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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

La docente licenziata da Harvard: «Sono innocente». Bill Ackman le pagherà le spese legali

È passato quasi un anno da quando l’università di Harvard ha revocato la cattedra a Francesca Gino, accusandola di aver falsificato i dati relativi alle sue ricerche in tema di psicologia comportamentale. Tuttavia, la docente di origini trentine – cresciuta nel piccolo paese di Tione – è determinata a dare battaglia e per questo ha portato l’ateneo statunitense in tribunale. La prossima udienza si terrà alla fine di quest’anno. «Ho sempre sostenuto in modo inequivocabile la mia innocenza», ribadisce Gino. «Non ho fabbricato, falsificato o manipolato i dati nella mia ricerca. Le anomalie individuate nei dati sono coerenti con quelli che ritengo essere errori involontari da parte degli assistenti di ricerca e risposte incoerenti al sondaggio, rischi ben documentati nella ricerca comportamentale e che non costituiscono una condotta scorretta in ambito accademico».
Le accuse
La professoressa trentina, considerata una delle migliori studiose al mondo nel suo settore, nel 2018 aveva pubblicato un libro dal titolo «Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita)». Opera diventata ben presto un successo editoriale. Qualche anno dopo, però, è iniziata la sua parabola discendente. Nel 2021 un gruppo composto da tre studiosi – Joseph Simmons, Leif Nelson e Uri Simonsohn (quest’ultimo un ex collaboratore di Gino) – ha pubblicato sul blog «Data Colada» delle accuse nei confronti della professoressa di Harvard. In alcuni degli studi esaminati (che prendevano in esame una compagnia assicurativa), Gino era arrivata alla conclusione che le persone avessero meno probabilità di agire in maniera disonesta firmando un impegno a comportarsi onestamente all’inizio dei documenti piuttosto che alla fine. Tuttavia, stando a quanto riportato dagli studiosi di «Data Colada», i risultati della ricerca sarebbero stati manipolati attraverso dei dati falsificati.

L’indagine interna
Dopo le accuse sollevate dai blogger, Harvard ha condotto un’indagine interna, riesaminando i lavori della docente e concludendo che, in almeno quattro studi, i dati sarebbero stati manipolati per arrivare a conclusioni più convincenti. Secondo l’università si sarebbe trattato di una frode nelle ricerche e per questo le venne ritirata la cattedra, dopodiché scattò il licenziamento. Gino ha sempre respinto con forza queste accuse arrivando a citare in giudizio il suo stesso ateneo per diffamazione e per il licenziamento considerato illegittimo. Nel 2024 un giudice federale del Massachusetts ha respinto le accuse di diffamazione contro Harvard (negli Stati Uniti la legge concede ampie libertà su questo tema), ma al contempo ha stabilito che il procedimento legale potesse proseguire in merito alle presunte violazioni contrattuali, alla violazione della buona fede e della correttezza e alla discriminazione di genere da parte dell’università. Anche Harvard ha poi denunciato l’accademica trentina per diffamazione.
La richiesta di reintegro
«La mia causa mette in discussione l’integrità del processo investigativo di Harvard», spiega Gino. «Il mio incarico implicava una nomina a vita, ma il modo in cui l’Harvard Business School mi ha trattata equivale a privarmi di qualsiasi possibilità di insegnare e questo rappresenta una violazione del contratto». Secondo i legali della docente, l’università non avrebbe conservato prove che avrebbero potuto scagionarla dalle accuse, limitando le sue possibilità di difendersi. Inoltre, Harvard avrebbe modificato più volte la base probatoria e avrebbe aggiustato le proprie conclusioni solo dopo aver visto alcune risposte fornite dalla professoressa per scagionarsi. Infine, l’ateneo avrebbe adottato una procedura mai utilizzata prima per arrivare al ritiro della cattedra. «Queste azioni mi hanno privato del diritto fondamentale a un giusto processo e hanno portato a un risultato profondamente ingiusto», commenta Gino. «Nessuna istituzione, per quanto grande o potente, può sottrarsi alla responsabilità di aver violato le proprie politiche». Oltre a un risarcimento, Gino pretende il reintegro come professoressa: «Chiedo una valutazione equa dei fatti, il rispetto degli standard stabiliti e l’opportunità di riabilitare il mio nome».
Il sostegno del miliardario 
Nel frattempo, l’accademica trentina ha trovato il supporto di alcune importanti personalità del mondo accademico ed economico. Tra questi c’è Lawrence Lessig – avvocato americano che insegna ad Harvard – con il quale Gino ha raccontato la sua vicenda in un podcast di sei puntate. Ma il sostegno più importante è arrivato dal miliardario statunitense Bill Ackman, che ha deciso di sobbarcarsi le spese legali della causa contro Harvard. «Il suo sostegno è iniziato nell’estate del 2024 – ammette Gino – dopo che lui e i suoi consulenti hanno esaminato in modo indipendente le prove che riguardano il mio caso». Ackman, che ha un patrimonio netto stimato di 9 miliardi di dollari, è stato un ex studente di Harvard ed è un importante donatore, ma da tempo è entrato in rotta di collisione con l’ateneo.
La versione di Ackman 
«Quasi nulla mi fa ribollire il sangue più di quando una grande e potente istituzione distrugge ingiustamente la reputazione di qualcuno, e la ragione principale per cui lo fa è quella di minimizzare la cattiva pubblicità nel tentativo di proteggere la propria “reputazione”», ha dichiarato il miliardario in un post su X. Ackman si è anche detto pronto a sostenere le spese legali di Gino fino a quando il suo nome non sarà riabilitato: «Ho imparato molto ad Harvard. Ora sto applicando ciò che ho imparato per proteggere Harvard da se stessa e aiutare qualcuno che ha bisogno di aiuto. Sono convinto che Gino sia completamente innocente», ha affermato l’imprenditore statunitense. Al di là delle opposte ricostruzioni, spetterà ora alla giustizia statunitense stabilire chi ha ragione. Il processo entrerà nel vivo nei prossimi mesi e potrebbe avere ripercussioni non solo sulla carriera della docente trentina, ma anche sul modo in cui le grandi università gestiscono le accuse di cattiva condotta accademica. Per Francesca Gino, intanto, la battaglia per riabilitare il proprio nome è tutt’altro che finita.