la Repubblica, 10 marzo 2026
Energia, l’Italia più a rischio: lo shock potrà costare fino a un punto d’inflazione
Non è una previsione politica ma un esercizio econometrico. Dove l’Italia rischia di pagare più di tutti: un 1% e passa di inflazione aggiuntiva da petrolio a fine anno, contro uno 0,5% in più che riguarderebbe l’area dell’euro nel suo complesso. Nei modelli della società di ricerche Oxford Economics che simulano l’impatto economico dell’escalation militare nel Golfo, il nostro Paese emerge come quello dove lo shock energetico si trasmette più rapidamente all’inflazione e quindi alla crescita. L’analisi su quindici grandi economie indica che l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe spingere l’inflazione italiana di oltre un punto percentuale rispetto alle stime precedenti entro la fine dell’anno; più che in qualsiasi altra economia avanzata, con il risultato di far salire l’indice dei prezzi nel suo complesso oltre il 3%.
Il motivo è semplice e insieme strutturale: l’Italia, seconda potenza manifatturiera della zona euro e in deficit strutturale di energia, resta una delle economie più esposte alle importazioni energetiche e in particolare alla dipendenza dal gas che arriva dall’estero. Quando il Medio Oriente si infiamma, la catena di trasmissione passa inevitabilmente da lì. Secondo gli economisti di Oxford Economics lo shock che arriva dalla regione – anche in uno scenario relativamente moderato di tensioni e di interruzioni temporanee delle rotte energetiche – si traduce soprattutto in un aumento dei prezzi di petrolio e gas.
Il loro scenario base ipotizza un petrolio vicino agli 80 dollari al barile nel secondo trimestre, prima di un graduale rientro verso i 60 dollari a fine anno. È abbastanza per creare una nuova ondata inflazionistica. In Europa l’effetto medio stimato è di circa 0,4 punti in più sull’inflazione del 2026, ma la distribuzione dell’impatto non è uniforme: le economie più dipendenti dall’energia importata – Italia in testa – sono ovviamente quelle dove la pressione sui prezzi diventa più intensa.
Assai meno pesanti i risultati per chi, invece, l’energia la produce e la esporta: nel caso degli Usa, ad esempio, Oxford Economics prevede un rialzo dell’inflazione a fine anno limitato allo 0,2%, mentre la crescita del Pil non dovrebbe subire eccessive variazioni rispetto al 2% ipotizzato per il 2026 e il 2,4% dell’anno successivo. Canada e Norvegia – grandi esportatori – vedranno invece effetti limitati sui prezzi, ma soprattutto assisteranno a una crescita del Pil.
C’è poi un secondo canale di propagazione, meno visibile ma altrettanto importante, che secondo lo studio – di cui ha scritto il Financial Times – spinge sull’inflazione italiana: le catene logistiche. Molte rotte commerciali tra Asia ed Europa passano attraverso il Medio Oriente e il Mar Rosso. Con il rischio di attacchi e con l’ipotesi di traffico ridotto attraverso Suez o Hormuz, parte delle spedizioni, non solo di gas e petrolio, viene deviata lungo percorsi più lunghi, con costi più elevati e tempi di consegna maggiori. Per un’economia manifatturiera e integrata nelle catene globali come quella italiana, anche questo si traduce in prezzi più alti e margini più stretti. Tutto il parlare di reshoring – riportare a casa produzioni che erano state trasferite all’estero perché là più economiche – dopo il Covid e la carenza, ad esempio, di microchip, si è tradotto in un nulla di fatto e così ecco di nuovo l’Europa (e il nostro paese in particolare) fare i conti con i rischi di una globalizzazione a corrente alternata. Ovvio, poi, che una spinta inflazionistica possa avere effetti sulla crescita economica, in particolare attraverso la politica monetaria. I “falchi” della Bce, già poco propensi ad abbassare ancora il costo del denaro, potrebbero trovare buone ragioni per mantenere i tassi inchiodati al loro livello attuale. Non drammatiche, dice però Oxford Economics, le conseguenze per l’economia dell’area euro nel suo complesso, che perderebbe solo uno 0,1% di crescita prevista, che passerebbe così da un già pallido 1% allo 0,9%. Unica consolazione, il fatto che secondo lo studio le conseguenze saranno provvisorie e se la crisi geopolitica non dilagherà per mesi e mesi, gli effetti su prezzi e crescita verrebbero annullati il prossimo anno.