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 2026  marzo 10 Martedì calendario

Un missile sulla Turchia intercettato dalla Nato

Da due mesi, sul tavolo di Recep Erdogan c’è un «Piano d’emergenza Iran» che il presidente turco sperava di non dovere mai srotolare. Ha lavorato sodo, per placare Donald Trump ed evitare quest’apocalisse. Ma ieri mattina, una pessima notizia gli ha fatto capire che la Turchia faticherà a restarne fuori: il frammento d’un missile balistico iraniano, intercettato dalla Nato mentre sorvolava Gaziantep, solo per caso non ha colpito un residence lì vicino. «Eravamo in casa, abbiamo sentito un botto e pensavamo fosse un crollo al cantiere qui vicino», ha raccontato in tv il signor Ramazan Akpinar: dopo il razzo di mercoledì scorso, dopo l’annuncio d’un possibile arruolamento dei curdi nella guerra Usa contro l’Iran, quel botto è stato l’ennesimo alert. L’ultima cosa che i turchi desideravano: ci sono 500 km di poroso confine, fra la Turchia e l’Iran, e gli ayatollah finora s’erano ben guardati dal colpire un pericoloso vicino membro della Nato, possibile rifugio di migliaia d’iraniani in fuga dalle bombe. Erdogan lo sa e finora ha raccomandato prudenza: «Abbiamo parlato coi nostri amici in Iran – aveva assicurato il suo ministro Hakan Fidan, solo sabato scorso —, un incidente isolato può starci...». Anche ora, nonostante l’irritazione, la reazione è morbida: «Come per altre guerre – dice Erdogan —, la Turchia sta dalla parte della giustizia e sostiene la soluzione dei conflitti attraverso il dialogo». Il Sultano preferisce i toni bassi: qualche ministro ultrà israeliano ha già detto che dopo Khamenei, un giorno, potrebbe toccare proprio a lui e insomma è meglio non accendere ora un altro focolaio.
È la terza violazione d’un cielo Nato. Un nuovo tentativo d’allargare il teatro di guerra, secondo l’unica strategia che accomuni iraniani e israeliani. Si colpisce ancora lo Stretto di Hormuz: «È improbabile che la sicurezza possa essere garantita», avverte Ali Larjani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano. Si mira al Qatar, dove ieri sono stati intercettati 17 missili e sei droni iraniani. Si bombarda il Libano centrale, dove un tank israeliano ha ucciso padre Pierre al-Rai, un sacerdote maronita molto conosciuto. Si centra coi missili degli Hezbollah il cuore d’Israele, a Ramla, dove muoiono due lavoratori cinesi. L’Idf reagisce distruggendo uno dei più grandi depositi di droni del nemico. Dopo dieci giorni, è ora di contare i morti e lo fa la Cnn: 1.392 in Iran, 486 in Libano, 15 in Israele, 13 in Iraq, 12 in Kuwait, 4 negli Emirati, 3 in Arabia Saudita, 3 nel Kurdistan, due nel Bahrein e in Oman... La prima guerra globale del Medio Oriente brucia vite e palazzi, queste prime 240 ore ci dicono che si va verso le duemila vittime e forse incontro al peggio. «I danni agli impianti petroliferi in Iran rischiano di contaminare cibo, acqua e aria», teme l’Onu: «Pericoli che possono avere gravi ripercussioni sulla salute, soprattutto su bambini, anziani e persone malate». «Labbaik ya Khamenei!», ai tuoi ordini o Guida Suprema, è il nome in codice della nuova ondata d’operazioni iraniane.
Il cambio di regime per ora porta solo a un cambio della guardia e Teheran apre gli arsenali delle sue armi più potenti: il trentunesimo attacco a cinque basi americane nell’area, stavolta, è condotto con le micidiali testate balistiche Khaybar Shekan, Khorramshahr e Qadr. Secondo la tv Abc, la Cia ha intercettato conversazioni fra «cellule dormienti» del terrorismo, pronte a scatenarsi in Occidente. C’è aria d’esaltazione o di fine d’epoca: a Isfahan, la tv di Stato trasmette il rumore d’esplosioni vicine, mentre nella Piazza dell’Imam si canta «Dio è il più grande!» e a Teheran s’intona: «O la morte o Khamenei, il nostro sangue conduce in paradiso!».