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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Enrico Calamai: "Ho salvato i giovani di Baires ma non chiamatemi Schindler"

Certe firme pesano più di un ordine militare. In Argentina, in piena dittatura, quella di Enrico Calamai spalancò le porte di una nuova vita a militanti di sinistra, sindacalisti e giovani che, altrimenti, oggi sarebbero desaparecidos. I passaporti consegnati da quel giovane console salvarono 300/400 persone. Qualcuno l’ha soprannominato “Schindler di Buenos Aires”, definizione che gli fa storcere il naso. Oggi, a 50 anni dal golpe del 1976 (l’anniversario cade il 24 marzo), Calamai rifiuta l’etichetta di eroe: «Ho solo fatto il mio dovere», sussurra.
Quando iniziò la sua avventura diplomatica?
«Arrivai a Buenos Aires nel 1972, a 27 anni. Il lavoro al consolato non era tra i più ambiti, ma un aspetto umano lo riscattava: si potevano aiutare persone bisognose».
Due anni dopo, la Farnesina la mandò in Cile. Cosa era accaduto?
«L’ambasciata a Santiago aveva dato rifugio a numerosi oppositori di Pinochet dopo il golpe del ’73. Il funzionario Roberto Toscano fu dichiarato persona non grata. In Italia l’opinione pubblica era contraria alla normalizzazione dei rapporti con i militari e Roma inviò me, senza accreditamento ufficiale».
Il 24 marzo 1976 arriva il golpe in Argentina. Che ricordo ha di quel giorno?
«Per strada sembrava tutto normale: il centro di Buenos Aires affollato, code per i ristoranti e i teatri. Niente carri armati in strada o stadi usati come centri di tortura, come invece avvenne in Cile tre anni prima».
Quando si accorse che dietro l’apparente normalità aveva iniziato a operare la macchina della repressione?
«La sera stessa Giangiacomo Foà, corrispondente del Corriere della sera, mi raccontò che lontano dal centro c’erano irruzioni in casa da parte di militari che portavano via i giovani. Poi in Consolato iniziarono ad arrivare famiglie provenienti da diverse zone dell’enorme periferia di Buenos Aires».
Cosa raccontavano?
«La storia era identica: l’arrivo dei militari di notte, il figlio malmenato e portato via su auto senza targa. Poi la stessa frase: “Al commissariato vi diranno dov’è”. Lì, però, veniva detto loro che non era stato arrestato: “Se non ha fatto nulla, tornerà”, ripetevano».
L’inizio della “desaparición”, sistema che cancellò nomi e corpi: in pochi anni sparirono 30 mila persone.
«Una enorme messinscena per depistare l’opinione pubblica occidentale. I giovani torturati andavano fatti sparire: una strategia per una società ormai fortemente iconografica. La scomparsa del cadavere rende il delitto perfetto. Meglio: lo annulla. Dai tempi di Antigone si uccide ma si restituisce il corpo per i riti funebri. La sparizione, invece, lascia un filo di speranza che, paradossalmente, infinitizza il dolore. Sarà l’impazzimento provocato da tale insostenibile dolore a spingere le madri a scendere in piazza, sfidando, uniche in tutta Argentina, la rabbia spietata dei militari».
Lei come reagì a quella violenza?
«L’ambasciata chiuse le porte per evitare un’altra Santiago e al Consolato arrivarono decine di ragazzi che cercavano rifugio. “I militari ci tortureranno e uccideranno”, dicevano. Capii che potevo aiutarli perché firmavo i passaporti e disponevo i rimpatri, con biglietti aerei per l’Italia».
Inventò un sistema per far fuggire giovani militanti e dissidenti. Come funzionava?
«Li facevamo partire da Aeroparque, lo scalo più piccolo e con meno controlli militari. Le persone partivano per Montevideo con la carta d’identità e all’arrivo presentavano il passaporto italiano. Nella nostra ambasciata in Uruguay trovavano un biglietto aereo per arrivare a Roma».
Fece tutto da solo?
«Il giornalista Giangiacomo Foà e il sindacalista Filippo Di Benedetto erano ingranaggi fondamentali. Grazie a loro venivano comunicati in Italia i nomi di chi doveva fuggire. Il Pci, con un’interpellanza parlamentare o un trafiletto sull’Unità, poteva sollevare il caso. Il ministero, che temeva scandali, dava indicazioni di mettere in salvo quelle persone. Poi Foà fu minacciato di morte e dovette fuggire, nel giro di 24 ore, dall’Argentina».
L’hanno soprannominata “Schindler di Buenos Aires”. La definizione le piace?
«Niente affatto. Schindler era uomo d’affari, io un funzionario dello Stato italiano, la cui costituzione prevede il rispetto dei diritti umani. Ho solo fatto il mio dovere in sintonia con l’opinione pubblica italiana, che aveva reagito con sdegno alle atrocità commesse dai militari in Cile nel 1973».
Nel suo libro “Niente asilo politico” punta il dito contro il governo italiano. Cosa avrebbe potuto fare?
«Prendere posizione contro le violazioni di diritti umani, o tutelare i connazionali. Ma l’esecutivo sosteneva che in Argentina la situazione era tranquilla: il sistema produttivo puntava ad avere buoni rapporti con il regime militare».
Le capita ancora di sognare i volti di quei ragazzi arrivati in Consolato?
«Da tempo non sogno. Sono un sopravvissuto, porto dentro una ferita che si manifesta di notte. Alcuni psichiatri mi hanno spiegato che in realtà sogno, ma quei sogni vengono censurati».
Guardando indietro, ha rimpianti?
«L’unico è aver lasciato Buenos Aires, ma ero “bruciato” e sarei stato un pericolo per chi veniva a chiedere aiuto. Stavo molto male quando andai via: l’ultima porta ai perseguitati veniva chiusa».
Nel corpo diplomatico e alla Farnesina la sua condotta fu osteggiata. Pagò la sua “ribellione” con la carriera.
«Era scontato, il mio dissenso non poteva portare conseguenze positive. A Roma mi spostarono da un ufficio all’altro. Poi chiesi di andare a Madrid: mi mandarono a Kathmandu come ambasciatore, nel 1982. Dopo cinque anni fui trasferito a Kabul».
Tra pochi giorni tornerà in Argentina per ricevere un riconoscimento dalle famiglie dei desaparecidos. È emozionato?
«Tornare a 80 anni ha un forte peso emozionale. Sono felice che ad accompagnarmi ci sia mia figlia. Purtroppo il consolato ha cambiato sede, ma l’edificio è ancora dello Stato italiano. Spero che mi facciano entrare per affacciarmi dalla finestra e vedere il panorama e gli alberi che mi sono tanto cari».