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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Intervista a Valerio De Paolis

Un collezionista, parola che può racchiudere diversi mondi, anche psichici, ma è soprattutto un uomo di cinema la cui storia si è svolta nei campi della produzione e della distribuzione. Una mostra è in corso a Roma al museo Bilotti delle fotografie che ha collezionato nel tempo. Il catalogo, edito da Contrasto, raccoglie le passioni di un voyeur sofisticato che alle immagini ha dedicato tempo, cura e denaro. Valerio De Paolis, 84 anni indossati con una certa disinvoltura, mi riceve nel suo studio romano. 
La fotografia è un complemento del suo lavoro cinematografico? 
«Terrei separati i due mondi, anche se in parte coincidono. La fotografia è stata soprattutto bellezza, per quel che la parola può ancora evocare. Il cinema no. Il cinema è rischio, scommessa, avventura. E soprattutto una professione, mentre il collezionismo è una passione che può degenerare in patologia». 
È l’aspetto più interessante. 
«Non a caso si parla spesso di mania, del desiderio profondo di possedere un certo oggetto. A me collezionare semplicemente piace. Pensi che ho cominciato collezionando Maggiolini». 
Le automobili della Volkswagen?
«Proprio quelle. Ero affascinato dalla forma a guscio. Ne misi in garage una decina. Mi resi conto che era una collezione ingombrante e passai agli orologi, che di spazio ne occupavano molto meno»
Si è mai interrogato sul perché colleziona oggetti? 
«È un gesto che mi tranquillizza. Sono insofferente, collezionare stabilizza il mio umore. Compensa qualcosa che probabilmente dentro non ho. E che rinvia all’infanzia». 
All’infanzia? 
«Sono nato a Torino nel 1942. Ero un bambino taciturno e solitario. Adolescenza complicata dal fatto che non avevo nessuna voglia di studiare. A 18 anni mi trovai davanti a un bivio: assecondare la volontà di mio padre, che voleva che mi laureassi, oppure mettermi a lavorare. Non ebbi alcun dubbio». 
Cosa fece? 
«Mio padre, che era un dirigente della Fox, mi piazzò sul set di un film. Fu il mio primo contatto vero con quel mondo». 
Che film era? 
«La storia di Francesco d’Assisi. L’anno, il 1960. La regia era di Michael Curtiz». 
Quello di “Casablanca”. 
«Casablanca doveva essere uno dei tanti B-movie che la Warner Bros confezionava negli anni Quaranta. Divenne una leggenda». 
Fu un bel battesimo per un diciottenne il set di Curtiz. 
«Ho avuto la fortuna di lavorare con registi molto importanti: Martin Ritt, Blake Edwards, Joseph Losey, Tony Richardson». 
Per lavorare cosa intende? Cosa faceva? 
«Ispettore e poi direttore di produzione. In pratica ero la presenza fissa e indispensabile sul set e fuori dal set. Qualunque problema, complicazione, desiderio del regista o degli attori e attrici era di mia competenza. Mai dire o pensare che una cosa non si potesse fare, che non fosse possibile. Una volta feci mettere un letto accanto al set, per dormire». 
Si ricorda il film? 
«Era Il colonnello Von Ryan di Mark Robson del 1965, con Frank Sinatra e Raffaella Carrà. Era ambientato durante la guerra». 
I giornali parlarono di una storia tra Sinatra e la Carrà. 
«Si era preso una sbandata, la corteggiava e sul set le regalò una collana».
Con Blake Edwards cosa ha girato? 
«Diversi film. Il primo fu La Pantera Rosa, che in parte realizzammo a Cortina». 
Conobbe Peter Sellers? 
«L’ho frequentato sul set e poi diventammo un po’ amici. Era un attore originalissimo e sorprendente, dotato di una comicità imbranata tutta sua. Era capace di sdoppiare la parte seria da quella ilare. Feci tre film con lui. Un giorno mi telefonò per chiedermi che rapporti avevo con De Sica. Poi mi disse che lo considerava uno dei più grandi registi della storia del cinema e che voleva assolutamente realizzare un film con lui. Alla fine Vittorio lo diresse in Caccia alla volpe e per quanto le aspettative fossero per entrambi altissime il film fu una delusione». 
