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 2026  marzo 10 Martedì calendario

Intervista a Peppi Franzelin

«A diciannove anni ho scelto Roma e la libertà. Sono sempre stata autonoma, sapevo esattamente quello che volevo». Josephine Franzelin, per tutta Italia «Peppi», è la «Signorina Buonasera» che, sulle reti Rai, ha accompagnato un Paese attraverso i grandi riti collettivi: dai concerti di Capodanno a Vienna ai momenti più bui della cronaca. Oggi ha 79 anni e vive a Vienna per stare vicina al figlio e al nipote dopo la morte, tre anni fa, del marito: il giornalista Uwe Ladinser. Sessant’anni di simbiosi interrotti da «un dolore che si è portato via un pezzo di memoria», ma non la grinta di chi guarda avanti senza rimpianti. Nata a Bolzano nel 1947, cresciuta tra i Piani e Corso Italia, si sente ancora oggi «la figlia del lattaio di Piazza Domenicani». «La mia vita era fatta di corse per arrivare alla scuola Goethe e pomeriggi ad aiutare in negozio o a servire ai tavoli per il nonno – ricorda -. Eravamo fortunati: avevamo il bagno in casa, ma per la doccia si andava al Laurin: con 20 lire avevi anche l’asciugamano. Bolzano in cinquant’anni è cambiata tantissimo».
 
Franzelin, come è arrivata agli studi di via Teulada?
«Avevo fatto un corso di recitazione e collaboravo con radio Sender Bozen, in piazza Mazzini. Mi chiesero: “Vuoi andare a Roma? Nasce la televisione in tedesco”. Dissi di sì, ma dopo la maturità da ragioniera; non volevo buttare via anni di studio per un’incognita. Approdai in Rai che a casa dei miei non avevamo nemmeno il televisore. Mio padre ne era fiero, anche se era un uomo chiuso, e quando tornavo mi chiamava “romanaccia”, forse per la pronuncia: in casa parlavamo tedesco».
Dietro le quinte, tra colleghe eravate amiche o regnava l’invidia?
«Stavamo ore sedute in salotto ad aspettare l’annuncio, a chiacchierare tra specchi e libri. C’era un clima di collaborazione femminile: io non ero invidiosa di nessuna, pensavo solo di essere fortunata. Con Paola Perissi, Ilaria Moscato e Mariolina Cannuli siamo ancora in contatto su WhatsApp. Io non amo le chiamate, preferisco leggere: da Cazzullo a Saviano, fino a Gramellini che lavora le parole come creta. Abborro TikTok e i social: sono veleno, fabbriche di fake news che ci rendono cretini. La gente non legge più il giornale e si beve tutto».

Cosa c’era dietro a quel minuto di perfezione in video?
«Era tutto in diretta, senza gobbo. Imparavamo a memoria, guardando i fogli ogni tanto perché spesso erano testi lunghi. Dovevi avere la giusta faccia, le giuste pause, la tensione era altissima. In Rai facevamo tutto da sole, trucco e parrucco, per non aspettare ore ai piani bassi. Al parrucchiere Alessandro un giorno venne voglia di provare: mi tagliò i capelli cortissimi. Un orrore, pensai. Invece il caschetto biondo divenne il mio marchio, assieme al rossetto rosso e agli occhi azzurri che bucavano lo schermo».
Qualche imprevisto?
«Il più indimenticabile fu l’11 settembre 2001: dovetti interrompere “La Melevisione” per annunciare l’attentato alle Torri Gemelle e dare la linea al TG speciale. Fu surreale. Di solito il mio legame con l’estero era il concerto di Capodanno di Vienna: per 22 anni traducevo i testi e commentavo in diretta audio sperando non succedessero cose strane. È ironico che il mio successo più grande sia un programma in cui mettevo solo la voce».
Lei ha presentato anche rubriche come Sport Sette e Prisma. Sperava di diventare la nuova Carrà?
«No, sarei morta, mi bastavano l’Eurovision e le trasmissioni in cui serviva l’inglese. Le dive e i vip non li ho mai trovati interessanti. Ma al bar di via Teulada e a Saxa Rubra incontravo tutti: da Mario Adorf a Toto Cutugno e Pippo Baudo. Ricordo Edoardo Bennato: timidissimo, gli feci i complimenti per Viva la mamma e quasi voleva nascondersi. Con Lilli Gruber si andava a cena insieme perché eravamo nella “cellula” altoatesina della Rai».
Si è mai sentita «troppo tedesca» a Roma o «troppo romana» a Bolzano?
«Mai. A Roma si viveva una socialità meravigliosa: cene improvvisate, un vinello dei Castelli, feste dove il tecnico luci sedeva accanto al medico. Bolzano invece era le radici. Sulle polemiche del bilinguismo, oggi, resto basita: avere due lingue servite su un piatto d’argento è una ricchezza, non un problema. Questa tensione tra etnie è una testimonianza di povertà. Oggi ho il rammarico di non aver chiesto ai miei e ai nonni come vissero le guerre: allora ascoltavo annoiata, ero giovane e la vita era davanti. Un’occasione persa».
Di recente è tornata a Bolzano. Che città ha trovato?
«Pulita, moderna, di carattere. Mi ha fatto un piacere enorme vedere la sala piena al Circolo Cittadino. Si è presentato Roberto, vicino di casa di quando eravamo “bocia” ai Piani: abbiamo passato l’infanzia a giocare a palla avvelenata, mi sono commossa. Non ho rimorsi né rimpianti, tutto ha un inizio e una fine. Oggi a Vienna cucino per mio nipote e faccio lunghe passeggiate. Non mi annoio».
Se potesse fare un ultimo annuncio a reti unificate, cosa vorrebbe dire agli italiani?
«Signore e Signori, sono lieta di annunciarvi che sono tutti rinsaviti: sono finite le guerre. Sarebbe il mio desiderio più grande».