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 2026  marzo 13 Venerdì calendario

Intervista ad Antonio Preziosi

È entrato in Rai nel 1994: chi era il suo sponsor?
«Io non ho mai avuto sponsor».
Dicono tutti così.
«Ma è vero. Sono entrato alla scuola di giornalismo di Perugia grazie a una selezione molto rigida e rigorosa. Il criterio di ammissione partiva da una laurea con almeno 110 o 110 e lode ed era un master biennale che dava il diritto all’assunzione diretta in Rai. C’erano compagni di scuola che poi hanno percorso una discreta vita professionale. Parlo di Giovanni Floris, di Monica Maggioni, di Gerardo Greco...».
Antonio Preziosi (59 anni lunedì prossimo) dal maggio 2023 è direttore del Tg2. In questi ultimi 30 anni è stato giornalista parlamentare, vaticanista («mi definisco un cultore della materia, studio con grande attenzione tutto ciò che si muove, come si dice in gergo, al di là del Tevere»), corrispondente da Bruxelles, direttore altre tre volte (Radio1, GR Parlamento, Rai Parlamento).
Domenica il Tg2 compie 50 anni.
«Ho ereditato una macchina che da mezzo secolo funziona perfettamente. Per quanto mi riguarda le caratteristiche fondamentali rimangono tre: chiarezza del linguaggio, completezza dell’informazione e immediatezza».
A condurre la prima edizione fu Piero Angela.
«È una storia meravigliosa fatta di rubriche storiche come quella della compianta Maria Grazia Capulli, di trasmissioni che parlavano di inclusione e di parità di genere, quando in Italia non se ne occupava nessuno. Ringrazio tutta la squadra di giornalisti, impiegati e tecnici che lavora con grande dedizione e con grande passione per il Tg2. Ho trovato un fortissimo spirito di squadra, sono ammirato dal loro orgoglio di appartenenza».
Oggi il mondo dell’informazione è decisamente più complicato.
«Viviamo tempi storici diversi rispetto a quelli del 1976, quando il Tg2 era “l’altro telegiornale” perché erano solo due. Ora bisogna fare i conti con l’era digitale, con la velocità dell’informazione, con i social. Dobbiamo alzare il nostro tasso di eticità, perché il rischio è quello di un’informazione avvelenata dalle fake news».
La bussola del Tg2?
«Un tempo era importante arrivare primi sulle notizie, oggi è diverso: è importante arrivare primi, però è meglio arrivare secondi con una notizia vera che primi con una notizia falsa».
Tommaso Cerno non vi ha fatto un gran favore con quella striscia quotidiana che si è portata dietro molte polemiche.
«Non c’è stato niente di diretto nei confronti di Tommaso. La redazione del Tg2 semplicemente non gradiva la collocazione del nuovo programma immediatamente prima dell’edizione delle 13».
Solo una questione di collocazione, non di appartenenza politica?
«Solo di collocazione: non c’era nessun tipo di polemica personale nei suoi confronti».
Come giornalista parlamentare ha attraversato parecchi governi. Prodi?
«Con lui la tecnica era quella di darsi molto tempo, perché ha un modo di parlare pacato, molto lento e tranquillo. Bisognava iniziare a chiacchierare degli argomenti che gli interessavano, poi alla fine accettava anche di discutere delle questioni politiche più spinose: la notizia la dava sempre in fondo all’intervista».
D’Alema?
«Era molto più spigoloso, era più difficile entrare in relazione diretta con lui. L’importante era stargli dietro, seguirlo, pedinarlo: un titolo buono arrivava sempre».
Amato?
«Aveva un portavoce, Gastone Alecci, che noi simpaticamente definivamo il portasilenzi, perché non diceva mai niente. All’epoca non c’erano i social, Amato però era bravissimo a sintetizzare in 20 secondi le decisioni del governo: era una pacchia perché ci regalava dei sonori molto facili da utilizzare».
Berlusconi?
