il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2026
Baudelaire è l’elogio (inedito) dell’orrido
“Fair is foul and foul is fair”, “bello è brutto e brutto è bello”, cantano le streghe del Macbeth, dirige l’orchestra William Shakespeare, mentre la cover è di Charles Baudelaire (1821-1867), la cui passione per l’orrido è nota, bruttone in primis: “Le donne intelligenti – dice – van bene per i pederasti”. Maledetto poeta, che si scopre ora raffinato satirico e teorico dell’Estetica, la filosofia, non la manicure: venerdì esce il suo Elogio del brutto (La vita felice), raccolta di scritti su sgradevolezza e comicità, grottesco e parodia, impreziosita dalle sculture di Honoré Daumier e da alcuni inediti come Il Salon della caricatura. Il risultato è un manifesto degno di Charlie Hebdo che prende in giro la società civile e incivile così come i potenti e i loro lacchè.
Il Salon è invero un saloon, una ferocissima “critica in versi e contro tutti”, illustrata dai mostriciattoli di Raymond Pelez: fine umorista, Baudelaire si cimenta qui con l’ironia, lo sberleffo e con “armi pacifiche: penne, pennelli”. Il nemico da sbertucciare è un plotone variopinto, servile e fazioso, che popola i giornali o i tribunali, le gallerie e le librerie: ecco l’editore sussiegoso che si inginocchia a ogni lettore o la stampa “candida come un frugoletto” che sa solo “dare diletto”; sfilano i giurati morti, gli architetti storti, chi “prega a priori”, gli eroi di guerra “cani”, i pittori pasticcioni, i cui quadri “sono meglio di profilo che di faccia… Come asparagi le betulle ha dipinto,/ di prendere legnate l’artista è in procinto”. Ciao woke, il perfido Charles sa cogliere di fiore in fiore il Male: i signori “grassocci”; gli amanti “babbei”; i professori “somari”; i prelati “pavoni”; i nobili dal “cervello piatto”; gli italiani “scellerati”; la signorina contessa, “vecchia pergamena,/ che non ha più nulla di naturale”; il medico “propagatore del vaccino:/ posa come Narciso questo grosso e butterato signorotto”… Ma – chiosa l’autore – “non datemi della serpe o del maiale/ se nel mio intento son stato un po’ bestiale”. Il bersaglio preferito sono le élite, non solo della politica, ma anche del demi-monde culturale: intellettuali, artisti e quel “pubblico dei giorni riservati” che frequenta mostre, spettacoli e concerti, “tipi che a Parigi vivon grassi e agghindati;/ tanto brutti che a Sparta li avrebbero annegati”.
Il cuore del pamphlet è sull’Essenza del riso, “un articolo di filosofo e artista” precursore di Bergson, Freud e Pirandello. Baudelaire ridà dignità artistica all’umorismo e alla satira in una Francia in piena restaurazione, spenti i fuochi rivoluzionari: “È degno di attenzione l’inserimento del bello nelle opere che rappresentano all’uomo la sua bruttezza morale e fisica. E questo spettacolo deplorevole suscita in lui un’ilarità incorreggibile”. Poi attacca gli accademici, “ciarlatani della gravità, cadaveri tornati sulla terra come fantasmi avari per strappare soldi ai ministeri”; se la prende coi pensatori dello Spirito Santo e le “Virginie” scosse di fronte alle commedie. “La risata è satanica, quindi profondamente umana” e il grottesco è “il comico assoluto”, sulla scorta di Rabelais e Molière e nel solco della Commedia dell’arte, degli Arlecchino e dei Pierrot. Spesso l’ispirazione arriva dagli attori più strampalati, come le scimmie dal “portamento fanerogamico” – ossia coi genitali in bella vista – “nella gabbia del Jardin des Plantes” di Parigi, le stesse da cui trae “il primo palpito di Lolita” Vladimir Nabokov, noto burlone.
Chiudono l’antologia i ritratti di alcuni caricaturisti e le sculture di Daumier: busti in terra cruda dipinta a olio dei politici conservatori – benché sia l’imbecillità il loro primo orientamento – vicini a re Luigi Filippo durante la Monarchia di Luglio. Commissionata da Charles Philipon, fondatore della rivista satirica Le Charivari, la serie vuole essere un “monumento alla stupidità contemporanea”. E infatti è subito censurata e fatta sparire dal mercato: ancora nel 1927 gli eredi propongono le opere al Louvre, che però declina. Tocca aspettare il 1980 con un’esposizione alla galleria Sagot, mentre dal 2005 le plastiche fanno parte della collezione del Museo d’Orsay.
Lo scandalo è palese: queste Celebrità del Juste-Milieu (“il giusto mezzo”) sono rappresentate in pose orride, oscene e perciò spassosissime. Clown scimmieschi, ebeti imparruccati, strabici impettiti, appisolati incravattati, tragediografi smorfiosi… E le loro biografie sono persino più esilaranti, tanto meschine da risultare fantastiche, tanto brutte da essere belle: il conte de Montlosir, ad esempio, è un fan della schiavitù, e quindi scelto come giudice nel processo contro i manifestanti che si ribellano al divieto di associazione. Risultato? Repressione e censura preventiva di qualsiasi foglio stampato. Il barone d’Argout, invece, è ministro delle Belle Arti, noto per avere domandato al suo segretario chi sia “quel tal Rembrandt” di cui si vuole acquistare un dipinto. Dopodiché viene promosso a governatore della Banca di Francia. Che horror, che ridere.