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 2026  marzo 13 Venerdì calendario

Le mine, terrore dei mari

Mar Rosso e Golfo Persico: due rotte spesso minacciate dalle mine. Un modo semplice dei belligeranti per incidere sull’economia, ridurre i traffici, creare problemi logistici. Azioni in qualche occasione con responsabilità evidenti e in altre mimetizzate.
Nell’estate dell’84 scatta l’allarme per la presenza di ordigni lungo la via d’acqua che da Bab el Mandeb porta a nord, fino a Suez. C’è il sospetto di una manovra terroristica, si evoca la Jihad Islamica ma poi l’attenzione si concentra su un cargo libico, ritenuto coinvolto nel sabotaggio. Uno dei tanti gesti eversivi del colonnello libico Muammar Gheddafi.
La prima vera sfida, però, avviene dove oggi si combatte, tra le sponde di Iran, Iraq e monarchie del petrolio. Durante il conflitto che oppone dal 1980 all’88 Teheran a Bagdad i due schieramenti si affidano alle mine. Che provocano danni inizialmente ad alcune petroliere, colpite da sistemi di concezione sovietica in dotazione ad entrambe le parti.
Davanti alla minaccia l’Occidente interverrà ripetutamente prima con scorte e, in un secondo momento, con una attività di bonifica di queste corsie strategiche per il greggio e i commerci. Missione complessa, piena di rischi. Nel febbraio del 1991 un incrociatore americano classe Ticonderoga e un’unità per l’assalto anfibio sempre della Navy subiranno ampi squarci nello scafo a causa delle mine.
Per ripulire il settore saranno necessari diversi mesi con l’impiego di una task force internazionale che aveva il vantaggio di intervenire senza essere sotto il fuoco del nemico. Uno scenario ben diverso da quello attuale.
Teheran, sostiene il Nyt, ha iniziato a posare mine a Hormuz. Di certo, con la situazione che si è creata nello Stretto, gli iraniani possono avere molte armi a disposizione, con l’aggiunta di essersi preparati allo scenario. Sono diversi i tipi di ordigni a disposizione di una Marina. Le mine possono essere posizionate sul fondale. Ormeggiate ad una determinata «quota» grazie ad un cavo collegato ad una zavorra sul fondale. Alla «deriva», ossia galleggianti. Temute quelle definite «mobili». Alcune sono dotate di un proprio siluro che si attiva in modo autonomo, altre destinate a «risalire» secondo parametri prefissati. Gli ordigni possono deflagrare nel momento dell’impatto con uno scafo oppure essere attivate dal passaggio di un’unità (per questo definite «ad influenza»).
Esiste sempre la possibilità di ordigni «improvvisati», utilizzati per esempio dal movimento yemenita Houthi, una formazione che è parte dell’Asse della resistenza creato da Teheran.
Come precisano gli specialisti del settore, più l’arma è sofisticata tanto più il suo impiego efficace risulta complesso. La posa di una mina, intesa come evento «singolo» non è, di per sé, particolarmente difficile mentre se aumenta il numero e si deve agire in modo «coperto» c’è bisogno di addestramento, equipaggiamenti, una nave adeguata. Il livello di preparazione cresce quando si devono impiegare apparati esplosivi di tipo «digitale».
I pasdaran e la Marina hanno studiato i vecchi conflitti, analizzato il comportamento delle forze avversarie, tenuto conto dei bassi fondali del Golfo Persico. Da qui la messa a punto di minisommergibili – sviluppati con l’aiuto dei nord coreani —, vedette lanciamissili, motoscafi e barchini esplosivi (anche in versione droni). Mezzi aggiunti ad una buona quantità di mine.
L’idea è sempre stata quella di attacchi «a sciame» nel tentativo di saturare le difese, una tattica oggi appaiata al lancio massiccio di velivoli senza pilota dotati di cariche esplosive. Tutto sommato un programma da conseguire con risorse non illimitate.