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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Intervista ad Alvin Curran

Un suono grave si spande nell’aria. È un uomo che soffia in una conchiglia e dice: «Vita mia – è un libro di filosofia: spiega come arrivare all’illuminazione mangiando... formiche!». Un intervento poetico nel film della regista e artista visiva Izumi Chiaraluce presentato alla Festa del cinema di Roma. Il nome dell’uomo è Alvin Curran. Sta parlando di un libro di Dacia Maraini che racconta la sua infanzia in un campo di prigionia giapponese, perché i suoi genitori, l’antropologo Fosco Maraini e la pittrice Topazia Alliata, avevano rifiutato di giurare fedeltà al fascismo mentre si trovavano in Giappone: per non morire di fame fu costretta a mangiare insetti. Ma anche la vita di Curran, compositore, sound artist improvvisatore, performer, se non drammatica è stata radicale e avventurosa. La sua influenza è stata enorme nel mondo dell’avanguardia e della sperimentazione: dall’uso dei microfoni a contatto alla sound art, dai field recordings già nel 1975, con Canti e vedute del Giardino Magnetico, alle installazioni sonore site specific in porti, laghi e fiumi di cui è stato precursore. Nato a Providence, in Rhode Island, ha 87 anni e vive da sessant’anni a Roma in una casa sul Colle Oppio colma di oggetti che lo raccontano: sintetizzatori, computer, conchiglie, appunti, spartiti, foto, un archivio dei testi e uno delle opere e, in soggiorno, un pianoforte, libri, dischi, quadri. Il suo mondo. 
Come finisce a Roma un giovane compositore americano nel 1965?
«Ci arrivai su un Maggiolino dopo un anno a Berlino finanziato dalla Ford Foundation – dietro cui c’era la CIA – non sto scherzando! Il piano era creare un argine culturale contro il comunismo sovietico in Europa. Ci sono molti libri a riguardo. Dopo un po’ sentii di aver bisogno di sole, caldo, buon cibo; cose che a Berlino allora non trovavi, così sono partito». 
In che modo si manteneva? 
«Sono un ottimo pianista jazz e così ho iniziato a suonare nei locali in via Veneto dove c’era questa assurda gente di Cinecittà: attrici, nobili decaduti, ricchi e ciarlatani. Un mondo sospeso tra la Dolce vita vera e quella di Fellini. Il primo incontro fulminante fu con Franco Evangelisti e il gruppo Nuova Consonanza – c’erano Egisto Macchi, Ivan Vandor e un certo Ennio Morricone che suonava la tromba. La sua colonna sonora di Per un pugno di dollari fu una rivelazione: era lontanissima dalle sperimentazioni di Nuova Consonanza. Morricone dimostrava già che poteva scrivere come Corelli o come Stockhausen». 
Un altro artista importante per lei fu il misteriosissimo Giacinto Scelsi. 
«Lo conobbi subito, nel 1965, facevo delle trascrizioni per lui. Era un aristocratico mistico, con l’autista, il cuoco e un’ossessione per il numero otto. Morì l’8 agosto del 1988. Era un genuino amico. Per i suoi 85 anni gli dedicai un pezzo: un Re bemolle grave, suonato ottantacinque volte». 
Cos’era Musica Elettronica Viva? 
«Il gruppo nato a casa di Allan Bryant in Campo de’ Fiori con me, Frederic Rzewski e Richard Teitelbaum. Rzewski era appena tornato da Buffalo dove aveva lavorato con John Cage e David Tudor. Era entusiasta dei microfoni a contatto: li appoggi su qualsiasi superficie – legno, vetro, metallo, alluminio – e senti le vibrazioni del materiale. Frederic era un visionario e un rivoluzionario nel senso più autentico. Marxista, impegnato per l’uguaglianza di tutti i popoli e di tutti i generi. Un vero “troublemaker": se in una stanza regnava la calma, lui entrava e buttava tutto in aria. Era il motore politico del gruppo, parlava quattro lingue, era straordinariamente colto». 
