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 2026  marzo 10 Martedì calendario

Europarlamento, via libera alla stretta sui rimpatri

La stretta europea sui rimpatri dei migranti, che fa perno sugli hub extra-Ue, incassa il primo via libera parlamentare. E lo fa mandando in frantumi, ancora una volta, la maggioranza politica di larghe intese (popolari-socialisti-liberali) targata von der Leyen. Con un blitz dell’ultimo momento, i popolari del Ppe, principale forza del centrodestra e dell’emiciclo, hanno presentato un compromesso normativo su cui si sono riversati i voti dei gruppi del blocco di destra. Non solo i conservatori di Ecr (il gruppo di FdI), ma pure i patrioti di PfE (dove siede la Lega) e persino l’ala più radicale rappresentata dai sovranisti di Esn (la famiglia della “new entry” Vannacci).
Riunita a Strasburgo ieri sera, la commissione parlamentare per le Libertà civili ha approvato il testo alternativo presentato dall’eurodeputato francese del Ppe François-Xavier Bellamy con 41 sì, 32 no e un astenuto. Bocciato, invece, il report a firma del liberale olandese Malik Azmani, il relatore del dossier messo in decisa minoranza: a favore si sono espressi solo i suoi colleghi di Renew Europe. Socialisti, verdi e sinistra sono, infatti, rimasti sulle barricate, giudicando i due testi sostanzialmente equivalenti nel fare passi indietro sui diritti umani. Rispetto alla versione di Azmani, tuttavia, gli emendamenti del Ppe introducono una stretta ulteriore. Anzitutto sui termini di detenzione prima dell’espulsione: salgono fino a 24 mesi (rispetto agli attuali 18) come regola generale, ma si può sempre andare oltre per chi rappresenta un rischio per la sicurezza; e si estendono ai minori, compresi quelli non accompagnati. Svolta sui “return hub”, i centri di rimpatrio da collocare fuori dal territorio dell’Unione, che vengono esplicitamente messi al centro della nuova strategia: all’interno potranno essere trasferite famiglie con bambini. Ancora, la partenza volontaria diventa di fatto obbligatoria: se non avviene, scatta automaticamente il rimpatrio forzato e si prevede la possibilità che gli Stati fissino divieti di ingresso permanenti e di escludere il patrocinio gratuito per ricorrere contro un decreto di espulsione. Gli europarlamentari hanno anche dato l’ok all’avvio dei negoziati con i governi riuniti nel Consiglio: l’obiettivo è arrivare rapidamente a una decisione definitiva, visto che la bozza approvata ieri rappresenta una posizione molto vicina a quella già adottata dalle capitali nazionali. Ppe e destre sono già pronte alla prossima mossa: giovedì, la plenaria di Strasburgo potrebbe esprimersi sull’ok all’iter accelerato, senza un preventivo voto nel merito. Ma il dato è, anzitutto, politico. Nata sulle risoluzioni di orientamento politico e poi fattasi strada sui dossier legislativi “green” fino a passare a una collaborazione strutturale in materia di migrazione, la convergenza Ppe-destre ha mostrato di avere i numeri per far passare stabilmente dei provvedimenti in Aula. «Le persone che non hanno il diritto di rimanere in Europa devono andarsene. Una politica migratoria funzionante è impossibile se le decisioni di rimpatrio non vengono eseguite», ha affermato Bellamy difendendo la tattica dei due forni seguita dai popolari. Per Fratelli d’Italia, è la vittoria del modello degli accordi con i Paesi extra-Ue avviato con il protocollo Italia-Albania: Nicola Procaccini, eurodeputato di FdI e capogruppo dell’Ecr, ha detto che «la politica immigrazionista delle sinistre è stata travolta da una larga maggioranza che intende governare il fenomeno migratorio anziché subirlo». L’ok alla creazione di hub per i rimpatri «al di fuori dei confini Ue – ha aggiunto – costituisce l’ultimo, decisivo tassello della strategia proposta dall’Italia, affinché entrino soltanto coloro che davvero meritano la protezione internazionale».
«È come se stessero festeggiando le leggi razziali», ha attaccato Cecilia Strada del Pd, convinta che la riforma «porterà più tensioni, paura e invisibilità, altro che sicurezza», mentre secondo il M5S «queste norme sono un boomerang per l’Italia perché» l’allungamento dei tempi di detenzione porta con sé «un notevole aggravio economico per gli Stati». Muro anche dalle ong: per Picum, «centinaia di migliaia di persone, bambini inclusi, sono messe a rischio di detenzione, dando agli Stati la possibilità di dividere famiglie e di mandare le persone in centri di deportazione in Paesi dove non hanno mai messo piede».