Perché? 
«Avevano due visioni diverse del cinema. Oltretutto, alla sceneggiatura collaborarono Noël Coward e Cesare Zavattini. E anche lì non funzionò. Fu come mettere assieme la malizia e lo snobismo dell’uno con il realismo incantato dell’altro. La maionese impazzì. E vi contribuirono sia Sellers che De Sica. Ricordo Vittorio tutto il tempo dirmi: “A Valé sto film non verrà mai fuori!"». 
Che rapporto ha avuto con De Sica? 
«Meraviglioso. Interpretava l’idea di grandezza, qualunque cosa voglia dire, con la voce, il corpo, i gesti. Come il grande attore che era, mostrava recitando la sua ironia divertente. Lui per me è stato importantissimo». 
Lei ha lavorato anche con Elizabeth Taylor. 
«Nel film La scogliera dei desideri (Boom!). Altro film fallito. La Taylor non legò con il regista Joseph Losey che era persona complessa, tormentata, insicura. Scappato dall’America nel periodo del maccartismo, aveva ricominciato a girare film in Inghilterra con uno pseudonimo». 
"La scogliera dei desideri” si svolgeva in Sardegna. 
«Devo ammettere che era una storia assurda. Sceneggiatura di Noël Coward. Grande commediografo, per carità ma si perse nel racconto di una donna ricchissima che mentre detta o scrive le sue memorie aspetta sull’isola l’ultimo grande amore della sua vita. Ambientammo questo meraviglioso sogno su una scogliera a strapiombo, sulla quale costruimmo una villa». 
In che senso la costruiste? 
«Feci costruire a Capo Caccia una magnifica casa in legno compensato sapendo poi che l’avremmo demolita. Le riprese durarono mesi. Richard Burton a un certo punto saliva alla villa indossando una specie di assurdo kimono. Facevano a gara: la Taylor con i caffetani, lui con i kabuki. I costumi erano stati disegnati da un giovanissimo Karl Lagerfeld. C’erano tutti i presupposti per il capolavoro, si dimostrò uno dei più grandi fiaschi della storia del cinema». 
Burton e la Taylor stavano insieme? 
«Come no, vivevano su uno yacht ancorato nei pressi dell’isola. Nella riservatezza assoluta». 
E sul set? 
«C’era spesso molta agitazione. Losey era sempre in soggezione. A un certo punto fece la sua comparsa Ravi Shankar che suonò il suo maestoso sitar per la coppia. Era il periodo in cui andava di moda per le star la musica indiana. Un giorno poi si presentò sul set Tennessee Williams dal cui romanzo era stato ricavato il film. Era completamente ubriaco, si gettò sulla Taylor distesa su un letto confondendola con una sua controfigura. Il film malgrado i grandi nomi fu universalmente stroncato dalla critica». 
Mentre un successo che forse nessuno si aspettava è stato “Il padrino”. 
«Con Francis Ford Coppola lavorai al primo Padrino, nel 1971 (il film uscì nel 1972 ndr) e anche al Padrino parte II, nel 1973 (la pellicola uscì nel 1974 ndr). Fu un’esperienza notevole. Coppola era abbastanza stressato a causa di certi scontri con la Paramount che produceva il film». 
Scontri di che natura? 
«Coppola, per via delle sue origini italiane, voleva raccontare una mafia fuori dagli stereotipi, dove fosse marcata la presenza familiare e la vita domestica dei boss. Tutto questo gli arrivava dai racconti della madre. La produzione invece puntava su una trama puramente criminale, per cui alla fine volevano cacciarlo, anche a causa di certe scelte estetiche che non capivano. Non ci riuscirono e Il padrino dopo tante sofferenze e incomprensioni fu portato a termine». 
Si aspettava il capolavoro? 
«Chi poteva immaginarlo? Oltretutto, il successo mondiale fece decidere per il seguito e a quel punto fu Coppola a tenere in scacco la casa di produzione. Chiese la luna e gli fu data. E lui contraccambiò con un altro capolavoro». 
Lei poi non ha più lavorato con Coppola. Perché? 