Il programma della CIA non aveva fatto un buon lavoro con lui... 
«No (ride). Trovammo uno studio a Trastevere e cominciammo a suonare – nessuno spartito, nessun direttore, nessuna regola. Funzionava. Pur essendo tutti compositori stavamo creando vera musica partendo dal nulla! Era il 1966. Nei sei anni successivi facemmo duecento concerti in tutto il mondo». 
E poi? 
«Non ci bastava: volevamo che il pubblico fosse parte integrante – arrivammo a invitarlo a suonare con noi. Alcune volte era un disastro. Ma altre volte accadevano cose che non avresti mai potuto immaginare». 
Come arriva poi all’album “Canti e vedute del Giardino Magnetico”?
«Avevo cominciato anni prima, quando stavo in via del Fico, a registrare la città. Pianoforte, sintetizzatore, nastri con suoni concreti, le voci. E poi i lupi registrati negli Abruzzi. Le voci notturne di Campo de’ Fiori. Era il 1973. Le copertine erano dipinti veri di Edith Schloss, la mia prima compagna. Sulla parete qui c’è il quadro originale di Fiori chiari, fiori oscuri (lo indica). Poi arriva la possibilità di insegnare all’Accademia d’arte drammatica, grazie a un’occupazione. Gli studenti mi avevano invitato e poi la scuola mi confermò. Non sarebbe potuto succedere in nessun altro paese al mondo. Mi cambiò la vita. Lavorare con gli studenti di teatro mi spinse verso spazi sempre più aperti. E mi portò a Memè Perlini – uno dei più grandi registi teatrali italiani per me. Facevamo pezzi senza testo: solo luce, movimento, costume, suono. Si è suicidato dieci anni fa». 
Cage e Stockhausen sono state altre figure importanti per lei? 
«Cage irradiava libertà intellettuale assoluta. Ti metteva in una condizione in cui qualunque cosa era possibile. Stockhausen era più duro, più complesso. Erano presenze enormi, ma non mi schiacciavano: mi davano coraggio. La musica italiana aveva però qualcosa che loro non avevano: un cuore. Nono, Berio – avevano un cuore. Avevo vinto una borsa per studiare con Berio, ma ormai dovevo già andare a studiare a Berlino e dovetti disdire. Nessun rimpianto. Ma non lo dimentico». 
Una delle sue opere più importanti è “Crystal Psalms”, 1988. 
«Per il cinquantesimo anniversario della “Kristallnacht”. Pinotto Fava alla Rai rese possibile una cosa mai fatta prima: un concerto dal vivo sincronizzato da varie città europei simultaneamente – Berlino, Copenhagen, Vienna, Roma, Amsterdam. Cori, musicisti, percussioni. Prima ero andato a Gerusalemme: avevo assistito ai riti del giorno del pentimento, le persone sedute sul pavimento, la cenere sulla fronte, le preghiere al muro del pianto. Da lì è nata la musica». 
"Shofar Rags” è un altro album cardine. Lei è religioso? 
«Sono cresciuto in una famiglia ebraica rigorosa. Ho fatto tutto – bar mitzvah, cantore, le funzioni. Poi un giorno mi sono svegliato e ho capito che ero fondamentalmente ateo. Lo shofar (il corno dell’ariete, strumento che fece crollare le mura di Gerico, ndr) è lo strumento dell’allarme, del pericolo, dell’annuncio. Non potevo scegliere niente di più giusto». 
Cos’è il suono? 
«Un atto spirituale. Non ha bisogno di un dio. In qualsiasi momento puoi sparire dentro il suono – non ci sei più, diventi il suono. È un dono. Non so chi me l’ha dato. Ma è un dono». 
E oggi cosa fa? 
«Uso l’intelligenza artificiale. Sistemi che generano suono autonomamente, all’interno di parametri che ho costruito io. Mi considerano un archivio vivente. Non è così. Io guardo avanti. Sempre».