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 2026  marzo 12 Giovedì calendario

La resistenza dei pasdaran che imbarazza Trump

Sono due i messaggi che arrivano dal Golfo: l’Iran ha mantenuto le sue promesse belliche e ha adattato il proprio dispositivo. Non sono sorprese ma le conferme di quanto era stato messo in conto. È questa la valutazione del momento di un conflitto che nessuno sa come possa concludersi.
Nelle settimane precedenti a Epic Fury, Teheran aveva spiegato quale sarebbe stata la sua risposta a un eventuale assalto avversario. Attacchi alle basi americane nella regione. Ostacoli alla navigazione nello stretto di Hormuz. Ritorsione su più livelli (allusione a missioni coperte/eversive). Contraccolpi sull’economie. È ciò che avvenuto. Strano che trapelino commenti da Washington su una possibile sottovalutazione dei pericoli. Inoltre, sempre gli iraniani avevano insistito su un punto: Donald Trump non deve illudersi su uno scontro limitato dove, a un certo momento, decide di uscirne dichiarando la vittoria, era la precisazione: questa volta la sfida sarà globale ed estesa.
Il bluff
Un principio ribadito in queste ore mentre il presidente Usa ha rilanciato dicendo che finirà presto perché non c’è più niente da bombardare.
Il piano di Teheran punta a un conflitto d’attrito, una guerra continua che deve spaventare la Casa Bianca, i mercati, l’elettorato. I guardiani non vincono, ma non perdono. Ma la sfida nasconde anche un bluff perché l’Iran sta subendo danni consistenti e non è che fosse in buone condizioni prima delle ostilità. Repressione, inflazione, crisi idrica e tutto il corredo negativo dovuto sia all’embargo che agli errori di chi ha governato ignorando le rivendicazioni sociali. Tuttavia, per ora, Teheran cerca di tenere testa coinvolgendo il maggior numero di Paesi possibile. A questo servono droni e missili lanciati contro le monarchie sunnite, l’Azerbaigian, la Turchia, la più lontana Cipro.
Apparati militari
La strategia di Teheran è il risultato di esperienze disseminate nel tempo. Ha di fatto due apparati militari distinti, con i guardiani della rivoluzione e le unità regolari. Dispone di un sistema di sicurezza che non para le infiltrazioni ma è determinato nel reprimere le minacce interne. Conta su una sua tradizione di resistenza nata da anni di prove complesse. Agisce in un teatro conosciuto e ha avuto tempo per prepararsi.
L’arsenale missilistico e le falangi – a basso costo – dei droni kamikaze hanno consentito di portare avanti la battaglia. Lo scontro dei 12 giorni a giugno è servito per adeguare le tattiche. I guardiani hanno preso di mira aeroporti e raffinerie per incidere sul versante civile, con ripercussioni che vanno oltre i confini. Hanno tirato con precisione su installazioni importanti: almeno 17 i siti militari statunitensi centrati, dove sono stati messi fuori uso radar preziosi della rete antimissile e snodi per le comunicazioni.
Gli intercettori
Gli sciami di proiettili hanno costretto Usa, Israele e gli alleati a impiegare un alto numero di intercettori. Fonti citate dal New York Times hanno fornito alcuni dati: 100/250 Thaad (per alta quota), ossia tra il 20 e il 50 per cento delle scorte americane; 80 missili SM3; molte altre munizioni. Il Pentagono aveva accumulato rifornimenti, però in queste ore è stato costretto a trasferire con urgenza batterie e «colpi» dalla Corea del Sud. Segnali indiretti di un aggiustamento in corsa.
Oltre alla ritorsione il potere – da «buon regime» – ha pensato alla sopravvivenza della catena di comando affidandosi alla «dispersione» e alla maggiore autonomia concessa agli ufficiali. Le contromisure non hanno impedito l’uccisione della Guida Ali Khamenei e di generali ma non sono emerse fratture tali da far pensare a mutamenti drastici.
L’industria militare
Per contro l’offensiva congiunta dell’Idf e del Pentagono ha debilitato ulteriormente l’industria militare, le fabbriche di missili, il network di caserme, gli impianti strategici e molti equipaggiamenti. Quasi 3 mila i pasdaran uccisi, ha scritto Haaretz citando fonti israeliane. Messa fuori uso la metà dei lanciatori, sigillati dai bombardamenti i bunker che ospitano i missili, distrutte decine di navi, migliaia i target raggiunti, inesistente l’aviazione, ridotta l’efficienza della contraerea che comunque ha abbattuto almeno undici droni d’attacco Reaper (costano) e diversi mezzi analoghi israeliani. Gli effetti degli strike, che hanno provocato la morte di centinaia di civili, potrebbero vedersi più avanti, con il trascorrere dei giorni. Resta sempre il fattore sorpresa. L’Fbi ha dato l’allarme droni per la costa californiana, dopo la segnalazione di un possibile piano con velivoli lanciati da una nave: forse è un eccesso di precauzione ma la notizia rischia di fare il gioco di Teheran.
C’è, infine, un fronte sospeso e riguarda un passaggio geografico fondamentale, quello del Mar Rosso. Gli Houthi, il movimento sciita yemenita alleato dell’Iran, possono riprendere le aggressioni contro le navi. Per i commentatori forse è una carta di riserva tenuta nel caso l’Arabia Saudita decida di entrare in guerra. Oppure è una mossa da attuare nel quadro di una escalation fatta di passi successivi. Giustamente un osservatore, esaminando i rischi per Hormuz e altre rotte, ha indicato che non è necessario centrare il bersaglio. Per perturbare il traffico è sufficiente creare un’atmosfera di rischio con azioni saltuarie o rilasciando qualche mina come in queste ore.