Corriere della Sera, 12 marzo 2026
Iran, attacco a base italiana irachena e a navi petroliere
Casa Bianca e resto del mondo, o quasi, sembrano avere visioni opposte sulla guerra in Iran. Ieri Donald Trump si è pronunciato più volte su quella che ha definito «una piccola deviazione» dalla sua politica, concentrata sull’economia. In un’intervista al sito Axios ha dichiarato che il conflitto «finirà presto: praticamente non è rimasto nulla da colpire, solo qualche piccola cosa qua e là». E ancora: «La guerra sta andando alla grande, siamo molto in anticipo rispetto al programma. Abbiamo causato più danni di quanto pensassimo possibile nel periodo iniziale di sei settimane». E, in serata: «È bastata un’ora per vincere, ma non vogliamo andarcene troppo presto. Dobbiamo finire il nostro lavoro». Trump, inoltre, non vede pericoli nello Stretto di Hormuz,il braccio di mare che separa l’Iran dalle monarchie del Golfo. Ieri si è discusso molto del rischio mine. Trump afferma: «Non mi risulta che ce ne siano: invito le navi a transitarvi, garantiremo la massima sicurezza». Nello stesso tempo, però, fonti del Pentagono, scrive Reuters, segnalano che i pasdaran hanno nascosto 12 ordigni in mare, che sarebbero già stati localizzati. Ieri Bagdad ha fatto sapere che due navi cisterna sono state attaccate nelle acque territoriali irachene, hanno preso fuoco e gli equipaggi sono stati soccorsi.
Per il presidente Usa, comunque, la marina militare iraniana è stata danneggiata duramente, «anche se non abbiamo ancora finito»: affondate circa 60 unità, tra cui «31 posamine». In una nota del Dipartimento della Guerra, si legge, però, che ne sono state distrutte 16. Non è semplice orientarsi nel turbinio trumpiano. In ogni caso gli altri Paesi sono decisamente più allarmati: la controffensiva iraniana è intensa. Ieri altra ondata di missili e droni contro il Bahrein e le città degli Emirati Arabi, Dubai e Abu Dhabi. Le monarchie del Golfo, tuttavia, hanno deciso di non contrattaccare, ma di limitarsi a difendere, lavorando sotto traccia per la ripresa dei negoziati con la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei. Nello stesso tempo i pasdaran bersagliano le imbarcazioni nello Stretto. La «United Kingdom Maritime Trade Operations», l’authority britannica per la sicurezza marittima, ieri ha contato tre imbarcazioni colpite da «proiettili sconosciuti» e ha registrato «14 incidenti simili dall’inizio della guerra». Le Guardie della Rivoluzione hanno rivendicato due «colpi». Uno contro la Express Room, che batte bandiera della Liberia, ma, dice Teheran, «appartiene a Israele». L’altro ai danni della Mayree Naree, un mercantile thailandese. Tre marinai dispersi; altri 20 sono stati salvati dalla flotta dell’Oman. Gli iraniani annunciano di avere il pieno controllo di quel braccio di mare così strategico. Forse non è così, ma è difficile pensare che si possa navigare in sicurezza. Sul fronte terrestre, intanto, in serata il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto ha detto che un missile ha colpito la base italiana a Erbil. «Non ci sono vittime nel nostro personale», ha aggiunto.
In parallelo va affrontata l’emergenza petrolio, che ieri ha chiuso a 92 dollari al barile (qualità Brent), in linea con gli ultimi giorni. Secondo Trump «è un fatto transitorio». Prima dell’offensiva di Usa e Israele, da Hormuz passavano circa 17-18 milioni di barili al giorno, circa un quinto della domanda mondiale e un quarto del greggio trasportato via nave. Ora il flusso si è quasi interrotto. La prima contromisura multilaterale è stata adottata dall’International Energy Agency (Iea), l’organismo fondato nel 1974 per compensare gli squilibri del mercato. Ne fanno parte 32 Paesi che da soli coprono circa l’80% dei consumi. Ieri hanno deciso all’unanimità di mettere in circolazione 400 milioni di barili, attingendo alle riserve strategiche. La quota maggiore, circa il 70% secondo il presidente Emmanuel Macron, proviene dagli Stati del G7: Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada. C’è quindi una contraddizione interna a Washington. Da una parte, Trump è sicuro che la crisi sia passeggera; dall’altra i suoi rappresentanti nell’Iea riconoscono che la strozzatura rischia di frenare l’economia mondiale. I 400 milioni di barili possono compensare un blocco di Hormuz che duri al massimo 23-25 giorni. Ma lo stock non è infinito: i 32 Stati hanno messo in campo quasi un terzo delle riserve complessive, pari a 1,2 miliardi di barili. Altri 600 milioni di barili sono custoditi nei depositi dei singoli Stati.