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 2026  marzo 10 Martedì calendario

In piazza i supporter di Mojtaba, che però si nasconde

Magari è un trucco da Intelligenza Artificiale, ma la televisione iraniana ha mostrato una scena impressionante da Isfahan, la Firenze dell’Iran. Nella bellissima piazza Imam c’era una folla che celebrava l’elezione della terza Guida Suprema dell’Iran e sullo sfondo il fumo e il rumore dei bombardamenti di Israele e Stati Uniti. Neppure i boati hanno convinto i sostenitori del regime a smettere di scandire slogan e sventolare le immagini dell’ayatollah ucciso il 28 febbraio e del suo successore, il figlio Mojtaba Khamenei. Ritmavano «Allahu Akbar», Dio è grande, oppure «O morte o Khamenei». «Il nostro sangue ci porta in Paradiso».
È una prova di forza, compattezza e sostegno del regime quella messa in mostra ieri. Decine di migliaia le persone in tutto l’Iran, difficile fare i conti, di certo tante, tantissime. C’erano gli uomini grigio-vestiti e le donne intabarrate nel nero del chador che ci si aspetta in cortei di questo genere. Ma, a guardarli nei monitor, si trovava anche chi avrebbe potuto partecipare alle proteste di dicembre contro il regime. Giovani appassionati di TikTok e ragazze che per non piegarsi all’obbligo del velo indossavano cappelli di varie forme. A dicembre gli slogan erano «libertà» e «morte al dittatore». Ieri si inneggiava al nuovo dittatore e alla continuità del regime che ha ucciso i manifestanti di tre mesi fa. Mondi diversi che però convivono nello stesso Iran e che, forse, l’attacco straniero rischia di riunire.
Il Figlio è stato eletto, ma ancora non s’è fatto vedere. La tv nazionale ha detto che è ferito. Forse era anche lui assieme al padre nell’edifico bombardato in cui sono stati uccisi anche sua madre, sua moglie e uno dei suoi figli. La maggioranza degli iraniani non conosce neppure la sua voce. Si parlava da anni di lui come uomo ombra, braccio destro del padre, rappresentante dei pasdaran, tesoriere, manager della repressione, ma mai era andato in tv o aveva tenuto una riunione pubblica, mai. I suoi seguaci dovranno aspettare per conoscere la terza Guida Suprema della Rivoluzione. La prima, l’ayatollah Khomeini, era morta nel suo letto, la seconda, l’ayatollah Khamenei, è stata uccisa il 28 febbraio dai missili israelo-americani. La terza, Mojtaba, rischia la stessa fine. Usa e Israele non nascondono che anche lui sia un obbiettivo, visto che rappresenta la continuità assoluta col padre. Nessun cedimento, nessun accenno di quella resa che chiede Donald Trump. Solo orgogliosa resistenza.
Ben pochi leader stranieri hanno osato accostare il proprio nome a quello del prossimo bersaglio israelo-americano. Il russo Vladimir Putin è stato il primo. Il sultano dell’Oman, tradizionale mediatore, il secondo, poi la Cina, Hezbollah dal Libano, Houthi dallo Yemen, ancora Hezbollah dall’Iraq. In compenso, Mojtaba Khamenei ha ricevuto l’omaggio di tutte le istituzioni statali e parastatali coinvolte nella guerra.
In Iran si ricorda ancora il Marasem-e-Salam, la cerimonia del saluto, dovuta allo scià ogni primo giorno dell’anno. Ieri si è assistito alla versione digitale di quel bacio della pantofola. Le Forze Armate di terra, mare e cielo, la polizia, i Basij, i pasdaran del reparto missilistico, della fanteria, della marina, tutti hanno inviato in rete la loro attestazione di fedeltà. «Pronti ad obbedire fino al supremo sacrificio».
Hanno onorato Mojtaba Khamenei col titolo di ayatollah che fino a ieri non aveva. Il conflitto sulla successione è finito. Chierici, politici e militari si stringono attorno al potere. È tempo di guerra, chi sgarra è traditore da plotone d’esecuzione.