Corriere della Sera, 11 marzo 2026
Lo choc del Golfo sotto attacco
A Dubai hanno vietato fino a nuovo ordine piccoli droni, parapendii, ultraleggeri, qualsiasi cosa possa somigliare alla minaccia costante che arriva dall’altra sponda dall’Iran. Gli ultimi rapporti, in aggiornamento, denunciano 262 attacchi con missili balistici, otto cruise e oltre 1.470 droni kamikaze. Sei i morti, 122 i feriti. Colpita e fermata la raffineria di Ruwais, ad Abu Dhabi, una tra le più grandi al mondo.
Gli Emirati Arabi Uniti, confederazione di sette mini Stati, sono tra i principali bersagli dei pasdaran. Una ritorsione in parte attesa ma che sta andando oltre ogni previsione impegnando uno scudo composto da equipaggiamenti occidentali e russi, forse anche israeliani (ma non sarebbero ancora operativi). Sistemi che, stando alle autorità, svolgono la loro missione con successo con un alto rate di intercettamento ma non possono, come altrove, fermare lo sciame di proiettili che ogni giorno il nemico spara.
La storia tra questa rete di monarchie e l’Iran è iniziata subito con il piede sbagliato. Gli Emirati dovevano ancora nascere che nel 1971 l’esercito dell’allora Scià di Persia occupò Abu Musa, Grande e Piccola Tunb, i tre isolotti con pochi abitanti che dominano lo Stretto di Hormuz. Terre rivendicate da entrambi, punti geografici strategici fonte di una lite mai risolta. Ancora un anno fa Teheran ribadiva: non sono negoziabili. E la loro rilevanza è aumentata in modo esponenziale in parallelo alla crisi attuale.
Quel contrasto è entrato in un contenzioso allargato a temi multipli. Gli Emirati sono un prezioso alleato «atlantico». Gli americani e i francesi dispongono di basi e approdi, le intelligence collaborano in modo stretto, c’è una condivisione di idee e valutazioni. L’Iran è temuto e guardato con sospetto, tanto più se dovesse arrivare all’atomica: paure rinfocolate dai bombardamenti di questi giorni che hanno messo in discussione non solo la sicurezza di cittadini e di milioni di lavoratori stranieri ma anche scosso una piazza economica globale. Pensate solo al traffico dell’aeroporto di Dubai.
L’ostilità si è alternata con contatti, idee di mediazione, sospetti, iniziative dietro le quinte. Gli emiratini, come il Bahrein, hanno «aperto» ad Israele e ciò ha accresciuto l’avversione degli ayatollah. Perché Abu Dhabi, guidato da Mohammed bin Zayed, il presidente della Confederazione, ha aperto varchi interessanti a Tel Aviv nel Corno d’Africa, in particolare nel Somaliland, entità che si affaccia sull’altro grande snodo marittimo: Bab el Mandeb, la porta d’accesso al Mar Rosso. Iniziative parte di una strategia che porta i principi fino in Cirenaica e Sudan.
Per Teheran – ma anche per gli altri principi sunniti – le mosse degli EAU hanno rappresentato una pugnalata alle spalle in quanto favorirebbero il disegno della «Grande Israele». Contrasti accentuati dalla tragedia di Gaza: gli Emirati sono da sempre ostili ad Hamas, hanno finanziato almeno un clan armato nella Striscia, hanno promesso denaro per la realizzazione di un villaggio destinato ai profughi che certamente non sarà sotto il controllo della fazione islamica.
Le rivalità sono poi diventate guerra nello Yemen dove gli Emirati hanno prima partecipato all’azione contro Houthi filo-iraniani insieme ai sauditi e successivamente hanno sponsorizzato una delle componenti locali, l’STC. Movimento ieri forte, oggi in difficoltà che aveva dato modo agli emiratini di aggiudicarsi posizioni militari su alcune isole sempre in Mar Rosso.
Le distanze politiche evidenti tra Teheran e gli UAE si sono accorciate in nome degli affari. Nella confederazione vivono quasi 500 mila iraniani, molti di loro gestiscono società che hanno agganci diretti e indiretti con il regime o i pasdaran. Da Dubai passano mille sentieri di soldi, commerci, traffici leciti e di armi. Sempre qui si aprono scorciatoie per aggirare sanzioni ed embargo mentre tra le due coste sono sempre stati intensi gli scambi di ogni tipo di merce.
Gli Emirati, se volessero, potrebbero reagire tagliando l’erba sotto i piedi a questo mondo e hanno minacciato di farlo. Solo che anche loro pagherebbero un prezzo.