il venerdì, 12 marzo 2026
Siamo andati a vedere che fine fanno i migranti espulsi dall’Ice
«Stai zitto e scendi». Così gli agenti dell’Ice, l’agenzia federale statunitense incaricata del controllo dell’immigrazione, degli arresti e dei rimpatri, si sono rivolti a Francisco, guatemalteco di 25 anni, quando, dopo un controllo stradale, si sono accorti che aveva il visto scaduto.
«Ho spiegato che ero in attesa della green card e che mia moglie è cittadina statunitense. Ma non è servito – ricorda Francisco –. Mi hanno trascinato fuori dall’auto e ho avuto solo il tempo di chiamarla perché venisse a prenderla». Poi ha lasciato le chiavi sul cruscotto ed è stato portato in un centro di detenzione in California.
Due mesi dopo l’arresto, alle 8 del mattino, Francisco scende dalla scaletta di un aereo insieme a circa ottanta connazionali. Tutti deportati. In silenzio e in fila indiana entrano nel Centro de Recepción de Retornados di Città del Guatemala, un Paese di cui Francisco è cittadino solo sulla carta.
Era arrivato negli Stati Uniti a due anni insieme ai genitori. Lì ha studiato e poi iniziato a lavorare nell’edilizia. «Guadagnavo 25 dollari all’ora con il mio lavoro, mi occupavo di impermeabilizzazioni. Ora non ho nessuna idea di cosa fare qui». Francisco parla spagnolo mischiato con parole inglesi. Poi diventa serio e guarda stranito la strada davanti alla Fuerza aerea guatemalteca, l’aeroporto militare di Città di Guatemala, dove atterrano ogni giorno voli di deportazione di Ice. Del Guatemala non riconosce nulla. Moglie, amici, genitori e la tromba che suona da dieci anni sono rimasti negli Stati Uniti.
Seduto su una panca aspetta un cugino di secondo grado conosciuto solamente per videochiamata. «Sto tornando a Quetzaltenango dove sono nato, ma non so neppure come è fatta la piazza principale«conclude. «Tra una settimana arriva mia moglie e vedremo cosa fare». Poi si ferma, guarda in alto e si scusa: «Non so che altro dirti. Non riesco quasi a respirare».
Nero su bianco
Sul suo foglio di deportazione la sentenza è chiara. Per dieci anni non potrà mettere piede negli Stati Uniti. Stessa cosa vale per Mauricio Martín, 19 anni, deportato con addosso tuta grigia e pantofole blu, l’uniforme dei centri di detenzione per migranti di Ice. «Ci trattano come criminali» racconta. «Durante il volo avevamo catene a mani, piedi e vita. Mi hanno trasferito da un aeroporto all’altro sempre ammanettato. Non riuscivamo neppure a bere o mangiare in queste condizioni. Non dormo da 72 ore. O forse di più. Non me lo ricordo». Alla ferita della deportazione, Mauricio Martín aggiunge i venti giorni trascorsi ad “Alligator Alcatraz”, centro di detenzione migratoria in Florida, più volte denunciato da organizzazioni come Amnesty International per violazioni dei diritti umani. «Eravamo 34 per cella, sembrava un pollaio» continua furioso «Ci facevano uscire un’ora ogni tre giorni per fare la doccia. Il cibo non bastava mai e ci tenevano sempre svegli con le luci accese. Un uomo anziano continuava a colpirsi il petto e ripeteva piangendo: “Ma io cosa ho fatto per meritarmi questo?”».
La privazione della libertà è dura da digerire soprattutto per chi non ha precedenti penali. Secondo i dati elaborati dal progetto Trac della Syracuse University, il 74 per cento delle persone detenute dall’Ice non ha commesso alcun reato e la maggior parte del resto ha precedenti legati solo a infrazioni del traffico.
