Corriere della Sera, 13 marzo 2026
Meloni sente i leader di opposizione
Prove tecniche di dialogo sulla guerra in Medio Oriente. Dopo le comunicazioni alle Camere, Giorgia Meloni rilancia l’appello alle opposizioni. Lo fa con una nota e poi di persona, al cellulare, chiamando tutti i leader. Uno a uno. Il senso di queste «consultazioni informali», al di là delle diverse sfumature e del secco no del M5S, è: «Restiamo in contatto, la situazione è grave, aggiorniamoci». All’orizzonte però non sembra esserci alcunché di strutturale, anche se non si esclude che la premier possa convocare il tavolo per far mettere a verbale i no. La giornata è comunque densa di rapporti: i telefoni e le chat sono roventi.
Di prima mattina Elly Schlein – a Rtl 102.5 e poi a Start su Sky Tg24 – pungola la premier: «Noi ci siamo, ma deve posare la clava. Il mio numero ce l’ha, faccia il suo dovere, invece di attaccarci». Alle 9.38 di mattina ecco la nota di Meloni. «Il mio è stato un appello al dialogo sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali», dice la premier. Che continua: «Altri, invece, sempre nell’opposizione, hanno cominciato ad accampare condizioni surreali per sedersi al tavolo, chiarendo come non vi fosse alcuna disponibilità ad avviare questo confronto». Conclude la presidente del Consiglio: «A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea e intende davvero collaborare nell’interesse dell’Italia, lo dica chiaramente invece di accampare pretesti o condizioni. In questo caso, il governo è pronto ad aprire un tavolo di confronto».
Tra dichiarazioni pubbliche e contatti privati il canale del dialogo si mette in moto. Non a caso in serata la segretaria del Pd Schlein rivelerà: «Mi ha telefonato il presidente Meloni, siamo rimasti d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c’è stato alla nostra base a Erbil». L’idea di un tavolo a Palazzo Chigi viene bocciata da Giuseppe Conte, leader del M5S. Così: «Il tavolo, quello più istituzionale e trasparente, è al Parlamento e già c’è, ci sono le nostre proposte, per esempio rivedere il Patto di stabilità e crescita, rivedere le accise, una tassazione seria sugli extraprofitti, poi per il resto ci possono essere scambi di informazione ai vari livelli, però le finte passerelle a Palazzo Chigi le abbiamo già fatte quando c’è stato il salario minimo e abbiamo visto com’è andata». Parla invece di «apertura tardiva, ma da cogliere» Carlo Calenda, numero uno di Azione: «Ho capito che le altre opposizioni, sbagliando, non si vogliono sedere. Lo ritengo un grave vulnus istituzionale perché ci sono due guerre ai confini dell’Europa e la disponibilità del governo a informare le opposizioni, anche in una sede più raccolta e riservata, oltre che in Parlamento è una cosa positiva che va accolta».
Se ieri l’altro l’apertura al dialogo di Meloni era stata sposata da Matteo Renzi, il giorno dopo in Senato il leader di Italia viva è stato protagonista di uno scontro con il ministro del Made in Italy Adolfo Urso, durante il question time di quest’ultimo con uno scambio di accuse sui rapporti con il regime di Teheran.
Schermaglie che non cambiano il tentativo di dialogo, sponsorizzato dal governo. Anche con il ministro Antonio Tajani: «Noi siamo sempre stati favorevoli fin dall’inizio a un confronto con le opposizioni. Se uno vuole discutere discute. Non è una questione di passerelle».
Il ministro degli Esteri ha anche annunciato un nuovo pacchetto di interventi d’emergenza del valore di 10 milioni di euro per il Libano. Obiettivo della Farnesina: raggiungere circa 220 mila persone tra assistenza di base, sicurezza alimentare, prima accoglienza e servizi igienici.