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 2026  marzo 13 Venerdì calendario

Il contingente italiano lascia l’Iraq

L’esplosione più forte si ode quaranta minuti dopo la mezzanotte. Un rombo roco, accompagnato dai colpi secchi della contraerea. Il tratto di cielo sopra l’aeroporto internazionale è illuminato dai bagliori a segmenti dei proiettili traccianti verso l’alto. Poco prima un’esplosione seguita da alte fiamme e fumo nero aveva colpito un centro congressi utilizzato dalle autorità curde vicino all’hotel a cinque stelle Divan. Anche le finestre del nostro albergo vibrano per gli spostamenti d’aria. Le notti febbrili del Ramadan sono disturbate dalla gente che scende per la strada, sui social girano presto le foto dell’ennesimo bombardamento sulla capitale del Kurdistan iracheno. Ma si dovranno attendere le prime ore di ieri mattina, in Iraq, per conoscere i dettagli – dall’inizio della guerra israelo-americana contro l’Iran – del primo attacco a Campo Singala, la base principale del contingente italiano che opera nella regione e sta muro a muro con quella statunitense vicino all’aeroporto.
La vera novità che emerge è che il contingente italiano sta abbandonando l’Iraq: la missione che era cominciata nel 2003 a sostegno dell’invasione americana contro il regime baathista, sta volgendo al termine.
Come notano sia le autorità curde che le fonti diplomatiche occidentali sul posto e gli stessi ufficiali italiani, praticamente non passa giorno senza che la base del contingente internazionale sia presa di mira. Sino ad ora però è stata danneggiata la pista dell’aeroporto, i terminal, forse le schegge hanno investito il campo Usa. Gli americani sono sempre riusciti a garantire la difesa del cielo e a terra sono caduti solo schegge e rottami dei razzi o droni abbattuti. Questa volta però un intero drone ha colpito i prefabbricati di Singala. Non ci sono vittime, nessun ferito. «Eravamo tutti al riparo nei bunker» ci dice in mattinata il comandante del contingente, colonnello Stefano Pizzotti. Il drone ha centrato il ristorante pizzeria «Il Fortino», sono anche andati in fiamme alcuni automezzi parcheggiati nelle vicinanze. Probabilmente non molto di più. Ma come ha potuto superare le difese della base? Sembra che volasse molto basso. È la stessa tattica che adottano i russi contro gli ucraini con i nuovi modelli di droni iraniani Shahed costruiti da Mosca su licenza di Teheran (siamo già alla 25esima versione): sfiorano il terreno velocissimi, confondono i radar e infine piombano sull’obiettivo mentre altri droni a lungo raggio restano molto alti a guidare i «fratelli kamikaze».
Ma la vera domanda che scompiglia le carte è: chi ha sparato? E la risposta evidenzia l’enorme complessità carica di pericolose incognite di questa guerra voluta da Trump e Netanyahu senza avvisare gli alleati e che adesso sta infiammando il Medio Oriente e non solo. Perché a Erbil sia i curdi che i servizi d’intelligence della coalizione occidentale sono convinti che a sparare non sia stato l’Iran, bensì le milizie sciite irachene alleate dei Pasdaran e legate alle ali più oltranziste degli ayatollah. «Sappiamo che sono stati tirati sul Kurdistan iracheno oltre 300 tra droni e razzi, in maggioranza verso Erbil e oltre due terzi non dagli iraniani», ci dicono esperti locali. Di ieri altri attacchi nella stessa area: non lontano da Erbil sono stati feriti sei soldati francesi. L’aspetto paradossale è che queste milizie sciite sono state alleate degli americani dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003 e hanno lavorato spalla a spalla con il meglio dei commando Usa per sbaragliare Isis e il fronte fondamentalista sunnita specie tra il 2014 e il 2018. La grande battaglia di Mosul nel 2016-17, vide forze curde, milizie sciite, corpi scelti Usa e addirittura unità iraniane impegnati per debellare una volta per tutte il «terrorismo jihadista». Accadeva meno di 10 anni fa.
Circa 120 italiani erano rifugiati nei bunker l’altra notte. Pare che il drone sia stato tirato dalla milizia Saraya Awliya al-Dam, che significa i «Guardiani del sangue». A fianco a loro coopera una dozzina di gruppi simili, come i Kataib Hezbollah o gli Harakat al-Nujab: quasi 200.000 guerriglieri ben addestrati ed equipaggiati, pagati dal governo di Baghdad, ma fedeli a Teheran. Gli americani negli ultimi quattro giorni hanno preso di mira le loro basi vicino a Mosul e Kirkuk, si parla di una cinquantina di morti. Il solo 8 marzo l’aviazione Usa aveva compiuto una ventina di raid. E loro reagiscono: bombardano l’ambasciata Usa nella «zona verde» protetta di Baghdad, mirano al controllo dei centri di produzione del petrolio per finanziarsi, minacciano e aggrediscono gli alleati di Washington con l’obiettivo dichiarato di espellere le forze militari straniere. Mentre stiamo scrivendo questo pezzo sentiamo nuove esplosioni in direzione dell’aeroporto di Erbil.
Conseguenza diretta di questo inasprimento drammatico del teatro iracheno è la probabile fine della presenza dei contingenti internazionali, compreso quello italiano. Gli alleati europei e il Canada non nascondono il loro risentimento per non aver ricevuto alcun avviso da Washington dell’aggressione contro l’Iran e di essere stati colti impreparati dalle conseguenze. Roma ha già deciso di evacuare via terra verso la Turchia gran parte del personale dell’ambasciata di Baghdad e del consolato di Erbil. Anche il contingente militare italiano in Iraq si sta assottigliando. Sino a poco fa erano in tutto circa 1.100 soldati col compito principale di addestrare le forze curde, ma anche in sostegno del governo di Baghdad e della sua polizia. Oggi sono in fase di ritiro. Nella sola Erbil sono passati da oltre 300 a poco più di cento, a Solimanye erano un’ottantina e sembra non ci siano più. L’impressione è che l’Italia stia ritirando il suo contingente in sordina, senza annunci, nel modo più discreto possibile.