Corriere della Sera, 10 marzo 2026
Referendum, video di Meloni per il sì
Un video lungo 13 minuti per dire «basta alle bufale del No, votate Sì per i vostri figli», per invitare a «porre fine alle storture» della magistratura, e per avvertire gli avversari: «In caso di vittoria dei No il governo non si dimetterà, chi ci vuole mandare a casa potrà farlo tra un anno». Un post, quello di Giorgia Meloni pubblicato ieri sui social, che non sarà un unicum. Ma piuttosto l’avvio di una nuova strategia, dopo l’allarme scattato per l’ultimo sondaggio che ipotizzava la vittoria del No anche in caso di alta affluenza alle urne.
La linea
Una strategia ad alta intensità. Ieri, secondo fonti di Palazzo Chigi, la stessa presidente del Consiglio avrebbe chiesto ai ministri di fare un video al giorno da far circolare sui social per spiegare «cosa davvero c’è nella riforma». Un’offensiva che si affiancherà ai grandi eventi che la sorella Arianna – responsabile delle adesioni e della segreteria politica di Fratelli d’Italia – ha già approntato per giovedì a Milano con la partecipazione del ministro Carlo Nordio e la chiusura della stessa premier. E per giovedì 19 marzo a Roma. Contemporaneamente ministri e sottosegretari animeranno un’iniziativa itinerante a bordo dei treni Frecciarossa, che dal Nord convergeranno su Milano e dal Sud su Napoli e nella Capitale.
Il Csm
L’esordio è spettato a lei. E da una terrazza con vista sui tetti di Roma ha parlato di «clima di forte confusione» con semplificazioni e informazioni «distorte». Noi, ha ribadito, «non siamo contro la magistratura». Ma, è il suo ragionamento, «se la giustizia non è efficiente, efficace, meritocratica, una parte fondamentale nel meccanismo che definisce il nostro benessere si inceppa e i cittadini lo pagano». Tutti i cittadini, rimarca, «perché i giudici decidono su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale. È un potere enorme».
Ma la magistratura, accusa Meloni «ha perso molta della sua autorevolezza ed efficacia». È il risultato del fatto che – sostiene la premier – ci sono «storture che in 80 anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere. A ogni tentativo la reazione è stata sproporzionata». La riforma, assicura, interviene su questo: «Rendere la giustizia più responsabile, più moderna e più autonoma e libera dai condizionamenti della politica. È una riforma contro le degenerazioni di un sistema bloccato e non contro i magistrati».
I tre pilastri
Nella lunga spiegazione la premier affronta le tre modifiche apportate dalla riforma Nordio al sistema giudiziario: la separazione delle carriere, il sorteggio per la composizione del Csm, la creazione di un’Alta corte che giudichi sui magistrati. E spazza via le critiche: «Sono tre cose di assoluto buonsenso». Tanto da essere state sostenute «anche da molti di quelli che dicono di essere per il No oggi». E da «far cercare di spostare il dibattito dal contenuto vero del referendum».
La leader di Fratelli d’Italia tenta di smontare l’accusa secondo cui la riforma non inciderebbe sui veri problemi della giustizia. «Lo fa partendo dalla radice del problema. Il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito e non l’appartenenza per decidere della sua carriera. Più difficilmente chi vuol fare carriera potrà continuare a fare male il proprio dovere, lasciando in carcere per mesi e mesi persone che andavano scarcerate o rimettendo in libertà persone pericolose per scelta ideologica o per ritardi nell’adottare i provvedimenti». Quindi, «incide in termini di velocità e anche in termini di giustizia».
Difende la separazione delle carriere: «Se chi ti accusa e chi ti giudica sono colleghi di lavoro con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che il giudice abbia un occhio di riguardo per chi ti accusa? Noi pensiamo di sì». Infine suona l’allarme: «Se perdiamo questa occasione di modernizzare la giustizia, temo che non ne avremo molte altre. Le cose continueranno a non funzionare indipendentemente da chi c’è al governo».