«Nel gruppo di giornalisti che lo seguiva in tutto il mondo la battuta era sempre una: non delude mai. Perché non è mai capitato di tornare a casa senza una notizia. Paradossalmente era il politico più facile, ma allo stesso tempo fisicamente più faticoso perché era inarrestabile. Mi ha fatto dormire molto poco».
Gli inizi con la radio.
«Già a 9 anni ero in una radio privata che si chiamava Studio P: facevo un programma che metteva musica per bambini».
Una passione precoce: come era nata?
«Era il periodo delle radio private, c’era un florilegio incredibile di emittenti in tutti i paesini, in tutte le città, ovunque. Allevato da mamma Rai – intesa anche come tv —, il mio sogno fin da ragazzo era quello di fare il giornalista e di lavorare nella tv di Stato».
Laurea in Giurisprudenza con lode. Un secchione?
«Non è la parola giusta. Ho sempre avuto un grosso senso del dovere».
Del resto suo padre era un carabiniere...
«Mi animava anche un grande rispetto dei tempi. Non navigavamo nell’oro e quando sono partito per l’università a Roma, papà mi ha detto: “Cerca di fare il prima possibile”. L’ho preso alla lettera, mi sono laureato in meno di 4 anni».
Nel 2009 venne nominato direttore di Radio1: si è ritrovato senza stanza perché Antonio Caprarica non la mollava.
«Mi chiese cortesemente di aspettare qualche settimana per poterla liberare con più calma».
Assomigliava a un dispetto, no?
«Qualcuno l’ha letto così, ma io tendo sempre a pensare bene delle persone, soprattutto dei colleghi».
All’epoca aprì Radio1 a personaggi del mondo dello spettacolo. Simona Ventura, Pupo, Lorella Cuccarini...
«Radio1 era un canale all news, però bisognava renderlo appealing, popolare, capace di captare l’interesse del pubblico. Era comunque la prima radio italiana e decisi di inserire in palinsesto momenti di infotainment e di alleggerimento, affidati a grossi personaggi del mondo dello spettacolo».
Arrivò anche Fiorello: come lo convinse?
«Lo corteggiammo a lungo, lo inondavo di messaggini».
Finché Tajani non vi separi. Lei è sposato con la giornalista del Tg1 Susanna Lemma e il leader di Forza Italia è stato tra i suoi testimoni di nozze. Qualcuno potrebbe pensare male...
«Tajani ha lavorato anche in Rai, proprio a Radio1, ci conosciamo da oltre 25 anni. La politica è una cosa, i rapporti personali e l’amicizia un’altra».
Cosa risponde a chi l’accusa di pendere per il centrodestra?
«Rispondo con i dati della par condicio che dicono in maniera inequivocabile che al Tg2 c’è una par condicio perenne, al di sopra di ogni sospetto e di ogni accusa di partigianeria. La mia cifra professionale è questa, credo di essere votato alla quintessenza del servizio pubblico: un’informazione completa, chiara, immediata e senza cedimenti».
Lei sembra molto pacato, le cronache non raccontano di sue sfuriate: c’è stato qualcuno che le ha fatto saltare i nervi?
«È difficile farmi saltare i nervi. E quindi questo fa spesso saltare i nervi a chi mi attacca».
Ha attraversato diversi governi anche come direttore: TeleMeloni esiste?
«Rispondo anche qui con i dati di Agcom sulla par condicio che rappresentano un equilibrio perfetto in tutto quello che noi facciamo, sia nel dibattito politico e anche, in queste settimane, sugli spazi relativi al referendum sulla giustizia. Per me l’equilibrio e la rappresentazione plurale, soprattutto nel dibattito politico, sono un punto di riferimento irrinunciabile».
E in passato c’è stato qualche governo che ha premuto più di altri?
«Nella mia autonomia professionale ho sempre tenuto – a prescindere da tutto – il timone sull’equilibrio, quindi sulla rappresentazione plurale dell’informazione».
Nel contratto di un direttore una voce non scritta è relativa alle lamentele dei politici: c’è un politico che la chiama più di altri?
«I politici – di tutti i partiti, di tutti gli schieramenti – sono fonti, sono fonti di notizie e di informazione giornalistica. Se non chiamano loro, li cerchiamo noi».