Corriere della Sera, 10 marzo 2026
Iran, sono già «scomparsi» 200 milioni di barili
Nel 2025 la Cina ha importato da navi uscite dallo Stretto di Hormuz il 48% del suo fabbisogno di petrolio, senza contare gli acquisti opachi di greggio iraniano sotto sanzioni. Secondo l’agenzia delle dogane di Pechino i principali fornitori sono stati Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Unito, l’Oman, l’Iraq e il Kuwait. Non è un problema immediato per Pechino, che dispone di colossali riserve strategiche progettate per un’autonomia completa di duecento giorni (contro i sessanta giorni al massimo dei Paesi occidentali). È, fondamentalmente, una sfida strategica lanciata da Donald Trump.
Oggi giorno che passa il conflitto per l’Iran appare sempre di più, sottotraccia, come una partita (anche) per il futuro della Cina.
Il piano degli Stati Uniti per il petrolio iraniano, ufficialmente, non prevede niente del genere. Piuttosto, è il modello iracheno del 2003 quello che gli uomini di Trump stanno seguendo. I bombardamenti sistematici degli obiettivi militari e l’affondamentodella flotta di Teheran preludono tutti allo stesso obiettivo: penetrare verso Nord-Ovest nel Golfo Persico e prendere il controllo dell’isola di Kharg. Kharg, con il porto di Bandar Abbas nel punto più angusto dello Stretto di Hormuz, è la principale infrastruttura petrolifera dell’Iran. In certi momenti l’isola gestisce fino al 90% dell’export di greggio del Paese, dunque dei suoi flussi di entrate ed è essenziale alla sostenibilità finanziaria del governo di Teheran.
Il modello iracheno si fonda sul controllo di quelle infrastrutture da parte dell’America. Nel 2003, alla caduta di Saddam Hussein, la «Coalition Provisional Authority» (gestita da Washington) aprì un conto presso la Federal Reserve di New York in cui versare i proventi delle vendite del petrolio dell’Iraq. In questo modo, di fatto, gli Stati Uniti dispongono fino ad oggi di un buon grado di controllo sui fondi di Bagdad. L’obiettivo ufficiale è verificare la trasparenza della spesa e assicurare all’Iraq protezione dai suoi creditori esteri (come oggi la Casa Bianca fa anche per il Venezuela). Nella sostanza, controllando il conto vincolato alla Fed di New York, l’America impedisce all’Iraq di comprare armi con i proventi del suo petrolio.
Il piano per l’Iran prevede lo stesso scenario: l’apertura di un conto vincolato di proprietà iraniana, ma in mani americane, per garantire il disarmo degli ayatollah e della guardia rivoluzionaria. Perciò la conquista militare delle infrastrutture petrolifere diventa essenziale, anche se Trump non riuscisse a imporre un cambio di regime a Teheran.
Pechino osserva con nervosismo, soprattutto a causa della propria dipendenza dal petrolio di tutto il Golfo Persico. Se in futuro anche l’Iran dovesse rispondere alla Casa Bianca pur di assicurare la propria sopravvivenza, potenzialmente e in modo implicito gli Stati Uniti disporrebbero di una leva in più: potrebbero più facilmente frenare o scoraggiare le vendite di petrolio alla Cina in uscita dal Golfo, in un’eventuale fase di tensioni militari fra superpotenze rivali. Al contrario, se il regime di Teheran restasse ostile e minaccioso dopo la guerra, i governi del Golfo guarderebbero proprio a Pechino perché eserciti pressioni sull’Iran in modo da garantire flussi ordinati di greggio in uscita da Hormuz. La Cina guadagnerebbe influenza.
Anche le mosse più recenti si inquadrano in questa trama. La semiparalisi attuale dello Stretto ha probabilmente bloccato circa duecento milioni di barili: due giorni di consumo mondiale. Per i Paesi occidentali, prospettare di immettere riserve per 300-400 milioni di barili equivale a una sorta di intervento verbale volto a contenere una fiammata dei prezzi: sanno che gli stock sarebbero comunque insufficienti a compensare gli effetti di una chiusura di Hormuz che dovesse prolungarsi per oltre un mese. Del resto neanche la riapertura dell’oleodotto «Est-Ovest» dell’Arabia Saudita basta: può portare appena un quarto del greggio del Golfo, via terra, fino al Mar Rosso. La partita di fondo resta aperta per il controllo delle infrastrutture dell’oro nero di Teheran. E sicuramente da Pechino non ci si perde un solo passaggio.