Corriere della Sera, 13 marzo 2026
Khamenei, minacce e appelli
Verso l’ora di pranzo, i canali della tv di Stato iraniana interrompono i programmi. Notizia straordinaria: c’è il primo messaggio della nuova Guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali. Non un video, né un audio pronunciato dalla sua voce, ma un testo scritto, letto da una giornalista avvolta in un chador nero, come piace alla Repubblica Islamica. L’assenza del leader, nominato da cinque giorni, aumenta i dubbi sulla sua salute – ferito a una gamba nei raid che hanno ucciso il padre, la madre, la moglie e un figlio —, e conferma un certo timore per la sua sicurezza.
Il tono è severo, quasi più duro di quello del padre. Niente spiragli di moderazione, nessuna parola che lasci intravedere una possibile de-escalation. Usa un linguaggio da generale dei pasdaran – i fedelissimi, artefici della sua ascesa al turbante – carico di sfida e di retorica bellicista. Due i perni del messaggio: l’ordine di mantenere il blocco dello Stretto di Hormuz e l’appello ai Paesi vicini a chiudere le basi militari americane utilizzate per colpire l’Iran. «La leva del blocco dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata come strumento di pressione contro il nemico», scrive Khamenei. Che conferma la strategia del regime dettata, si pensa, dal padre, ossia quella di bloccare il passaggio percorso da un quinto del petrolio mondiale, come arma di deterrenza suprema.
Sui Paesi del Golfo, esausti dal diluvio di missili e droni iraniani, dice:«Crediamo ancora nella necessità di rapporti di amicizia con i Paesi della regione, ma essi devono chiarire la loro posizione verso coloro che hanno violato la nostra patria e ucciso il nostro popolo». E: «Consiglio loro di chiudere al più presto le basi americane, perché ormai è evidente che la promessa degli Stati Uniti di garantire sicurezza e pace non era altro che una menzogna».
Mojtaba non si ferma qui, raddoppia. Chiede risarcimenti per i danni alle infrastrutture, con un ultimatum: «Riceveremo un risarcimento dal nemico per i danni inflitti alle proprietà del nostro popolo; se esso rifiuterà, prenderemo dalle sue proprietà quanto riterremo necessario oppure distruggeremo una quantità equivalente di beni». Poi, invoca coesione interna, scongiurando possibili proteste: «L’unità della nazione iraniana, che emerge nei momenti difficili, non deve essere minata», e le divergenze politiche accantonate di fronte al nemico comune.
Mentre Donald Trump, a giorni alterni, parla di guerra che volge al termine, Mojtaba vede altro: «Assicuro a tutti che non ci asterremo dal vendicare il sangue dei nostri martiri. La rappresaglia che abbiamo in mente non si limita al solo martirio del grande leader della Rivoluzione; piuttosto, ogni membro della nazione martirizzato dal nemico costituisce un caso a sé stante nel fascicolo della vendetta». E cita la scuola di Minab e i suoi 175 morti, soprattutto bambini, uccisi in un raid probabilmente americano: «Questi casi rivestono uno status speciale in questo processo di accertamento della verità». Ringrazia «i nostri coraggiosi combattenti» dell’esercito e non si dimentica degli amici, Hezbollah libanese e gli Houthi – anche se la milizia yemenita non è (ancora) intervenuta.
Dedica la prima parte del messaggio al padre. «Ho visitato il corpo di mio padre dopo la morte, e ciò che ho visto era una montagna di fermezza». E aggiunge un dettaglio: «Il pugno della sua mano rimasta intatta era ancora serrato». Si riferisce alla mano sinistra, quella non paralizzata dall’attentato del 1981. Definisce il ruolo che gli spetta «un compito molto difficile». E pubblica il discorso sul suo nuovo profilo su X, quello da ayatollah. Sempre su X, Ali Larijani, capo della Sicurezza, minaccia: «Trump vuole una vittoria lampo. Iniziare una guerra è facile, ma non si vince con pochi tweet. Non molleremo finché non vi pentire di questo errore». I media iraniani avvertono che tutte le strutture petrolifere ed energetiche della regione con interessi Usa sono obiettivi legittimi. E, intanto, bombe su Teheran.