Ogni settimana atterrano a Città del Guatemala tra i tredici e i quindici voli di deportazione, per un totale di circa 1.150 persone. Nei primi cinquanta giorni del 2026 sono stati rimpatriati 8.050 guatemaltechi. «Il numero delle deportazioni è diminuito rispetto all’amministrazione Biden» commenta Alfredo Danilo Rivera, direttore dell’Istituto di migrazione guatemalteco. «Nel 2024 sono state rimpatriate 76 mila persone e nel 2025 circa 55 mila. Ma oggi il 75 per cento sono arrestate negli Stati Uniti e non alla frontiera come in passato. Questo significa che hanno alle spalle anni di vita lì».
L’America Centrale vive di rimesse e le deportazioni hanno un impatto economico oltre che emotivo. In Guatemala l’invio di denaro da parte dei migranti rappresenta circa il 20 per cento del Pil e il 27 in Nicaragua, Salvador e Honduras.
Il business
A non smettere di fatturare è la macchina delle deportazioni e delle detenzioni gestita dall’Ice, con un budget in continua crescita. Tra i primi a beneficiarne ci sono le grandi imprese private come Geo Group e CoreCivic che controllano per conto dell’agenzia buona parte dei centri di detenzione per migranti. A febbraio le persone detenute sono state circa 68 mila con un costo per posto letto di 187,48 dollari al giorno, secondo il Budget Overview 2025 dell’Ice. Una cifra che, moltiplicata per migliaia di detenuti, alimenta un sistema miliardario. Al business delle deportazioni partecipano anche le compagnie aeree private statunitensi, tra cui Global Crossing Airlines, conosciuta come GlobalX, che nel 2024 ha firmato un contratto quinquennale per un totale di 65 milioni di dollari annuali e copre la maggior parte dei voli di deportazione verso l’America Latina. «Siamo oro vivo per l’Ice» dice un uomo appena deportato che preferisce non dare il suo nome «si fanno i soldi sulla nostra pelle e come se non bastasse le guardie mi hanno rubato il telefono, il portafogli con il bancomat e la catenina d’oro». Vicino a lui Mauricio Martín apre il sacco di plastica con i suoi effetti personali e cerca le scarpe e i lacci per potersi togliere le pantofole blu. «A me hanno rubato i soldi» sbuffa «avevo 900 dollari quando mi hanno preso e alla fine me ne hanno restituiti 240».
Lacrime e abbracci
Seduto in un angolo del Centro de Recepción de Retornados c’è Marcos. Ha 38 anni e gli occhi rossi per il pianto. «Oggi rivedo mio papà dopo 17 anni, ma non posso essere felice» sussurra «perché negli Stati Uniti ho lasciato le mie quattro bambine. Per me è come se la vita finisse così». Nate negli Stati Uniti, le figlie di Marcos hanno la cittadinanza grazie allo ius soli. Lui invece non ha mai avuto la possibilità di ottenere un visto e per la riunificazione familiare deve aspettare che la maggiore, oggi quindicenne, compia 21 anni. «Ho lavorato tutta la vita e ho anche pagato le tasse» continua «ma niente, l’Ice è entrata nella fabbrica dove lavoravo e ci hanno portato via in quindici, senza che il capo dicesse una parola. Basta che tu abbia la “faccia da latino” e ti arrestano. È una follia». Marcos non sa quando vedrà le sue figlie, che vanno a scuola negli Stati Uniti. «Vorrei farle venire qui, ma non voglio che soffrano. Loro sono abituate a vivere là» racconta. Un dilemma che si ingigantisce se associato alla situazione economica del Guatemala: il 56 per cento della popolazione vive in povertà.
Fuori dal Centro de Recepción de Retornados la luce è abbagliante e alcuni parenti attendono emozionati. Le persone deportate escono un po’ disorientate. Poi, chi ha qualcuno ad aspettarlo corre incontro ai parenti e si lascia cadere in un abbraccio di sollievo. Una madre stringe a sé il figlio, che ha ancora la tuta grigia addosso, e gli dice: «L’importante è che sei vivo. Il resto lo risolviamo».