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 2026  marzo 11 Mercoledì calendario

Cassano sul calcio italiano di oggi

Antonio Cassano è in tournée nei teatri, con Adani e Ventola, protagonisti di «Viva el futbol» il format che spopola su YouTube e Twitch. Lunedì 16 il trio sarà all’Arcimboldi di Milano, già tutto esaurito.
«Sto imparando tante cose, è bello parlare con la gente, anche litigarci, se serve. Quello che mi nutre è l’idea di far capire alle persone che il calcio non è come viene raccontato. È andato in un’altra direzione».
Dopo il derby di Milano il New York Times ha scritto che il calcio italiano è «una slow motion ma almeno puoi ancora goderti il 40enne Modric». Che ne pensa?
«Premesso che Modric è uno dei grandi della storia, il derby è stato bruttissimo. Andiamo piano, siamo senza ritmo, senza qualità. Lo dico da anni, anche se lo dico in malo modo».
Perché la qualità del calcio si è così abbassata?
«Succede solo in Italia, dove continuiamo ad andare dietro ad Allegri – che ha meritato di vincere il derby sia chiaro —. La nostra filosofia è difenderci bene, sperando che succeda qualcosa davanti: ma è passata ormai da quindici anni».
Qui però entra in ballo la nostra cultura, dove conta solo chi vince. Lei stesso ha definito fallimentare l’ultima stagione di Inzaghi. O no?
«Certo, perché il problema è proporre calcio. E fallimentari per me sono stati tutti e quattro gli anni di Inzaghi all’Inter: era la squadra più forte e ha vinto solo uno scudetto».
Nel suo podio di allenatori chi c’è?
«Guardiola, poi Bielsa e De Zerbi, che non hanno vinto ma propongono sempre idee diverse, giocando un calcio divino a mille all’ora. Adesso tutti hanno scoperto Iraola del Bournemouth, ma sono tre anni che fa un gioco bellissimo. Per me il calcio è un’altra cosa da quello di Inzaghi o Allegri».
In Italia chi ha vinto con un calcio moderno?
«Spalletti è stato meraviglioso. Anche Conte. E Mancini ha fatto un Europeo fantastico: con l’Italia di Prandelli del 2012 è stata la Nazionale migliore, poi noi abbiamo beccato in finale la Spagna, forse la più forte della storia».
La sua idea di calcio è altissima, ma è legata a grandi sistemi: non c’è contraddizione con la sua carriera di fantasista anarchico?
«La mia idea è sempre stata quella del calcio dei numeri 10. Io emergo nel 1999 quando c’erano Zola, Mancini, Totti, Baggio, Del Piero, Pirlo spostato in mediana, Rui Costa, Kakà. Per me fare una partita di livello significava far divertire la gente, farle vedere la giocata, un cross come si deve, un assist. Poi sono innamorato di Rinus Michels, anche se l’Olanda non ha mai vinto niente, di Cruyff, di Sacchi, Luis Enrique, Guardiola: gente che ha cambiato il calcio, andando ben oltre i trofei vinti. Gente coraggiosa».
Ai tifosi però interessa vincere, non trova?
«Allora devono tifare Guardiola. Oppure guardare quello che sta costruendo Fabregas a Como».
Vale sempre la frase di Kolarov, oggi vice di Chivu, secondo cui «i tifosi non capiscono nulla»?
«È la scoperta dell’acqua calda!».
Il debuttante Chivu l’ha stupita?
«Sta andando oltre tutte le aspettative».
Nella testa di Chivu c’è un’Inter diversa?
«Lui viene dalla filosofia dell’Ajax e sono convinto che il prossimo anno cambierà l’Inter, giocando a 4 in difesa. Servirà una ristrutturazione ampia. Ci vogliono due centrocampisti, perché Calhanoglu andrà in Turchia e Barella fa fatica anche a correre. Il problema per fare un 4-2-3-1 sono gli esterni forti, che costano tanto, come del resto un mediano basso come Lobotka. Che secondo me andrà da Spalletti».
Spalletti fa un affare se resta alla Juve?
«Lo fa la Juve se lo tiene, perché è una squadra scarsa, senza giocatori di alto livello. La Juve può spendere, ma deve mandare via dieci giocatori».
Totti torna alla Roma o no?
«Qualcosa c’è stato. Ma se deve tornare per fare la sagoma, gli ho detto di lasciar perdere. Deve sentirsi utile e deve studiare e imparare il lavoro. Non può fare la vecchia gloria».
Sulla Nazionale ha qualche motivo di ottimismo in vista dei playoff?
«Ne ho due: l’allenatore e il portiere, che è l’unico campione che abbiamo. Gattuso tirerà fuori l’anima dai giocatori, anche attaccandoli al muro se serve. Temo la seconda partita, se sarà in casa del Galles che gioca a mille all’ora: abbiamo personalità e ritmo per farcela? Ne dubito».
È per questo che Gattuso richiama Verratti?
«È un rischio, non c’è dubbio. Ma Barella e Tonali non sono mai stati dei leader, poi c’è Locatelli che per me è improponibile. Verratti al 40% è meglio. Ma poi c’è anche il problema dell’attacco».
Ci sono troppe aspettative su Pio?
«È un bravissimo ragazzo, è umile, lavoratore. Ma l’anno scorso era in B e adesso che fa il titolare sente la pressione. Non mettiamogli troppo peso sulle spalle, con paragoni come quello con Vieri».
Quando lei spiega la sua idea di calcio a un suo amico come De Rossi che allena il Genoa e deve fare i conti con i punti, i tifosi, la stampa, come vi confrontate?
«Ha detto bene: peccato che tra i fattori che lei ha citato non ci sia il calcio. E solo in Italia è così. Non dobbiamo più pensare di essere un riferimento, con quattro stelle sul petto. La nostra vecchia filosofia del “primo non prenderle” non funziona più. Il calcio ha avuto un’evoluzione impressionante. E oltre le grandi, siamo indietro anche rispetto a Olanda, Portogallo, Norvegia, Uruguay. Non vi accorgete che tutti vanno avanti tranne noi?».
Le piacerebbe impegnarsi in prima persona, magari in Federazione?
«Non sarei capace, devo essere onesto. Una sola persona può cambiare le cose da presidente federale e premetto che non è mio amico e non lo sento: Paolo Maldini. Ha uno status, ha studiato, sa di cosa parla, non ha padroni».
I suoi figli giocano?
«Sì, nell’Entella, fanno tutti e due il mio ruolo: si divertono ed è l’unica cosa che conta. Le loro partite me le guardo in macchina».
Il calcio non l’ha mai cambiata?
«Solo a livello economico. Io dovevo portare il pane a casa, avevo fame. Altrimenti potevo fare il panettiere o il barista. Per me il calcio era divertimento, volevo stare bene. Per il resto, ero una testa di c., lo sono ancora e lo sarò sempre.
Però con tutti i disastri che ho fatto non ho mai fatto male a nessuno, solo a me stesso. E nessuno può dire che non sono una brava persona».