Il Messaggero, 11 marzo 2026
Sull’atomo Europa e Italia a un bivio
Sono passati solo quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina ed è già scoppiato un nuovo grande conflitto, quello tra Israele, Stati Uniti e Iran.
L’Europa aveva appena preso con fatica le contromosse per svincolarsi dalla dipendenza dal gas russo e far ridiscendere l’inflazione divampata dopo l’invasione dell’Ucraina e si trova già in un’altra emergenza, con i prezzi dell’energia di nuovo alle stelle. Ritorna così la minaccia dell’inflazione o addirittura, come ha detto il Commissario europeo per l’economia Valdis Dombrovskis, della stagflazione: la poco piacevole situazione in cui le economie possono trovarsi in uno stato di recessione/stagnazione e contemporaneamente anche di inflazione. Detto rozzamente, i soldi in tasca non aumentano e la vita costa di più. Non sappiamo quanto durerà e come andrà a finire il conflitto con l’Iran, né quanto si protrarrà questa ennesima emergenza energia.
Ma una cosa è certa, finita questa ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora, fin tanto che l’Europa non raggiungerà una adeguata indipendenza energetica. Una autonomia assolutamente indispensabile, che metta finalmente al riparo l’industria europea da una continua ed inesorabile perdita di competitività e le famiglie dei Paesi dell’Ue da un ricorrente rischio di perdita di potere d’acquisto incombente sulle loro teste. Con tutte le inevitabili conseguenze negative sulla dinamica dei consumi, che sono il motore principale del Pil.
LA RICETTA
Pertanto, servono innanzitutto misure di breve periodo per arginare la nuova emergenza energia in corso, come ha detto nelle scorse ore il Ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti all’Ecofin. Ma, soprattutto, servono decisioni strategiche non più rinviabili per affrontare le carenze strutturali del continente, ridurre la dipendenza esterna ed impedire nuove emergenze energetiche future.
Diciamolo chiaramente: è giusto che l’Europa continui ad investire nelle energie rinnovabili ma non bastano il vento e il sole per gestire la transizione e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Serve ora più che mai anche l’energia nucleare. Non solo per compensare le intermittenze delle energie rinnovabili e per produrre l’energia elettrica di fondo necessaria per le fabbriche, le case, i server, gli uffici e l’intelligenza artificiale ma anche per alimentare le stesse colonnine per le auto elettriche, che altrimenti avranno le batterie scariche e non riusciranno ad uscire dai garage.
Ieri la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen finalmente lo ha ammesso: l’Europa ha sbagliato ad abbandonare il nucleare. Von der Leyen ha detto testualmente: “Nel 1990 un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, oggi si avvicina solo al 15%. Questa riduzione della quota di nucleare è stata una scelta. Credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte affidabile e conveniente di energia a basse emissioni. È una realtà che dovrebbe cambiare perché il nucleare e le energie rinnovabili hanno un ruolo chiave da svolgere e perché l’Europa potrebbe tornare a guidare il mondo, i reattori nucleari di nuova generazione potrebbero diventare un’esportazione europea di alta tecnologia e valore aggiunto”.
La presidente della Commissione europea ha lanciato questo messaggio all’incontro sull’energia nucleare in corso a Parigi. Per von der Leyen il sistema più efficiente combina nucleare ed energie rinnovabili ed è supportato da stoccaggio, flessibilità e reti. La Commissione ha presentato una strategia UE per i piccoli reattori modulari (SMR): l’obiettivo è che tale tecnologia sia operativa in Europa entro l’inizio degli anni ’30, in modo che possa svolgere un ruolo chiave accanto ai reattori nucleari tradizionali, in un sistema energetico flessibile, sicuro ed efficiente.
Se l’Europa rimpiange l’abbandono del nucleare e punta ai nuovi reattori, che cosa dovrebbe fare l’Italia, che a metà anni Sessanta del secolo scorso aveva tecnologie d’avanguardia ed era il terzo Paese al mondo per potenza nucleare installata dopo Stati Uniti e Gran Bretagna? Poi, come è noto, c’è stato il referendum e abbiamo passato il testimone della leadership atomica ai francesi. In più, i disastri di Three Mile Island, ernobyl e Fukushima con gli anni hanno fatto calare sull’energia nucleare una nuvola di pessima fama.
