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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Il gioco di Xi in Iran

Martedì l’Iran ha affidato un messaggio a un suo uomo piazzato in una posizione speciale: Pechino. Abdolreza Rahmani Fazli, ambasciatore di Teheran in Cina, ha spiegato in pubblico la posizione del suo Paese. «Come garanti della sicurezza dello Stretto di Hormuz, attribuiamo una grande importanza al passaggio sicuro delle navi di tutti i Paesi – ha detto il diplomatico, con un’evidente forzatura —. Ma se la sicurezza complessiva del passaggio e dell’area circostante non può essere garantita, allora noi non potremo garantire l’incolumità del transito da Hormuz».
Le parole dell’ambasciatore Fazli resteranno forse come l’eufemismo più sfacciato della terza guerra del Golfo. Poche ore dopo, le forze iraniane hanno aperto il fuoco contro tre grossi cargo e portacontainer con bandiera della Thailandia e altri Paesi estranei al conflitto. La marina americana ha dovuto sventare l’attività di sedici navi posamine nemiche. Eppure l’uscita dell’ambasciatore di Teheran in Cina era pesata parola per parola: «Il traffico sarà regolamentato – ha detto Abdolreza Rahmani Fazli —. Ma ciò non significa chiudere lo stretto».
Naturalmente è falso, perché l’Iran ha di fatto preso in ostaggio i flussi di greggio, fertilizzanti, alluminio ed elio del Golfo sui quali si reggono in parte gli equilibri di prezzo dell’economia internazionale. Contano però il messaggio implicito e il luogo dal quale esso è stato diffuso: il regime di Teheran prova a dettare le condizioni e lascia credere che potrebbe permettere una riapertura «regolamentata» dello stretto se gli attacchi israelo-americani si fermassero. Dirlo da Pechino significa cercare di rassicurare la superpotenza «amica» e invocarla in qualche modo quale arbitro degli assetti post bellici di Hormuz e del Golfo. Si tratta della mossa di un regime magari alle corde, ma fiducioso che anche Donald Trump sia prossimo alla sua soglia del dolore: c’è un limite oltre il quale la Casa Bianca non resiste alla destabilizzazione dei mercati e dei prezzi in America, e tenere chiuso Hormuz serve proprio ad avvicinare quel limite.
Anche i cinesi però avevano bisogno di rassicurazioni da Teheran, perché l’anno scorso il 52% del petrolio che hanno importato è arrivato dal Golfo Persico. Il governo e gli analisti di Pechino continuano a minimizzare gli effetti della guerra per il loro Paese, ma in questi dodici giorni hanno perso oltre metà degli approvvigionamenti abituali. Il primo fornitore della Cina oggi è la Russia, il secondo era l’Arabia Saudita e il terzo proprio l’Iran (anche se in dogana il suo greggio, sotto sanzioni, risulta ufficialmente estratto in Malesia). Il governo di Pechino doveva aver visto arrivare il conflitto, perché nei primi due mesi del 2026 ha aumentato gli acquisti di petrolio del 15,8% rispetto a un anno fa. Oggi le riserve strategiche della Repubblica popolare sono superiori a quelle complessive degli altri trentadue Paesi più avanzati al mondo: Europa e Stati Uniti inclusi.
Ma le élite cinesi hanno serie ragioni di preoccupazioni, in questa guerra. Se essa finisse con l’ascesa di un governo iraniano che risponde a Washington, allora l’America otterrebbe un controllo indiretto su Hormuz: per la Casa Bianca sarebbe come avere la mano sulla giugulare degli approvvigionamenti della Repubblica popolare, una vulnerabilità pericolosa per il governo di Pechino se in futuro dovesse tentare l’annessione militare di Taiwan. Anche per questo Xi Jinping sta facendo quanto può – senza esporsi – per preservare il potere degli ayatollah. Ha fatto inviare una nave-spia che aiuta Teheran nella ricognizione, fornisce la navigazione satellitare (BeiDou-3) per i tiri dei droni iraniani e sistemi radar in grado di tracciare i voli coperti degli americani.
Xi ripete spesso che «l’Oriente è in ascesa e l’Occidente al tramonto». Consiglieri politici del governo come Zheng Yongnian in questi giorni confessano che non sono così sicuri, a giudicare dalle attuali capacità militari statunitensi. Questa guerra può decidere se Xi aveva ragione, ma su un punto non dubita: vuole mantenere il vertice del 31 marzo con Trump a Pechino. Meno si fida del tycoon, più è interessato ad ascoltarlo di persona.