«Non è esatto. La verità è che mi ero stancato della vita sul set e provai il salto: passare alla produzione, poca, e alla distribuzione di film, tanta. Comunque per Coppola coprodussi il film Un’altra giovinezza, ricavato dal romanzo di Mircea Eliade». 
Distante dai temi del cinema americano. 
«Infatti fu un bagno di sangue. Ne avevo già altri alle spalle ma per fortuna avevo intrapreso nel 1983 la strada della distribuzione fondando la Bim». 
Il suo ruolo era comprare film sul mercato internazionale e distribuirli.
«Compravo i film al buio, che era il solo modo per vincere la concorrenza. Il primo film che presi fu Jimmy Dean, Jimmy Dean di Robert Altman. In un’ambientazione teatrale il regista rievocava la figura di James Dean per discendere nell’inferno della memoria americana. Nonostante Altman avesse alle spalle Nashville e Il lungo addio il film non ebbe il successo che speravo». 
Il suo primo successo con Bim quale fu? 
«Nel 1986, Camera con vista. Mi chiamarono da Londra in piena notte proponendomi la pellicola. Due anni prima ero uscito con Il quarto uomo di Paul Verhoeven che aveva interessato la critica. Rischiai e acquistai al buio il film di James Ivory». 
In fondo le sue scelte provano che film di qualità possono arrivare al grande pubblico. 
«È rischioso ma accade. Segreti e bugie di Mike Leigh fu un altro successo. Palma per la miglior interpretazione femminile e Premio della giuria ecumenica a Cannes». 
Cosa significa rischiare? 
«Affidarsi all’istinto e non dormire la notte. Consapevole che se il film è un fiasco le tue finanze si prosciugheranno velocemente». 
Quanto velocemente? 
«Direttamente proporzionale all’assedio dei creditori e alle cause che ti intentano. In un’occasione, per far fronte al momento drammatico, ho dovuto vendere la mia collezione di orologi. La vita nel cinema è anche questo. Come pure le sorprese che non ti aspetti. Quando scoprii il cinema cinese non era facile credere ai loro registi. Nel 1992 presi La storia di Qiu Ju di Zhang Yimou nessuno si aspettava che avrebbe vinto il Leone d’Oro per il miglior film e la coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Subito dopo mi offrirono Addio mia concubina. A scatola chiusa. Il film durava tre ore. Pensai, e ora che faccio?». 
Che fece? 
«Riuscii a farmi prestare con un sotterfugio e tramite un amico francese la copia del film e visionarla. Era un capolavoro e fu un successo». 
A che cifra lo ha acquistato? 
«Mi pare intorno ai trecentomila dollari. Sono stati soldi ben spesi. Come pure lo furono quelli per La tigre e il dragone di Ang Lee e La foresta dei pugnali volanti di Zhang Yimou. Sono stato tra i primi a scoprire, oltre al cinema cinese, quello iraniano con Abbas Kiarostami. Ho distribuito i film di Ken Loach, tra cui Terra e libertà, Eric Rohmer, Peter Greenaway, Michael Moore, David Cronenberg, Lars Von Trier, Wim Wenders. Ho goduto per aver scelto Elephant di Gus Van Sant, 21 grammi di Alejandro Inarritu, The Queen di Stephen Frears, Into the Wild di Sean Penn. Ho amato Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel e Persepolis di Marie Satrapi» 
Non compaiono registi e film italiani. 
«È vero, qualcosa ho fatto e anche di interessante. Ma non so dirle perché. Molto del nostro cinema passa attraverso la televisione pubblica e quella di Mediaset. Oggettivamente gli spazi di intervento per un distributore sono esigui». 
Lei è ancora sul campo? 
«Ho venduto la Bim a una società francese continuando a gestirla nei cinque anni successivi. Oggi ho un’altra società in cui faccio un po’ le stesse cose. Se non lavoro non mi diverto». 
Più di sessant’anni di impegno in questo mondo. Cosa le manca? 
«Soprattutto il set che è stato una scuola di vita e quei miei vent’anni in cui tutto era possibile. Collezionare è anche far finta di colmare quella distanza. Dirsi tra sé e sé che quello che compri – una foto, un film, un oggetto – è in fondo un atto di narcisismo intelligente».