la Repubblica, 11 marzo 2026
Ernesto Rossi il cavaliere errante della libertà
Non fa male, anzi serve oggi più che mai ripassare quel che ha significato l’antifascismo in termini di fede, coerenza e sacrifici; e quale lezione hanno lasciato uomini come Ernesto Rossi. “Esto”, per gli amici, una specie di cavaliere errante della libertà che dietro al temperamento incandescente, la serietà, l’irrequietezza, la capacità di immaginare il futuro (vedi il Manifesto di Ventotene) anche dal carcere e poi dal confino si congedava talvolta nelle sue lettere facendo seguire alla firma un ricciolo da cui prendeva vita un pupazzetto, o forse era un burattino.
Sembra oggi incredibile, ma a Regina Coeli con i suoi compagni di cella Riccardo Bauer e Vittorio Foa Rossi traduceva da varie lingue ponderosi testi di economia ingaggiando pure interminabili tenzoni sull’idealismo crociano, che poi, homo ludens abitato da uno spiritello fanciullesco, si divertiva a parodiare in scanzonate vignette e versi: in alto una colomba («simbolicamente esprimer voglio/ lo Spirito Assoluto in cima al foglio»); sotto don Benedetto Croce grasso e discinto come un Buddha, al centro Foa e Bauer in forma di putti e in fondo lui, Esto, accucciato a dividersi il trogolo con un paio di porcelli: «Di pseudo-concetti ancor senz’ali/ ci saziam noi, empirici animali».
Ha fatto bene Laterza a ripubblicare (uscì per la prima volta con Einaudi nel 1977) Una Storia Italiana. Vita di Ernesto Rossi di Giuseppe Fiori (Laterza). Primo, perché si tratta di un magnifico esempio di biografia storica scritta da un grande giornalista, quindi aderente ai fatti, documentata e non pallosa; ma anche piena di umanità, a cominciare dal racconto della disgraziatissima famiglia di Rossi, la madre presa a revolverate dal padre, due sorelle suicide.
Secondo, perché in un tempo di semplificazioni tribali tipo TikTok – esemplari da questo punto di vista le frasette di Meloni su Ventotene – è giusto riscoprire tante cose che ormai si danno per scontate e in realtà abbandonate, la principale delle quali è il nesso palpitante e dimenticatissimo tra la politica, l’etica e la cultura; quindi l’importanza non solo degli ideali e delle idee, ma anche della parola, della lettura, dello studio a tavolino, della stampa, specie se clandestina, della stessa scrittura, per cui è commovente ricordare che in certe galere fasciste ai prigionieri politici era negata anche la penna e si arrangiavano con i fiammiferi carbonizzati.
Di tutto ciò Ernesto Rossi, economista e giornalista, un mangiapreti ben diffidente rispetto ai comunisti, personaggio dalla vulcanica e contraddittoria personalità, insieme curioso, ombroso, scherzoso, a tratti altezzoso, per sua intima natura avventuroso, sempre in fuga, fino a buttarsi giù dai treni o a simulare temerari scambi di persona, insomma un esempio tanto luminoso di ribelle democratico quanto originale e minoritario appare il suo percorso politico che copre quasi tutto il Novecento.
Precoce e deciso interventista, fascista redento dall’insegnamento di Gaetano Salvemini e divenuto liberale non lontano da Gobetti, poi spigoloso giacobino alla guida di imprese beffarde con il gruppo “Non mollare”, quindi la fondazione Giustizia e Libertà con i fratelli Rosselli e altri «pazzi melanconici»; per poi seguitare, tra il carcere, il confino e la sospirata libertà, la frequentazione con tanti del Partito d’azione (oltre a Foa e Bauer, Parri, Valiani, Rossi-Doria, La Malfa, Bobbio, Galante Garrone), fino all’approdo visionario al federalismo europeo attraverso la stretta, a volte anche tempestosa collaborazione con Altiero Spinelli; prima di fondare e infine a chiamarsi fuori sdegnato dal Partito radicale delle origini.
Per quanto impossibile, la domanda che sorge spontanea dopo aver letto la magistrale biografia di Peppino Fiori è che Italia sarebbe stata se nella formazione della classe dirigente nel dopoguerra fossero prevalse figure come Ernesto Rossi. E dire che con De Gasperi lavorò molto bene come integerrimo manager dell’azienda statale che si occupava di residuati bellici, l’Arar; così come, promozionandosi quale “rompiscatole nazionale”, divenne una delle colonne de Il Mondo di Pannunzio, testa pensante e promotore, insieme con Eugenio Scalfari, dei celebri convegni dell’Eliseo e autore di perfide ed efficaci campagne stampa contro i monopoli, i predoni di Stato e i «padroni del vapore».
Un raro e rispettabile esemplare di anti-italiano, insieme saggio e litigioso – sempre più litigioso, purtroppo, alla fine. Uno di quelli di cui, ad averlo visto in azione, si sentirebbe davvero la mancanza.
Ma anche così, in questo tempo sospeso fra regressione e baratro, depositario di un’utile lezione.