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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Il quartetto che guida l’Iran

La Repubblica islamica, che in fondo è sempre stata la Repubblica degli uomini – dei clerici, dei militari, dei fedelissimi della Rivoluzione – ha finalmente trovato il più importante di tutti: Mojtaba Khamenei. Ora che la Guida suprema ha un nome e un cognome, lo stesso del predecessore, l’equilibrio del regime sembra – almeno in apparenza – più saldo. Mentre l’Iran è immerso in una guerra feroce con Stati Uniti e Israele, e dopo l’uccisione di Ali Khamenei, il potere si è condensato nelle mani di un quartetto chiave composto da hardliner: Ali Larijani, Mohammad Bagher Ghalibaf, Mojtaba Khamenei e Ahmad Vahidi. Questi uomini, sopravvissuti ai raid che hanno decapitato gran parte dell’establishment, hanno riempito il vuoto che rischiava di diventare voragine. Lo hanno fatto intrecciando clero, parlamento, comando e forze armate, segnando un sentiero che sembra sempre più militarizzato, dove i pasdaran – o i loro amici fraterni – occupano spazi sempre più vasti.
Mojtaba Khamenei è il figlio del defunto ayatollah, e il 9 marzo l’Assemblea degli Esperti lo ha nominato Guida suprema. Ferito a una gamba negli attacchi, non si è ancora mostrato in pubblico, ma la scelta del suo nome manda un messaggio chiaro ai nemici e al mondo: la Repubblica islamica non arretra di un passo. È un segnale che preoccupa, perché i suoi legami strettissimi con le Guardie della Rivoluzione potrebbero spingere il regime verso una repressione ancora più dura. Come Guida suprema, Mojtaba ha l’ultima parola su tutto ciò che conta: politica estera e interna, strategie di sopravvivenza e di rivalsa. Di Mojtaba si sa pochissimo. Gli esperti lo descrivono come l’uomo ombra del padre, quello che tirava le fila nelle retrovie, sempre lontano dai palchi. Ed è proprio questa ombra a seminare dubbi sul futuro. Sarà più rigido sul nucleare? Diventerà un Bin Salman di Teheran? Le sorti politiche della Repubblica islamica, invece, sembrano essere soprattutto nella mani di Ali Larijani, veterano del nucleare, ex presidente del Parlamento e ora capo del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale – ruolo che Khamenei gli aveva appena affidato – che non avrebbe spinto per la nomina di Mojtaba. Larijani è l’uomo pragmatico in grado di reprimere le proteste con il pugno di ferro (vedi il massacro di gennaio), negoziare con Oman e Mosca, minacciare Trump: «Fate attenzione voi a non essere eliminati». Fratello di clerici potenti, in questo quartetto del potere è il collante istituzionale, quello che ha annunciato il consiglio temporaneo post-Khamenei e che ora gestisce la guerra, oscurando il presidente cosiddetto riformista Masoud Pezeshkian.
Poi c’è Mohammad Bagher Ghalibaf, che è l’attuale presidente del Parlamento ed ex comandante dei pasdaran, a lui è affidato il controllo del potere legislativo-militare. Con esperienza da sindaco di Teheran e capo dei Guardiani della Rivoluzione, controlla budget e leggi per finanziare la risposta bellica. Lui sì che ha voluto Mojtaba. Ahmad Vahidi è il nuovo comandante dei pasdaran. Ha preso il posto di Pkapour, ucciso nei raid il primo giorno. È accusato per la bomba a Buenos Aires contro l’Amia, l’Associazione ebraica, che nel 1994 fece 85 morti. Ex comandante delle Forze Quds, orchestra missili e proxy. Viene chiamato il «muscolo del regime» e ne è il miglior specchio.