Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Era mio zio: Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci avrebbe compiuto ottantacinque anni il 16 marzo. Novecento ne fa cinquanta. Ricorrenze che da sole raccontano quanto quella voce manchi e quanto continui a risuonare. A tenerla viva è oggi Valentina Ricciardelli Bertolucci, nipote del regista e presidente della Fondazione che porta il suo nome: tra celebrazioni nel mondo, libri e mostre, attraversa un patrimonio fatto di cinema e di memoria privata, di set e tavolate di famiglia.
I primi ricordi?
«Più che altro sensazioni, ero molto piccola. Bernardo è sempre stato nella mia vita. Andavamo spesso a Casarola d’estate, a trovare Attilio e Ninetta. Le prime memorie sono lì».
Come si viveva a Casarola?
«Per me era una sorta di avventura. È un posto molto isolato, e quando arrivavi sembrava di entrare in un’altra dimensione. Poi ho letto che Bernardo diceva la stessa cosa: Casarola era come un paese delle fiabe, proprio perché era così lontano dal resto del mondo. Ricordo gli odori delle stalle, lo scampanìo dei campanacci, il rito di andare a prendere il latte dai contadini con il barilotto. Quell’universo che è anche il mondo di Novecento. A Casarola era tutto più intenso, proprio perché quel luogo era così remoto. Ricordo il rito del tè delle cinque con zia Ninetta, che era australiana e ci teneva. E le mille discussioni, le tavolate, il silenzio dei boschi».
E poi c’era la townhouse londinese.
«Una casa stupenda, bohémienne, piena di libri, copioni, oggetti da tutto il mondo, cene eleganti, un via vai di artisti e intellettuali. Nel giardino ci avevano girato una scena di Notthing Hill. Ricordo le grandi colazioni inglesi del cuoco Antonio, che lo raggiungeva dal Tibet al deserto del Sahara. Eri lì con l’uovo in mano e ti chiedeva a bruciapelo: “Che pensi del mondo?”. Tu cercavi di svincolare. Mi diceva che è importante non avere paura. Lui si era sentito fragile sul set di La commare secca, molto più giovane della troupe: nella scena del cunicolo, la macchina da presa “non ci passava” e lui aveva scavato col martellino. O il panico davanti alle migliaia di comparse in L’ultimo imperatore, superato con un whisky bevuto la mattina insieme al produttore Jeremy Thomas. Amava i giochi di parole, e erano gli stessi, nel salotto o sul palco degli Oscar».
Il suo rapporto con Bernardo?
«A diciassette anni, quando vinse gli Oscar per L’ultimo imperatore, iniziai ad averne un po’ soggezione. Ma lui era gentile, sapeva conquistarti. L’ultima volta che ci siamo sentiti è stato per il mio compleanno, mio padre mi aveva preallertato e Bernardo c’era rimasto male, avrebbe voluto farmi una sorpresa. Pochi giorni dopo se ne è andato».
Il set di “Io ballo da sola”?
«Sono finita a fare da comparsa nella scena della festa, ballavo con Ignazio Oliva. Mi colpiva la naturalezza con cui Bernardo dirigeva un set così grande. Parlava con tutti, osservava tutto: passò accanto a un ragazzo che suonava la chitarra per conto suo, una comparsa, e lo inserì nel film. Dirigeva Jeremy Irons, Liv Tyler, Stefania Sandrelli e poi si mangiava tutti insieme. Si divertiva a fare cinema come un bambino, e da quel gioco riusciva a tirar fuori qualcosa di più complesso e profondo».
Clare Peploe e Bernardo?
«Clare era il suo grande amore. Erano due persone molto libere che si piacevano per tante cose: il fisico, l’intelletto, la curiosità. Condividevano l’amore per il cinema e la letteratura. Avevano anche le loro distanze, come una coppia che sta insieme da 40 anni. Ma anche quando si allontanavano un po’, poi si ritrovavano sempre. Clare gli è stata molto vicina fino alla fine. È stata davvero la creatrice della fondazione, anche se non ha fatto in tempo a vederla nascere. È come se avesse voluto custodire quella vita piena di bellezza costruita con lui».

Dopo la morte di Bernardo?
«Ci siamo sentite e viste spesso. Lei veniva a Milano, stava dai miei genitori: le ricordava una Londra in piccolo. Era anche un modo, credo, per cercare ancora Bernardo. Percepivo la sua grande solitudine. Erano stati davvero una famiglia l’uno per l’altra, anche senza figli». 
Che rapporto c’era tra Attilio, Bernardo e Giuseppe?
«Un legame profondo che nasceva soprattutto dalla figura del padre, Attilio. Più studio quella famiglia, più capisco quanto fosse un genio totale: in lui c’erano già sia Bernardo che Giuseppe. A tavola si poteva parlare dei tortelli, e un attimo dopo discutere di politica, di arte, di libri appena usciti. Era stato allievo di Roberto Longhi, amava la musica dal melodramma al jazz, era un cinefilo appassionato. È stato lui a insegnare a Zavattini ad andare al cinema. Bernardo ha sempre detto che il suo primo grande maestro è stato proprio Attilio».
I due fratelli?
«Bernardo diceva sempre: “Il mio maestro politico è Giuseppe”. Giuseppe era un grande intellettuale: direttore della Cineteca di Bologna, scriveva molto bene, era anche un ottimo pittore. Ho ritrovato nella soffitta di via Carini molti suoi disegni da ragazzo, bellissimi. Uno dei quadri che Bernardo teneva nella sua stanza a Casarola era un disegno di Giuseppe di delicatezza giapponese».
Le polemiche di “Ultimo tango”?
«Bernardo viveva quella vicenda con molta sofferenza. Era in totale buona fede, ha rilasciato alcune interviste un po’ ingenue, senza rendersi conto che quelle parole avrebbero potuto ritorcersi contro di lui. Soffriva per due motivi: perché sapeva che molte accuse non erano vere, e perché non era mai riuscito a riconciliarsi con Maria Schneider, e questo gli era rimasto come una ferita. Con Marlon Brando, invece, si erano ritrovati. Ho dovuto studiarla molto bene, anche perché ho una figlia molto femminista di ventun anni e non potevo affrontare la questione in modo superficiale».
Quando ha visto Bernardo felice?
«Quando poteva mostrarti un film: il proiettore nel salotto, tu sul divano e lui sulla chaise longue. Fu felice del Leone d’oro alla carriera a Venezia. Un momento importante fu la retrospettiva al MoMA di New York. Per anni aveva evitato il pubblico a causa della malattia, lì capì che poteva vivere quella nuova condizione senza vergogna e paura. Da allora lo vidi più sereno e libero. Perché Bernardo era la libertà».