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 2026  marzo 11 Mercoledì calendario

Su Alpi e Appennini 273 impianti sciistici dismessi.

Fotografie in bianco e nero. Qualcuna magari anche a colori, ma di quelli sbiaditi che caratterizzano le stampe degli anni Settanta. Se si cercano le immagini di alcune località sciistiche di bassa quota che in passato hanno avuto un loro perché, probabilmente si finisce di trovarne solo di questo tipo. Di alcune stazioni non c’è proprio più traccia: rimossi gli impianti e con essi anche il ricordo delle sciate un po’ naif che si svolgevano. Come ai Piani Resinelli, sopra Lecco, dove solo un palazzo-grattacielo resta a testimoniare il sogno delle piste a portata di Milano che negli anni 50 e 60 aveva fatto proliferare le piste. Pistarelle, in molti casi, ma che in un’Italia che stava imparando in massa a sciare si pensava potessero avere un perché e anche un potenziale. In altre località dove lo sci ha fatto le valigie da tempo, restano invece ancora pali e tralicci che un tempo reggevano i cavi degli skilift o qualche manufatto di cemento, ruderi che non è neppure possibile chiamare archeologia industriale e che fanno brutta mostra di se in mezzo a prati e boschi che si sono ripresi il loro spazio. 
Il cambiamento climatico non è solo un fenomeno recente, anche se è da poco che se ne parla con una certa intensità, e nel corso dei decenni sono molte le stazioni che hanno chiuso o interrotto l’attività. Ma è in questi anni che la crisi si è accentuata e sono ormai sempre meno le località in cui si può sciare con regolarità su neve naturale. L’apertura e la continuità delle stagioni turistiche invernali ormai è garantita solo dagli impianti di innevamento artificiale, che drenano risorse economiche e idriche e che neppure sono sempre sufficienti. Perché non basta essere attrezzati per la neve fai-da-te se poi non c’è abbastanza freddo per conservarla. Il risultato è che nel 2026 sono saliti a quota 273 gli impianti sciistici dismessi su Alpi e Appennini. Erano 265 un anno fa e 131 nel 2020.
Il numero emerge dal rapporto «Nevediversa 2026» di Legambiente, che ogni anno monitora le strutture sciistiche e ricettive sulle montagne italiane redigendo un bilancio che è inesorabilmente sempre in perdita. Non solo per gli impianti che restano fermi: sono stati calcolati almeno 247 «edifici sospesi», definizione che comprende alberghi, residence, strutture turistiche ricettive, complessi militari o produttivi legati al settore dismessi o sottoutilizzati. 
È il Piemonte la regione con il più alto numero di stazioni sciistiche dismesse: ne conta ben 76. Alle sue spalle c’è la Lombardia con 51. A livello di singoli impianti il rapporto ne calcola poi 106 chiusi temporaneamente,  98 che operano alternando aperture e chiusure e ben 231 impianti che ad oggi sopravvivono grazie ai fondi pubblici – che assorbono il 90% degli stanziamenti per il turismo invernale -, quelli che Legambiente definisce «casi di accanimento terapeutico», visto che senza la medicina del denaro iniettato per laghi artificiali per l’approviggionamento di acqua, cannoni sparaneve e altro non potrebbero sopravvivere: in testa c’è la Lombardia (63), seguita da Abruzzo (47) e Emilia-Romagna (34). Sono invece 169 i bacini per l’innevamento artificiale censiti nella Penisola,
la maggior parte si concentra in Trentino-Alto Adige, Lombardia e Piemonte. 
A guidare la graduatoria per gli «edifici sospesi» c’è invece la Valle D’Aosta (36), seguita anche qui da Lombardia (31) e Piemonte (20). Nell’area appenninica vanno citate invece Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15). Tra i casi simbolo, evidenzia Legambiente, c’è il Grand Hotel Wildbad, a San Candido, in Alto Adige, struttura dal valore storico-culturale, ma in forte stato di abbandono. 
Come se ne esce? Da tempo è avviato il dibattito sulla riconversione turistica delle località, trovando nuove attività per sostituire lo sci da discesa, diventato nel tempo l’equivalente una monocultura, o meglio una «monocoltura». E che proprio come le monocolture può subire maggiormente il venire meno di una condizione che a lungo ne aveva garantito la prosperità. Le montagne possono essere vissute anche a prescindere dalla neve, con una frequentazione di qualità che veda nel turismo green e responsabile una fonte alternativa di sostentamento per le comunità locali. Ma anni di trasformazione delle terre alte in parchi giochi per cittadini rischiano di perpetuare l’effetto luna park anche nelle strategie alternative. Che si traducono sempre più nel proliferare di strutture come piste tubing o bob estivo, forme di «intrattenimento artificiale con impianti non sempre sostenibili in ambiente montano». Di queste strutture ne sono state censite per la prima volta altre 28 nel corso dell’ultimo anno, con prevalenza in Lombardia (13) e Toscana (7).   
Va da sé che in questo contesto siano a rischio anche i grandi eventi sulla neve, a partire dai Giochi olimpici invernali. Anche quelli di Milano-Cortina hanno dovuto fare ampio utilizzo di neve artificiale, nonostante qualche nevicata vera abbia fatto capolino durante alcune delle gare. Ma studi scientifici prevedono che il 44% delle sedi olimpiche perderà l’affidabilità climatica nel giro di tre decenni. Anche se ormai le sedi sono le più variegate, si pensi a Pechino, alla stessa Milano o a Nizza – che è sul mare! – e ospiterà quelle del 2030. Nel caso dei Giochi paralimpici, che si svolgono un mese più tardi, andando incontro alla primavera, si stima che il 76% delle sedi idonee saranno di fatto inadatte: solo 22 su 93 resteranno utilizzabili. Resta poi sullo sfondo il tema degli impianti destinati ad ospitare discipline che poi non hanno forte riscontro nella pratica quotidiana, come il bob o il salto dal trampolino, e che rischiano di averlo ancora meno per effetto del cambiamento climatico. 
Contemporaneamente al report, è stato lanciato il «Manifesto della Carovana dell’accoglienza», nato dal confronto con le 300 località «Bandiere Verdi» dell’arco alpino, premiate in questi anni da Legambiente con il vessillo green e che investono su sostenibilità e innovazione rispondendo e adattandosi alla crisi climatica in corso. Il Manifesto, in dieci punti, sintetizza una possibile exit strategy per mantenere vivi i territori di montagna anche senza il turismo: dalla valorizzazione delle eccellenze ambientali al rispetto dei territori con la consapevolezza della loro fragilità. Si punta inoltre sulla «lentezza», non come rinuncia ma come conquista, di tempo e di piacere. C’è poi l’auspicio per un turismo partecipato a servizio della comunità. 
Stando ai dati Eurac Researc, la stagione nevosa dura oggi 22–34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10–20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello Swe (Snow Water Equivalent), ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale. Sugli Appennini la presenza di neve è sempre più instabile.  Questo si ripercuote anche sui dati del turismo: l’Osservatorio italiano del turismo montano, ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% del numero degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% del numero degli italiani che soggiornano su Alpi e Appennini, anche se restano comunque tanti, per un volume economico che supera i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi nel settore dell’ospitalità.
«Ogni impianto inattivo – dichiara Vanda Bonardo, responsabile Alpi di  Legambiente – ha un costo economico e testimonia la fragilità di un modello di turismo montano che riduce la montagna a scenografia. Infrastrutture abbandonate e neve artificiale rivelano i limiti di un’illusione collettiva, con ricadute sull’ambiente, sulle comunità e sulle generazioni future».