Robinson, 8 marzo 2026
La verità, vi prego, sui trope
Estratto da Trope, I segreti della scrittura del romance & del fantasy
La critica si sviluppa su due (o meglio, tre) direttrici principali: – «Il trope rende la trama prevedibile.» – «È sempre la stessa roba.» – Aggiungiamoci anche il piccolo bonus: «Il romance non è vera letteratura, e la prova è che è sempre la stessa roba».
Quando si è all’apice, sia di vendite sia di interesse dei lettori, ci si attira sempre il malcontento di qualcuno. Criticare il romance è ormai di moda. Il romanzo pastorale, sentimentale, rosa, da edicola, l’harmony, il romance (dall’inglese romance novel)… insomma, questa letteratura d’amore, di sentimenti, poiché letta essenzialmente da donne, è sempre stata poco considerata. A volte basta pensare al sessismo per trovare la spiegazione a tanta ostilità.
Aggiungiamo poi che il romance non gode di buona fama anche perché è sempre stato principalmente percepito dal grande pubblico come commedia romantica (quindi leggera e non degna di interesse. Ah! Se davvero Aristotele avesse scritto il secondo libro della Poetica, dedicato appunto alla commedia, il mondo sarebbe molto diverso…) o dark romance (quindi trasgressivo e inadatto alla lettura da parte di un pubblico molto giovane).
Dal punto di vista letterario, poi, non c’è comportamento più idiota di chi vuole marcare con il segno dell’infamia un genere nel suo complesso. Ricordiamo una cosa evidente: ci sono romance ottimi e romance pessimi.
Diamo sempre più importanza all’opera rispetto al genere. E ora torniamo alle critiche accennate poco fa, cominciando da quelle sullo spoiler. Dobbiamo ammettere che i trope svelano elementi fondamentali dell’intreccio, del carattere dei personaggi e anche di certe peripezie. Di conseguenza, possono essere considerati colpevoli di spoilerare, appunto, il racconto. Ma ecco tre obiezioni importanti.
Come un trigger-warning (la lista di parole-chiave all’inizio di un’opera per informare i lettori degli argomenti sensibili trattati), il trope più che rivelare ciò che succede serve a far capire al lettore cosa aspettarsi dal libro. Possiamo paragonarlo a una lista di ingredienti: per gustare il piatto vero e proprio, ci serve la lettura.
In un romance il concetto di spoiler non funziona come in altri generi. La sfida non è quasi mai scoprire con chi finirà il personaggio principale. In genere, il love interest ("partner potenziale") è noto fin dalle prime pagine, se non dalla quarta di copertina. La domanda non è allora “chi?”, ma “come?": come finiranno insieme i due protagonisti?
Di conseguenza, il trope che definisce il romance non è tanto una rivelazione, quanto un’indicazione sul tipo di romance che il lettore si appresta a leggere. Ed è proprio questo che distingue un romance da un romanzo dove ci sono situazioni romantiche, in cui a tenere il lettore con il fiato sospeso è, invece, la domanda “chi?”.
Infine, e forse la cosa più importante: che male c’è? Il trope, se usato come strumento di marketing, dice qualcosa del romanzo tanto quanto il titolo, la copertina, la quarta di copertina e la casa editrice che lo pubblica. Tutto questo paratesto dà un’indicazione sulla natura del testo stesso. Permette di scegliere ciò che si vuole o non si vuole leggere. In breve, niente di grave.
«Sì, ma è sempre la stessa roba!»
Abbiamo già iniziato a dare una risposta: i trope propongono schemi narrativi ricorrenti. E uno schema è uno schizzo che chiede di essere arricchito. Del resto, il trope si limita a dare un nome a una forma narrativa che gli preesiste. In origine serviva a definire quanto veniva fatto, poi è diventato un vero e proprio strumento per fare. Ma non diamo colpe a un concetto per ciò che si limita a definire.
Innanzitutto è tipico del racconto di genere usare codici noti e attesi dal lettore. È quello che ci ricorda Matthieu Letourneux a proposito della scrittura seriale in Fictions à la chaîne: si tratta di «raccontare un’altra storia conservando le stesse caratteristiche del genere».
I trope sono insieme l’elemento comune e l’oggetto di variazione che, rimanendo sempre lo stesso, permette di raccontare qualcosa di sempre diverso. Sono lo strumento attraverso cui si compone il genere.
Non solo, l’utilizzo dei trope contribuisce alla creazione di una poetica che è propria del romance. Prima parlavamo di un “legame forte” nato da una comunità di conoscitori. Potremmo forzare le parole di Judith Schlanger in La mémoire des œuvres a proposito del “ciclo epico” e applicarle al romance affermando che «è la complicità del gruppo che rende possibile, praticabile, interessante, feconda una poetica della variabilità». Quindi, affinché la variazione possa svilupparsi è necessaria la conoscenza condivisa dei codici da parte della comunità dei lettori. «Prendendo come unità non l’opera o lo scrittore, ma il topos, il luogo condiviso, si ritrova anche l’idea di una cornice che dà origine e regola un numero indeterminato di casi possibili. Si tratta anche in questo caso di un campo che porta con sé l’idea delle varianti, che le legittima, le nutre e le moltiplica».
Stiamo qui facendo un chiaro parallelismo tra il “topos” e il “trope”. È attraverso la conoscenza di questa “cornice” (questo schema) che il lettore vede le somiglianze tra le opere ed esige quindi che l’autore si differenzi.
Il lavoro dell’autore, anch’egli un conoscitore, è quindi quello di «pescare il suo materiale dai dati generali (i precedenti), di cui incrocia gli elementi, li associa, li manipola, li combina, li restituisce in un modo che è solo suo. Tanto che il risultato, per quanto impregnato di elementi “in catalogo”, è sempre e comunque nuovo e diverso».
Il tutto diventa quindi un gioco tra l’autore e i lettori, un gioco che è la condizione necessaria per la creazione. Per i non-iniziati, il trope è solo un cliché, un luogo comune, uno stereotipo. Per noi, per voi, è la matrice della creazione letteraria nei romance, lo strumento che permette al romance di avere una poetica propria.