Ma, oggi, i piccoli reattori sono più maneggevoli e sicuri dei vecchi grandi impianti di fissione nucleare, di cui peraltro l’Italia “No Nukes” è letteralmente circondata a Est, Nord e Ovest. In altre parole, il nucleare di oggi non è più quello di una volta che suscitava perplessità e timori. E può garantire il giusto mix per compensare i limiti delle rinnovabili.
Per l’Italia, tra l’altro, partecipare al nuovo nucleare con una tecnologia europea può anche essere una opportunità per valorizzare le proprie competenze tecnologiche e industriali, quasi per nulla coinvolte invece nella filiera delle batterie elettriche, per le quali Europa e Italia sono totalmente dipendenti dalla Cina.
LA STRATEGIA
una decisione si impone per puntare agli Smr, superare i vecchi pregiudizi e i Nimby di turno, che nel nostro Paese non risparmiano peraltro neanche pale eoliche e rigassificatori. Anche perché l’Italia è perfino più esposta dell’Europa e di molti suoi Paesi vicini alla dipendenza dai combustibili fossili. E perché ha saputo conservare all’interno della sua manifattura delle filiere verticalmente integrate in cui, accanto ai settori a valle che creano gli avanzi commerciali del nostro Paese con il mondo (meccanica, moda, mobili, alimentare, farmaceutica, cosmetica, cantieristica), vi sono a monte settori energivori che ne garantiscono la competitività (acciaio e metalli non ferrosi, chimica, carta, vetro, ceramiche). Serve perciò senso di responsabilità e un accordo bipartisan per far partire rapidamente il nuovo nucleare nel nostro Paese: un accordo indispensabile per non far pesare solo sulle spalle del governo di turno una decisione forse a pelle elettoralmente non premiante quanto razionalmente necessaria.
Questa nuova drammatica crisi energetica è divampata proprio mentre l’Italia sta raccogliendo i frutti di un lungo lavoro di rilancio della propria crescita economica durato un decennio, a cui hanno contribuito imprese, cittadini e governi di tutti i colori. Tale rilancio, fatto di più Pil, più occupati, più potere d’acquisto delle famiglie e di un export del Made in Italy che è arrivato ad insidiare il quarto posto mondiale del Giappone, è dunque un patrimonio di tutti che deve essere protetto dalle conseguenze della crisi iraniana e dalle altre crisi (prevedibili) che arriveranno in futuro in assenza di una adeguata indipendenza energetica. Proprio in queste ore l’Eurostat ha diffuso nuovi dati sui Paesi dell’Euro area che confermano il primato dell’Italia nella crescita economica post-Covid, nonostante il leggero rallentamento registrato lo scorso anno.
Infatti, nel “G7 dell’Eurozona” (composto dai primi sette Paesi della moneta unica per numerosità della popolazione), l’Italia ha fatto registrare dal 2019 al 2025 la più forte crescita del PIL per abitante (+7,8%), davanti alla stessa Spagna (+5,1%), con la Francia (+3,1%) che è progredita meno della metà di noi e la Germania che si trova addirittura in recessione (-1,3%).
Il divario tra l’aumento del PIL per abitante italiano post-pandemia e quello delle altre economie si amplia ulteriormente se escludiamo il contributo alla crescita fornito dai consumi pubblici. Per capire la rilevanza del cambio di passo avvenuto negli ultimi sei anni nella nostra economia, basti pensare che nei periodi di durata di sei anni precedenti l’attuale (1996-2001, 2002-2007, 2008-2013, 2014-2019), l’Italia era sempre stata all’ultimo posto per crescita del Pil per abitante tra i Paesi del “G7 dell’Eurozona”, salvo nel 1996-2001, in cui la Germania post-unificazione aveva fatto peggio di noi. Il cambio di passo dell’economia italiana, dunque, c’è stato. Ora ne serve uno analogo nell’energia.