che i filtri di un’analisi realistica prima di una guerra nel Golfo sono saltati o vengono aggirati. Il Congresso è stato ignorato. Il consigliere di sicurezza nazionale della Casa Bianca, nella sostanza, non c’è più: il suo ruolo viene coperto dall’uomo che è anche segretario di Stato (Marco Rubio) ma a sua volta non ha avuto alcuno spazio nei negoziati con l’Iran, affidati invece a un immobiliarista socio in affari del presidente (Steve Witkoff) e al genero di questi (Jared Kushner). La comunicazione fra uffici a Washington sembra ai minimi termini, tanto che Witkoff si disinteressa dei rapporti dell’intelligence o del dipartimento di Stato prima di negoziare con alcuni dei regimi più pericolosi del mondo.
Lo staff del National Security Council, l’organo di vertice della Casa Bianca sulla politica estera e di difesa, si è spopolato. Lo stesso dipartimento di Stato – accusa Richard Haas, ex consigliere del presidente George W. Bush – è sempre più debole fra licenziamenti, defezioni e esperti messi ai margini. Tutto questo presenta un costo esorbitante per l’economia mondiale, per il potere d’acquisto di miliardi di famiglie colpite dall’inflazione e per gli italiani stessi. Presenta un costo politico per lo stesso presidente americano, ai minimi nei sondaggi a meno di nove mesi dalle elezioni di midterm.
Se Donald Trump avesse permesso alle sue istituzioni democratiche di funzionare, le donne e gli uomini che le popolano gli avrebbero aperto gli occhi su alcune realtà. Non solo che dallo stretto di Hormuz passa circa il 20% dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto e di petrolio via mare, o un terzo dei fertilizzanti e dell’elio indispensabile a produrre semiconduttori. Soprattutto, le istituzioni americane avrebbero aiutato il presidente a leggere la psicologia dei suoi nemici. Gli avrebbero detto che decapitare il sistema a Teheran, annunciare il cambio di regime, pretendere di approvare il prossimo leader senza darsene i mezzi – senza invasione di terra – avrebbe aperto le porte allo scenario attuale: il peggiore, per lui. Spalle al muro, senza più nulla da perdere, gli ayatollah e la guardia rivoluzionaria hanno tutti gli incentivi per estrarre il massimo prezzo da Trump; per infliggere il massimo dolore in modo da fargli mollare la presa. I consiglieri avrebbero detto a Trump che l’Iran non avrebbe avuto remore a cercare di strangolare l’economia mondiale, strozzando l’arteria dello stretto.
Hormuz non era mai stato chiuso prima, è vero. Ma le istituzioni della democrazia americana avrebbero invitato il presidente a valutare che da due anni di Houthi dello Yemen, una milizia vassalla di Teheran, tengono semichiuso con minacce e attacchi l’accesso al Canale di Suez dallo stretto di Bab El-Mandeb. Gli avrebbero ricordato che le missioni navali occidentali e i bombardamenti americani non sono mai bastati a riaprire la navigazione nel Mar Rosso: e gli Houthi sono molto più deboli della guardia rivoluzionaria dell’Iran.
I consiglieri di Trump avrebbero poi aggiunto – se questi li avesse ascoltati – che l’Ucraina ha cambiato per sempre l’arte e la tecnologia della guerra. Ha dimostrato che un Paese più debole può rispondere in modo asimmetrico a un Paese molto più forte con sciami di droni a basso costo; che l’Iran ne ha in numero dieci volte superiore alla riserva di intercettori – dieci volte più cari – degli Stati Uniti.
Invece Trump ha preferito umiliare le istituzioni democratiche del suo Paese, entrando in guerra al buio. La sua stessa concezione monarchica e familistica del potere lo ha spinto in un nido di serpi. Ed eccoci qua. L’offerta fisica di petrolio nel mondo basta alle raffinerie, per ora; ma l’Iran ormai ha messo le sue mani alla giugulare delle linee di approvvigionamento del mondo e ha visto che funziona: riesce ancora a esportare il proprio petrolio al proprio cliente (quasi) unico, la Cina. L’insicurezza radicale che ne deriva fa salire in tutto il mondo i prezzi delle materie prime, l’inflazione, il costo del debito degli Stati (anche dell’Italia) e dei privati.
Trump ora cerca una via d’uscita per poter dichiarare vittoria e tornare al mondo di prima, ma non sarà così facile. L’Iran vuole dettare le sue condizioni, perché la sua strategia del terrore su Hormuz funziona a meraviglia. Il regime ha una nuova arma e gli piace. Mojtaba Khamenei, la nuova guida suprema, ieri ha fatto sapere che potranno transitare dallo stretto solo le navi dei «Paesi amici»: se chiedono il permesso a Teheran. Ha aggiunto che vuole compensazioni dal nemico o distruggerà i suoi beni – cioè le navi nel Golfo – se non le ottenesse. Forse è solo l’inizio di un negoziato molto aspro.
Ma né la normalità né i bassi costi di prima torneranno tanto presto a Hormuz. Dunque l’economia mondiale va incontro all’ennesima dura prova di questi anni. Quando saranno scritti i libri di storia, magari racconteranno: fu la prima recessione causata dalla crisi della democrazia in America.