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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Albania, stop ai rimpatri. Governo contro le toghe

Il caso scoppia in due tempi. Di prima mattina Giorgia Meloni in Senato, durante le comunicazioni, torna a parlare dei Cpr in Albania: della storia di tre migranti rispediti in Italia dopo un intervento dei giudici. Premette: «Oggi l’Europa ci dice chiaramente che il governo italiano ha tutto il diritto a far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo». Pausa. Poi l’affondo: «Temo che per alcuni non basterà neanche questo, e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania». La presidente del Consiglio cita il recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo e – «è molto desolante doverlo raccontare», ammette – violenza sessuale su minore. Per i giudici, dice, non possono essere trattenuti né rimpatriati perché «hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale». Per Meloni sono «decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso». E conclude: «Nel pieno rispetto della Costituzione, continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per rispettare la volontà popolare di combattere l’immigrazione illegale e garantire la sicurezza ai cittadini».
Stop, scenario: questo affondo, l’ennesimo, entra a pieno titolo nella polemica del governo con una parte della magistratura, a meno di due settimane dal referendum sulla giustizia.
Passano però poche ore e viene diffuso il dispositivo del provvedimento dei giudici della Corte d’Appello di Roma che non hanno convalidato il trasferimento nel Cpr di Gjadër per alcuni richiedenti asilo. Sul protocollo siglato tra Roma e Tirana i giudici scrivono di nutrire dei «dubbi». La richiesta di convalida del trattenimento «non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando, questa Corte di Appello, della legittimità della disciplina e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea». E ancora: «Permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello con decreto del 24 aprile 2025 e ribaditi poi da questa Corte di Appello il 19 maggio 2025, rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda». E l’Albania, come si sa, non è uno Stato membro. Quindi se un migrante presenta una richiesta d’asilo, in maniera più o meno pretestuosa, non può essere spedito a Gjadër anche se secondo i trattati il centro si troverebbe in territorio italiano.
Lo scenario è destinato a cambiare il prossimo giugno quando entrerà in vigore il nuovo Patto europeo di migrazione e asilo che, fra le altre cose, riconosce la possibilità di «esternalizzare» in Paesi terzi, come appunto l’Albania, la gestione dei migranti, ampliando anche la lista dei Paesi sicuri per il rimpatrio. C’è poi un’altra data: il 23 marzo, ultimo giorno del voto per il referendum, la Corte di giustizia si esprimerà sulle pregiudiziali sollevate dalla Corte d’Appello. Nel governo si augurano che recepisca le nuove regole decise a Bruxelles. Fino a quel momento però la «polemica albanese» resta una freccia nell’arco del «Sì». Ecco Matteo Salvini: «Vota sì per fermare i giudici amici dei clandestini».