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 2026  marzo 10 Martedì calendario

In arrivo due nuovi gasdotti tra Russia e Cina

«Nei prossimi cinque anni, promuoveremo i lavori preparatori per il percorso centrale del gasdotto Cina-Russia». L’indicazione spunta dalla bozza del nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Repubblica Popolare Cinese, in fase di approvazione durante le riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo, in chiusura giovedì 12 marzo. La frase è significativa, perché sembra dare il via libera al super gasdotto Power of Siberia 2, su cui Vladimir Putin spinge da ormai sei anni e a cui Xi Jinping non ha invece sin qui mai dato un’approvazione definitiva. Uno sviluppo che arriva probabilmente non a caso nel mezzo del conflitto in Medio Oriente. Gli attacchi incrociati contro le riserve petrolifere dell’Iran e degli altri Paesi del Golfo rischiano di mettere a repentaglio gli approvvigionamenti di energia dalla regione, dove Pechino ha enormi interessi.
La Cina potrebbe dunque essere costretta a tornare ad aumentare le importazioni dalla Russia, dopo averle nettamente diminuite nel corso del 2025 (-6,9% per il petrolio e -9,9% per l’interscambio totale), nella logica di diversificazione dei partner energetici. Nel documento della leadership cinese sono inclusi riferimenti espliciti allo sviluppo di nuovi gasdotti sino-russi. Sebbene il nome del progetto “Power of Siberia 2” non venga menzionato direttamente molti osservatori ritengono che la frase relativa alla promozione dei lavori preparatori per il «percorso centrale del gasdotto Cina-Russia» faccia riferimento proprio a questa infrastruttura.
Il progetto è stato discusso già diversi fa, ma ha attraversato numerose fasi di stallo e negoziazioni difficili. Agli annunci roboanti, giunti poco prima dell’invasione dell’Ucraina, non sono mai seguiti passi ufficiali. Ma già lo scorso autunno, durante la visita di Vladimir Putin a Pechino, i media russi hanno preannunciato l’accordo. Il gasdotto dovrebbe estendersi per circa 2600 chilometri, collegando i giganteschi giacimenti di gas della Siberia occidentale al mercato cinese, passando attraverso la Mongolia. La capacità prevista è enorme: fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, una quantità in grado di incidere profondamente sull’equilibrio energetico dell’Asia orientale.
Dal punto di vista russo, il progetto rappresenta una priorità strategica dopo il drastico ridimensionamento delle esportazioni energetiche verso l’Europa seguito alla guerra in Ucraina. Il Cremlino ha accelerato la ricerca di nuovi mercati per il proprio gas, e la Cina appare il partner più naturale, così come lo è stato l’India per il petrolio. Il gasdotto diventerebbe così uno dei principali canali attraverso cui la Russia potrebbe riorientare il proprio settore energetico verso l’Asia.
Per Pechino, invece, il calcolo è più complesso. La leadership cinese ha per anni mantenuto un atteggiamento prudente nei confronti del progetto: forte della propria posizione di principale acquirente potenziale, ha cercato a lungo di ottenere condizioni economiche particolarmente favorevoli. Ma gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e le nuove tensioni nel Golfo Persico hanno evidenziato quanto sia fragile la dipendenza dalle rotte marittime controllate da potenze rivali o esposte a conflitti regionali. In questo scenario, le forniture terrestri provenienti dalla Russia assumono un valore strategico molto più alto. I gasdotti via terra, infatti, riducono drasticamente il rischio di interruzioni legate a blocchi navali, crisi nello stretto di Hormuz o escalation militari in Medio Oriente.
Restano però alcuni nodi, a partire dal finanziamento della costruzione. Il progetto è stato stimato in oltre 13 miliardi di dollari, ma molti analisti ritengono che il costo reale potrebbe essere molto più elevato considerando l’estensione della rete, le difficoltà geografiche e le infrastrutture accessorie necessarie. Gli analisti sottolineano inoltre che, anche nel caso in cui Pechino decidesse di procedere rapidamente, la costruzione richiederebbe molti anni.
C’è poi un aspetto politico. Il rafforzamento dei legami energetici crea una parziale interdipendenza strutturale che è però destinata a ridurre lo squilibrio della partnership, che dopo la guerra in Ucraina si è nettamente sbilanciata a favore della Cina. In ogni caso, l’inclusione del progetto nel nuovo piano strategico di Pechino, seppure non esplicita, rappresenta un segnale politico importante. E il gasdotto, qualora fosse effettivamente realizzato, potrebbe diventare uno dei pilastri della nuova architettura energetica eurasiatica.