Corriere della Sera, 13 marzo 2026
Trump segnali: di «exit strategy». E sblocca gli acquisti di petrolio russo
Nessuno può dire che cosa farà Donald Trump nei prossimi giorni in Iran: ci sono alcuni indizi che stia cercando una via d’uscita anche accompagnati da segnali contrastanti. Il presidente ha detto martedì che la guerra finirà «molto presto», ma anche che potrebbe essere vero ciò che ha dichiarato il capo del Pentagono Pete Hegseth, ovvero che la guerra è solo «all’inizio». E ieri in serata ha aggiunto che la guerra sta procedendo «molto rapidamente» e «stiamo andando molto bene, l’Iran pagherà un prezzo molto alto». Ma anche il costo del conflitto sta crescendo. I funzionari del Pentagono hanno detto in Senato martedì che stimano che la guerra sia costata oltre 11,3 miliardi di dollari nei primi sei giorni. Il senatore democratico Chris Coons, del Delaware, crede che il totale sarà anche di più, se si conta anche «il costo per rimpiazzare le armi usate, che è già oltre i 10 miliardi di dollari». In visita in Ohio e in Kentucky mercoledì il presidente americano ha parlato ripetutamente ai giornalisti, per assicurare che l’impatto della guerra sull’economia – su cui gli americani esprimevano preoccupazione già prima dell’inizio del conflitto – verrà presto riassorbito. Il suo ministro dell’Energia Chris Wright ha detto alla Cnn : «Non ci sono carenze o un mercato petrolifero davvero “stretto” nell’emisfero occidentale. Il problema è in Asia». Ha aggiunto che l’amministrazione si è concentrata su «soluzioni pragmatiche per superare queste poche settimane di scarsità di energia». Il segretario al Tesoro Scott Bessent intanto annuncia che è stato autorizzato l’acquisto del petrolio russo in transito. Si tratta di una misura temporanea. La Casa Bianca sta valutando anche la possibilità di derogare temporaneamente a una norma sul trasporto marittimo prevista dal Jones Act per garantire che le spedizioni di energia e prodotti agricoli possano circolare rapidamente tra i porti statunitensi. La deroga alla norma consentirebbe alle navi straniere di trasportare carburante tra i porti statunitensi, riducendo potenzialmente i costi di spedizione e velocizzando le consegne. «Gli Stati Uniti sono il più grande produttore al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio aumentano, facciamo un sacco di soldi – ha dichiarato Trump su Truth —. Ma, di ancora maggiore interesse e importanza per me, come presidente, è impedire che l’impero del Male, l’Iran, abbia armi nucleari e distrugga il Medio Oriente e il mondo. Non lo permetterò mai!». Il prezzo del petrolio è aumentato dell’8% raggiungendo quasi i 100 dollari al barile. Alla domanda se possa arrivare ad un picco di 200 dollari, Wright ha risposto che è «improbabile». Ma non è solo il petrolio: i Paesi del Golfo hanno puntato su settori come data center e fonderie di alluminio, vulnerabili ad attacchi di missili e droni iraniani. Le esportazioni di elio, vitale per la produzione di semiconduttori in Corea del Sud, sono bloccate. Il Golfo è anche un importante centro di produzione di fertilizzanti e gli agricoltori americani temono un aumento dei prezzi.
Il New York Times ipotizza che Trump farà di nuovo il Taco (Trump Always Chickens Out) ovvero marcia indietro come sui dazi. Il presidente vuole uscire da questa guerra come un vincitore. Ma porre fine a una guerra è complicato. Joe Rogan, l’influente podcaster che ha dato il suo endorsement a Trump nel 2024 e si scambia ancora con lui dei messaggi, ha detto nel suo show martedì che la guerra in Iran è «una pazzia» e che gli americani si sentono «traditi» dal presidente. «Ha fatto campagna elettorale promettendo “niente più guerre: poniamo fine a queste guerre stupide, senza senso”. E poi ne facciamo una e non riusciamo neanche chiaramente a definire il perché l’abbiamo fatta».
Se l’Iran costringe gli Stati Uniti a porre fine alla guerra prima che Washington spezzi l’embargo sullo Stretto di Hormuz (e impedisca al regime di poterlo replicare), i mullah avranno un potere di veto sul commercio dei vicini del Golfo con il mondo, nota però Walter Russell Mead sul Wall Street Journal. Sarebbe una sconfitta per Trump e per il potere e il prestigio dell’America porre fine alla guerra – per un insieme di pressioni globali e interne – prima di ripristinare il commercio nel Golfo. Sarebbe invece una vittoria per Trump riaprire il Golfo e avere a Teheran un governo pragmatico. Secondo Mead, la fine più probabile è una via di mezzo, in cui gli Stati Uniti «in larga parte liberano il Golfo ma l’attuale regime sopravvive» e in quel caso l’Operazione Furia Epica verrà ricordata come «la Madre di tutti i tagliaerba, che non risolve nulla di fondamentale ma preserva l’equilibrio di potere in una parte vitale del mondo». Il Washington Examiner, quotidiano conservatore con cui Trump ha parlato al telefono, scrive che il presidente ha detto di non sapere se la guerra in Iran lo aiuterà ad avere il Nobel per la pace. «Non lo so. Non mi interessa. Non parlo del Nobel per la Pace», ha detto.