Corriere della Sera, 11 marzo 2026
Intervista a Emilio Isgrò
Emilio Isgrò a 88 anni cancella il mondo seduto a un tavolo bianco, in una casa-studio milanese piena di quadri, libri, carte geografiche. «Sto cancellando la Groenlandia», dice indicando uno dei suoi mappamondi, mentre la moglie Scilla gli ronza attorno (Scilla Velati, occhi a mandorla, raffinatissima, presenza decisiva nella vita del maestro e di questa intervista).
Non lo dica a Trump...
«Questi globi rappresentano proprio il mondo che vediamo oggi. Un mondo dove la guerra è diventata un’abitudine. Quando uno come lui dice: “Non hai le carte”, capisci che cosa manca: la pietà, la carità umana, la cura per i più deboli... (pausa). Ma senta: a suo avviso è ancora in senno?».
Bella domanda. Nel 1974 lei cancellò Mao, facendolo sparire nel suo vestito rosso. Oggi con Trump come si regolerebbe?
«Prenderei un suo particolare, lo ingrandirei e accanto gliene metterei uno di Putin. Fino a farli apparire identici. Perché identici sono. Anzi: Putin è più intelligente e più cinico. Quindi più pericoloso».
Interviene Scilla:«Ma perché aver paura della storia se abbiamo studiato il Vico? I corsi e i ricorsi...». Dice «il» Vico.
Qui in studio quante ore passa?
«Molte. Ma devo dire che spesso vado su in camera perché così posso stare da solo. Lei (Scilla) viene, trova la porta chiusa e si offende. Ma è come quando il direttore del giornale metteva la luce rossa fuori dallo studio».
La prima cancellatura nasce proprio in redazione, al Gazzettino, nel 1964. Si ricorda quel giorno?
«Ero al giornale. Allora i quotidiani come il Gazzettino o il Resto del Carlino avevano la funzione che aveva il Corriere: la terza pagina, la grande cultura. Io presi un articolo e lo cancellai col pennarello. Poi lo misi nel cassetto».
Semplice.
«Infatti capii subito che la gente non mi avrebbe creduto. Ma dietro c’era già tutto. Cancellando si crea un ostacolo tra l’occhio e la parola. Tu vedi una parola e pensi di averla capita. In realtà non la vedi più. Se la cancelli, allora la guardi davvero».
Anche «Il deserto dei tartari» di Buzzati nacque in redazione.
«Buzzati era un uomo molto intelligente. Un aristocratico nei modi. Veniva alle mie mostre. Mi regalò il suo Poema a fumetti con una dedica bellissima: “A Emilio Isgrò affinché mi cancelli”. Ce l’ho ancora».
Scilla si affretta con il libro in mano, lo apre: ecco la calligrafia di Buzzati, è un tuffo al cuore.
Il suo modello, però, era Montale.
«L’avevo conosciuto qui a Milano: apprezzava la mia poesia. Poi andai a Venezia, al Gazzettino, e quando lui veniva alla Fondazione Cini mi telefonava in redazione: “Isgrò, facciamo una passeggiata?”. Aveva paura dei ponti, di scivolare. Così si aggrappava al mio braccio».
Che immagine.
«Sì. Ma tra noi poi ci fu il gelo».
Perché?
«In quegli anni andavo in giro dicendo che la parola era morta. Lui ci restò male. Mi tolse quasi il saluto, mi evitava. Poi col tempo abbiamo ripreso il rapporto. Io non mi rendevo conto di essere stato sgradevole: lo dicevo per marcare la necessità della cancellatura».
Si è mai pentito?
«No. Forse oggi lo direi in un altro modo. Ma detto in un altro modo non avrebbe creato quello sconcerto».
A Venezia si sposò. La prima volta.
«Con Brigitte, una tedesca. Finì dopo sette anni. La verità è che non ci si sposa così giovani. È morta da poco, per me è stato un grande dispiacere. Ma Scilla la trattò sempre da sorella: divennero amicissime». Scilla è lì a due passi, si avvicina: «Se una persona trova interessante Emilio e io trovo interessante Emilio, evidentemente abbiamo delle cose in comune».
Beh, non è così scontato.
Scilla: «Ma io non sono gelosa di temperamento, non mi dà fastidio. E sarebbe tragico... con uno come lui. Con un artista, sarebbe demenziale».
Gli girano attorno in tante?
Scilla: «Eh, a lui! Valangate. Ma se lo vedo che bacia un’altra donna lo ammazzo».
La vostra è una grande storia d’amore.
«Siamo qui da 45 anni. Ci siamo conosciuti a una festa. Scilla era stata una famosa indossatrice e fotomodella. Aveva fatto la pubblicità della Saclà, le olive. Poi era diventata giornalista di Grazia. La incontrai allora».
Come andò?
