Corriere della Sera, 12 marzo 2026
Sorj Chalandon parla di suo padre
«Sono vivo, sono arrabbiato. Ma, come scrittore, può salvarmi soltanto la fiction, la narrativa»: e, se la fantasia è ereditaria, Sorj Chalandon, 73 anni, è stato quasi fortunato ad avere avuto un padre immaginifico come il suo, Jean, bello e bugiardo, camaleontico e mitomane, opportunista e millantatore.
Da quel genitore violento, che nei testi di Sorj ha perso diritto al nome, per ridursi a «l’Altro», e da un’infanzia tragica attinge ispirazione anche l’ultimo romanzo dello scrittore francese, Il libro di Kells (tradotto, come i precedenti, da Silvia Turato, e in libreria da domani per Guanda), a completamento della trilogia iniziata nel 2019 con La professione del padre (Keller editore) e proseguita nel 2024 con La furia (Guanda).
Dopo essere stato Émile, figlio maltrattato di un antisemita di estrema destra, e Jules, bambino evaso dalla colonia penale per minori, a Belle-Île, isola al largo della Bretagna, Sorj presta la voce e i ricordi personali a Kells, nome di battaglia di un adolescente fuggito da casa, a Lione, e senza tetto a Parigi per un anno. Come talismano ha con sé la cartolina che gli ha spedito un amico dall’Irlanda e che raffigura il Libro di Kells, un prezioso codice miniato di epoca medioevale. Mesi di fame, miseria, pericoli, espedienti, fino all’arruolamento nella sinistra radicale maoista, la Gauche Prolétarienne sessantottina: la sua nuova, turbolenta famiglia d’elezione.
Provvisoria, perché il destino aveva in serbo per Chalandon una lunga carriera di inviato al quotidiano «Libération», fin dalla fondazione nel 1973, e di commentatore al settimanale satirico «Le Canard Enchaîné».
La Gauche Prolétarienne era un gruppo duro. Kells familiarizza con le armi, le molotov, gli scontri di piazza e la caccia ai «ratti neri». In Italia sarebbe stato tentato dalle Brigate Rosse?
«Non so che cosa avrei fatto in Italia. Il nostro movimento si è auto dissolto qualche anno prima e, ad armarsi, sono stati i militanti di Action Directe, i suoi figli perduti. Ma in Francia non dovevamo riscattarci dal passato di genitori fascisti o nazisti. Ero a Libération quando arrivarono le immagini del ritrovamento del corpo di Aldo Moro e ho pianto. Ho pianto su ciò che saremmo potuti diventare».
Prima di incontrare i maoisti, Kells dorme per strada, si scalda nelle cantine, mangia quel che trova: le piacerebbe sapere che il suo romanzo cambia lo sguardo dei passanti sui senzatetto?
«È già successo. Mi è stato detto da chi presta aiuto nelle strade: molti non distolgono più lo sguardo, e talvolta sorridono. È brutto sentirsi trasparenti, un pezzo di muro o di marciapiede. Un sorriso, per noi, era il sole. Ma io non scrivo per guarire, scrivo per condividere».
Dunque «Il libro di Kells» chiude un ciclo?
«Sì, il ciclo su mio padre, ma anche sulla mia infanzia e sulla mia gioventù. La serie si chiude qui, ma è stata necessaria. Quando lui minacciava di mandarmi in quella colonia penitenziaria, ho giurato che un giorno ne avrei tratto un romanzo».
E «l’Altro» ha potuto leggerlo?
«È morto prima, nel 2014. Leggeva solo biografie di Hitler o qualche libro sulla Seconda guerra mondiale. Non capirebbe Il libro di Kells. Mi chiederebbe: davvero sei stato per strada così?».
Si è riconciliato con lui?
«Le menzogne sono peggio delle botte: non passano. Mi raccontava di essere stato un eroe della Resistenza. Alla fine della sua vita mi ha convocato a Lione: ti dirò tutta la verità, anche se ti ferirà. Ero nella divisione francese delle SS, in Russia; ero uno degli ultimi difensori del bunker di Hitler a Berlino. Mi ha mentito anche prima di morire».
Dov’era allora?
«In prigione, a Lille. Ho trovato il suo dossier militare e giudiziario: era stato nell’esercito francese e in quello collaborazionista di Pétain, ha disertato per la Resistenza, poi ha raggiunto i tedeschi in fuga. Ha cambiato cinque uniformi. Arrestato dagli americani e liberato nel 1946, è partito per la Tunisia. A un ballo di francesi, ha conosciuto mia madre e le ha detto di essere un agente segreto, un pastore presbiteriano, un campione di judo, un ex cantante amato da Edith Piaf, un leader dell’Oas, organizzazione armata di estrema destra. Dopo il suo funerale, mia madre ha cambiato la serratura: “con tuo padre, non si sa mai”, mi disse».