Corriere della Sera, 11 marzo 2026
Il «giorno peggiore» per gli iraniani
Che questa guerra sarebbe stata più grande, lo si era capito da subito. Che sarebbe stata più lunga, lo si constata oggi. Forse gli americani, quando hanno lanciato insieme agli israeliani l’attacco massiccio contro l’Iran, il 28 febbraio, s’illudevano di poterla chiudere in fretta, come nella «guerra dei dodici giorni» del 2025. Nelle primissime ore avevano decapitato la Repubblica islamica, eliminando la Guida suprema e una quarantina di dirigenti. Invece si è concluso l’undicesimo giorno – inizia oggi il dodicesimo – e ancora non si vede una exit strategy per questo conflitto, che coinvolge una dozzina di Paesi.
Ieri il segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha annunciato che sarebbe stato «il giorno di attacchi più intenso». E da Teheran confermano che è stato un giorno di bombardamenti massicci: è da venerdì che i raid americani e israeliani stanno colpendo la capitale con una veemenza maggiore.
Donald Trump, aveva detto lunedì che la fine della guerra è vicina, e le parole di Hegseth non lo contraddicono: l’impressione è che gli Usa stiano premendo sull’acceleratore, nella speranza di portare Teheran a un breaking point. Il regime, dal canto suo, rincara la dose di minacce: «Attento, rischi di essere eliminato anche tu», ha scritto su X il capo del Consiglio di sicurezza, Ali Larijani, in un avvertimento, neanche troppo velato, al presidente Usa. Ma, se Trump ha fretta di chiudere la partita, con qualsiasi appiglio che gli consenta di dichiarare vittoria, Israele la vede in modo più esistenziale, vuole un Iran – anzi l’«asse della resistenza» composto dalla Repubblica islamica e i suoi satelliti – indebolito al punto di non poter nuocere. Fonti vicine all’esecutivo di Benjamin Netanyahu dicono che il premier si sta preparando all’eventualità che Trump ponga fine alla guerra.
E che, proprio per questo, vorrebbe sfruttare al massimo il tempo per colpire con la massima forza. Soprattutto Hezbollah. La guerra si combatte (almeno) su cinque fronti. L’Iran, certo, dove i bombardamenti israelo-americani hanno causato 1.200 morti, e il Libano, dove lo Stato ebraico conduce massicci raid aerei per colpire Hezbollah e uomini di Teheran nel Paese arabo (oltre 500 morti). Poi il territorio israeliano, che fronteggia missili e droni lanciati sia dall’Iran che dal Libano. E, ancora, i Paesi arabi, che Teheran sta bersagliando: gli Emirati sono presi di mira più che Israele. E, infine, lo stretto di Hormuz.
In Libano, un Paese cha ha 6 milioni di abitanti, gli sfollati sono almeno 700 mila. Israele bombarda la valle della Bekaa, la periferia a sud di Beirut e, ora, il cuore della capitale, lontano dai quartieri roccaforte di Hezbollah. Colpito un hotel nel centro, dove, sostengono gli israeliani, alloggiavano dirigenti di Qods, la divisione dei pasdaran all’estero. Soprattutto, lo Stato ebraico invita la popolazione a lasciare le case, su una scala che non ha precedenti. Non più volantini che invitano a evacuare un certo edificio o quartiere: questa volta l’«ordine» è di abbandonare tutta la regione a sud del fiume Litani, l’8% del territorio nazionale, inclusa la città di Tiro. L’Idf ha schierato i suoi tank lungo il confine, lasciando presagire una nuova invasione via terra.
Come nell’ultima guerra con Hezbollah, il Nord di Israele avverte la pressione: in 1,3 milioni (tutti i residenti a nord di Haifa) sono nei rifugi. Negli ultimi giorni, invece, erano diminuiti gli attacchi iraniani contro le monarchie del Golfo: ieri, i «colpi» sugli Emirati sono tornati a salire, ma il numero resta inferiore rispetto ai primi giorni di guerra. Forse l’Iran sta finendo i droni. O forse sta facendo economia per i giorni a venire.