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 2026  marzo 11 Mercoledì calendario

Manager della Keyline risarcita per discriminazione

Anche ai piani alti di una delle più specchiate storie imprenditoriali del Nordest, si annida l’ombra dei veleni familiari e delle discriminazioni di genere. Proprio nei giorni in cui si festeggia la festa della donna, con consueto corredo di appelli e statistiche, a Treviso è stata pronunciata una sentenza che potrebbe fare scuola in termini di diritti. Nell’ambito di un contenzioso che ha come teatro la Keyline di Conegliano, la settimana scorsa il giudice del lavoro di Treviso non solo ha disposto il reintegro di una delle manager, annullandone il licenziamento, ma ha anche riconosciuto alla ricorrente, quantificandolo in 50 mila euro, un vero e proprio «danno da discriminazione». Quello che si legge nella sentenza è emblematico: «Tu non ti meriti la dirigenza e la posizione, io avrei bisogno di un uomo e per di più con esperienza» le diceva il capo. E ancora, dalle carte emerge come durante gli incontri aziendali, in presenza di altri dipendenti, l’amministratore dell’azienda ordinasse alla dirigente di fare i caffè a tutti i partecipanti affermando che ciò era compito suo (e della sorella) «in quanto donne».
La sentenza del tribunale
Secondo il tribunale questi comportamenti, ripetuti nel tempo e avvenuti davanti ad altri lavoratori, hanno avuto un carattere umiliante e dequalificante al punto da configurare una molestia discriminatoria legata al genere. Un ulteriore elemento che è risultato determinante nella vicenda processuale riguarda il fatto che la lettera di licenziamento, datata 29 luglio 2024, sia stata consegnata mentre la donna era incinta. Un mese prima le era stata notificata una contestazione disciplinare. La società, che ha nei ruoli apicali, fratellastro, la madre adottiva e il padre, le imputava l’uso della carta di credito aziendale per spese personali (un importo di circa 5.600 euro) e una presunta responsabilità operativa nel sovraccarico del magazzino nell’ambito delle attività aziendali svolte negli Stati Uniti. La protagonista lavorava da anni nella società «di famiglia» e aveva assunto la qualifica dirigenziale pochi mesi prima, a gennaio 2024. 
La risposta degli avvocati della donna
Gli avvocati della donna, Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile, hanno smontato gli addebiti punto per punto. È emerso in dibattimento come l’utilizzo per spese personali fosse una prassi tollerata e condivisa all’interno della famiglia che controllava la società. Anche l’altra contestazione – quella legata alla gestione del magazzino – viene ritenuta generica e non dimostrata. Rispetto al licenziamento, secondo il giudice, non si configura alcuna «colpa grave» tale da giustificare il licenziamento di una lavoratrice in stato gravidanza (categoria a cui la legge italiana riconosce tutele particolari). Oltre a stabilire un risarcimento di 50 mila euro per il danno da discriminazione, il Tribunale in primo grado ha stabilito dunque il reintegro e il riconoscimento degli stipendi arretrati (circa 112 mila euro) e un danno da stress di 1725 euro. Una storia simile coinvolge anche la sorellastra, licenziata nello stesso periodo, un mese dopo la nascita della figlia. A fare da sfondo a questo contenzioso forti tensioni interne alla dinasty imprenditoriale. «Condotte vessatorie, mobbizzanti e gravemente offensive» erano state denunciate già in due diffide nella primavera del 2024, pochi mesi prima del licenziamento.