«Eravamo all’hotel Diana. Ci presentò il mio collezionista Gianni Aglietta, lo stilista della Cerruti. Lei portava un vestito giallo. Bellissima. Pensai: è troppo per me, non ci provo neppure».
Scilla ride: «E glielo rimprovero tutti i giorni!».
Invece?
Scilla: «Ho dovuto chiamarlo io! Io, che ero abituata a essere corteggiatissima. Dopo due settimane. Alla Mondadori lavoravo in open space, sentivano tutti. Così mi sono infilata sotto il tavolo e l’ho chiamato: “Emilio, sono Scilla”».
E lui?
Scilla: «Mi fa: “Come stai, bene?”. E mi invitò quella sera stessa a casa sua, sulla terrazza».
Eh, il maestro...
Scilla: «Era una serata estiva milanese splendida. Verso le sei gli dissi: “Sai cosa mi piacerebbe? Essere a Venezia, all’Harry’s Bar con un Bellini e quei bastoncini meravigliosi”. Lui non ci pensò un attimo: mi caricò sulla sua Citroën e tre ore dopo eravamo a Venezia».
Come finì?
Scilla: «Mi fece girare tutta la città: la redazione del Gazzettino, i posti dove aveva lavorato. Io con le scarpe in mano. Alle cinque del mattino siamo arrivati a Padova, a casa di sua sorella. Alle sei mi aveva già presentata in famiglia».
Milano, Venezia. La Sicilia, sua terra natale. Dove si sente a casa?
«Mi sento europeo. E l’Europa deve credere di più in sé stessa. Mi chiedo: perché in certi musei italiani trovi l’ultimo texano e non Pier Paolo Calzolari e Gianni Colombo?».
Lei come si colloca?
«Non ho mai lottato per essere il primo. Ma non ho lottato neppure per essere il secondo».
Con l’arte è diventato ricco?
«Ce l’ho messa tutta per restare povero, non ci sono riuscito completamente».
Una follia l’ha mai fatta?
«Un’aragosta da Peck. Era Natale e mia moglie la voleva a tutti i costi. La compro: aveva la salsa rosa, che a lei non piace. Torno indietro: la prendo con la gelatina, non le piace neanche quella. Alla fine me la sono fatta preparare apposta. Credo di aver speso una cifra incredibile» (ride).
La prima cancellatura la conserva ancora?
«I collezionisti fanno a gara per averla, ma non la vendo. Io vendo malvolentieri le mie opere. Solo quelle necessarie a far circolare il lavoro».
E le ha mai regalate?
«Da giovane sì. Adesso me lo impediscono i mercanti. Alcune di quelle che ho regalato le ho ritrovate sul mercato. Ricordo il matrimonio di una famiglia importante di Milano: il fidanzato odiava la mia arte. Dopo poco la vidi comparire all’asta. Meglio fare opere ad personam: difficilmente uno se ne priva».
Con i mercanti che rapporto ha avuto?
«Conflittuale, sempre».
I falsi?
«Conserviamo l’album dei copioni, che ormai è diventato un’enciclopedia. Però noi abbiamo un archivio che grazie a Scilla è il più sicuro del mondo. E ci difendono i carabinieri: sono stati qui anche la settimana scorsa. Oggi comunque molti scambiano per opere mie i file di Epstein censurati».
Un figlio le manca?
«Se una moglie non ti chiede figli, vuol dire che ti ha adottato. Ho i miei nipoti. Uno fa lo chef in Giappone. Scilla mi ricorda sempre di chiamarlo. Mi vergogno a dirlo: non sono mai andato a trovarlo. Ma ci andrò».
Da giovane invocava l’ispirazione di muse popolari: Garinei e Giovannini, Renato Rascel. Se dovesse farlo oggi?
«Per Lucio Dalla ho nutrito un’autentica passione. Lo conobbi a casa di amici bolognesi. Con me fu dolcissimo. Mi lasciò subito il suo numero, ogni tanto ci telefonavamo».
Come sono le sue giornate?
«Sveglia alle 5. Faccio colazione con due biscotti e un orzo speciale. Poi un’ora di ginnastica: cyclette, scale, bastone. Leggo Corriere e Repubblica. E inizio a lavorare: in laboratorio o al computer. Nel mio caso scrittura e pittura sono spesso legati».
Durante queste due ore di incontro avrà risposto a dieci telefonate. Come fa?
«È il lavoro che mi tiene vivo. Ora ho in mente di cancellare il Faust nel testo di Goethe. E ho scritto un romanzo. Si intitola Lo spago spagnolo, è la storia di un paese siciliano di stralunati. È nel cassetto, ma non ho fretta di pubblicarlo. Sto cercando un editore, ma con calma. Aspetto».
La morte è una cancellatura?
«Anche se fosse, non sarebbe grave. Semmai è una cesura, non una censura. La cancellatura è fatta per rinascere, non per distruggere».