Corriere della Sera, 13 marzo 2026
Le riserve di petrolio nel mondo
Le riserve strategiche mondiali di petrolio arrivano a circa 8,2 miliardi di barili. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), fondata nel 1974 dopo la crisi petrolifera, coordina le scorte dei Paesi Ocse. I 32 Paesi membri dell’Iea detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo. Questi 32 Paesi, che comprendono Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e gran parte dei Paesi Ue, devono mantenere scorte pari ad almeno 90 giorni di importazioni di petrolio. L’Unione europea con una direttiva del 2006 ha confermato questo obbligo.
Il livello delle scorte varia in modo significato da Paese a Paese. A fine febbraio gli Stati Uniti avevano 415,4 milioni di barili di greggio nella Strategic Petroleum Reserve, ovvero circa il 58% della capacità totale di 714 milioni di barili. Inoltre, gli Stati Uniti hanno 439,3 milioni di barili di riserve commerciali in mano a privati. Il Giappone, invece, detiene 260 milioni di barili di petrolio greggio nelle scorte del governo. A questi si aggiungono altri 180 milioni di barili equivalenti di petrolio detenuti in scorte private, di cui 90 milioni di barili di greggio. Il Paese che ha accumulato una delle più grandi riserve strategiche e commerciali al mondo è la Cina. Secondo alcune stime, Pechino a gennaio di quest’anno deteneva circa 1,2 miliardi di barili, di cui circa 400-500 milioni di barili di riserve strategiche. Una quantità che, come hanno evidenziato anche i media americani, le consentirebbe di resistere almeno per un po’ meglio degli altri Paesi, se il prezzo del petrolio tornasse a correre sopra i 100 dollari al barile.
I 27 Paesi Ue hanno scorte molto più ridotte. Secondo la Reuters, la Germania può contare su 110 milioni di barili di petrolio greggio e 67 milioni di barili di prodotti petroliferi finiti. Le scorte francesi sono pari a un totale di 108 giorni di importazioni nette, secondo i dati del ministero dell’Economia e delle Finanze. Queste riserve, costituite da benzina, gasolio, carburante per aerei e gasolio da riscaldamento, sono in gran parte gestite dalla Société Anonyme de Gestion de Stocks de Sécurité (Sagess). Le scorte sono distribuite tra raffinerie, depositi di importazione e centri di distribuzione. Per quel che riguarda l’Italia, le scorte petrolifere di sicurezza ammontano a 11.903.843 tonnellate equivalenti di petrolio, pari a 90 giorni di importazioni nette di prodotti petroliferi.
Mercoledì i 32 Paesi che fanno parte dell’Iea hanno approvato all’unanimità un piano per usare 400 milioni di barili di petrolio di emergenza, per rassicurare i mercati allarmati da una possibile escalation della guerra. «Dopo l’annuncio il prezzo del petrolio è salito comunque, perché il mercato vuole capire i dettagli dell’operazione. Gli investitori vogliono sapere quali Paesi rilasceranno parte delle riserve e in che misura. C’è grande attenzione anche per quelle che saranno le tempistiche e sulla qualità del greggio che verrà rilasciato», spiega Simone Tagliapietra del think-tank Bruegel. «Questa è una crisi gravissima. Il blocco di Hormuz è uno scenario che finora non avevamo mai visto. Data la situazione, i prezzi del petrolio sarebbero potuti salire molto di più di quanto non abbiano fatto finora. Questo significa che i mercati si aspettano che le tensioni possano risolversi in tempi ragionevoli. Ma non sappiamo cosa potrebbe succedere se i transiti attraverso Hormuz rimangono bloccati – aggiunge Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia —. Tutto sommato il petrolio c’è. Ma quasi metà delle scorte strategiche sono di greggio e il resto sono prodotti che non sempre rispondono alla richiesta del mercato».