Domenicale, 8 marzo 2026
Com’è profondo il mare in batiscafo
Il 2 maggio 1974 alle ore 23:12, una telefonata anonima ai vigili del fuoco di Trieste segnala un incendio in via San Maurizio 14. Quando i vigili sfondano il portone del magazzino, tra fumo e fiamme trovano annerite e ormai distrutte carte e documentazioni di Diego de Henriquez. Con esse, il suo corpo carbonizzato, senza vita. Non vi fu autopsia. Le cause dell’incendio non sono del tutto chiarite. Sulla sua tomba de Henriquez prima di morire ha voluto incidere un motto «Dammi la tua spada, amico, la custodirò per te. Non combattere: soltanto con amore conquisterai la pace». Ma chi era Diego de Henriquez?
Facciamo un passo indietro. Siamo al 16 giugno 1948. Jacques Piccard figlio di Auguste scrive a de Henriquez: «Lei mi ha spesso parlato dei suoi progetti per creare un mondo migliore e più pacifico, per utilizzare meglio le buone volontà così numerose sulla Terra. Come non pensare a Trieste, territorio libero, come centro ideale per espandere una cultura e una ideologia benefiche?».
Facciamo un passo in avanti. È il 23 gennaio 1960 ore 8.23. Un batiscafo con bandiera americana ideato e quasi del tutto costruito in Italia si immerge. Siamo nella Fossa delle Marianne, Oceano Pacifico. Toccherà il fondo del mare: 10.916 metri. È il record del mondo. Il batiscafo si chiama «Trieste». Da allora è a Washington al National Museum of the United States Navy.
Ma è una storia anche italiana. Ispirata da Diego de Henriquez, voluta da Auguste Piccard e “pilotata” dal figlio Jacques insieme a Don Walsh. Una storia americana che conquistò la copertina di «Life»: quasi sette milioni di lettori. In realtà, tutto nacque dalla mente di uno scienziato svizzero, Auguste, noto alla cronaca come il primo essere umano a raggiungere la stratosfera con un pallone aerostatico il 27 maggio del 1931 a 15.871 metri. Insomma, i Piccard di record se ne intendono. Costruito nel 1953 in Italia con scopi scientifici e pacifici coinvolse varie eccellenze italiane: la cabina sferica progettata da Auguste Piccard fusa dalle Acciaierie di Terni, il galleggiante costruito nei cantieri CRDA di Trieste e Monfalcone, l’assemblaggio nei Cantieri di Castellammare di Stabia.
Nell’estate del 1957 iniziano le immersioni con l’intervento della Marina degli Stati Uniti d’America. L’immersione del record fu la n. 69 del 23 gennaio 1960 con i 10.916 metri della Fossa delle Marianne. Jacques Piccard raccontò del suo incontro a Trieste e come de Henriquez avesse chiesto di realizzare due batiscafi: uno vero per le immersioni e una copia fedele che sarebbe dovuta andare nel suo museo. Ma il batiscafo venne ceduto nel 1958 alla US Navy americana, che lo modificò per scopi legati alla ricerca militare, inserendolo in un progetto della Guerra Fredda.
Fermiamoci qui. Anche con il cinema è possibile immergersi e divenire esploratori per scoprire come è profondo il mare che pure ci invita e inquieta ad ascoltare una libertà di pensiero che sempre per perigliose acque dovrebbe raggiungere “il glorioso porto”. Come è profondo il mare come organismo vivente di cui facciamo parte, sembra essere una citazione letteraria da Jules Verne qui letta con gli occhi di Auguste Piccard. Così l’«operazione batiscafo Trieste» si fa aritmetica: più scienza, più tecnica, più arte. Nel 1953 dopo le esplorazioni a Capri e Ponza, l’originale Batiscafo Trieste avrebbe dovuto essere esposto in modo permanente nel Museo di Guerra per la Pace. Il modello ora c’è con una ricostruzione perfetta.
Abbiamo filmato la sua nuova vita, assemblato con i volti dei testimoni dell’epoca, tornando nei luoghi dell’immersione per far risalire le emozioni con i pionieri di allora e di oggi. Ma in questa storia c’è un’altra storia che il docufilm svela e suggerisce. Lo rivela qui il figlio e nipote di Jaques e Auguste Piccard.
Da sempre impegnato sui temi ambientali, Bertrand ci fa sapere che il batiscafo «Trieste» ha salvato il pianeta. Poeticamente. Scientificamente. Politicamente. Scopriamo dalle sue parole direzioni di una bussola di cui abbiamo bisogno. «Mi ricordo quando mio padre mi parlò dell’ultimo obiettivo del batiscafo, quello di osservare se ci fosse vita nelle fosse più profonde perché all’epoca i governi volevano abbandonare i loro rifiuti radioattivi perché pensavano che le fosse profonde fossero deserte. Quando mio padre insieme a Don Walsh videro un pesce si mostrò che c’era vita e correnti verticali che venivano dalla superficie per portare l’ossigeno nelle fosse più profonde quella era la prova che i rifiuti tossici laggiù avrebbero inquinato l’intero oceano».
Un docufilm, io credo debba tenere conto di memorie e immaginazione, testimonianze e poesie esaltando il flashback e il flashfoward in un’idea di montaggio che offra allo spettatore una inedita unità di scena. “Operazione Batiscafo Trieste” come regista mi ha dato occasione di giocare sulla cronaca del tempo gettando nel vivo dell’epoca digitale e della fotografia contemporanea, il bianco e nero della storia con il materiale di archivio dell’Istituto Luce. Il mix che ne deriva è l’umano in noi. Siamo fatti di passato eppure sognatori ci viviamo. Con la partecipazione per la prima volta dei figli dei piloti Bertrand Piccard e Kelly Walsh, il film ripercorre la nascita del progetto, le sfide e il significato umano di un’impresa che conquistò il mondo, arrivando perfino sulla copertina di Life.
A sessantasei anni da quella discesa negli abissi, il docufilm segue la ricostruzione fedele del batiscafo Trieste, riportandolo simbolicamente “a casa”, al museo intitolato a Diego de Henriquez in un confronto serrato con il batiscafo del record ripreso e raccontato a Washington presso il Museo Nazionale della Marina Militare degli US. Non è solo il racconto di un record scientifico, ma la storia di un sogno visionario: esplorare l’ignoto offrendo un messaggio di conoscenza. Il batiscafo Trieste è ora qui, voluto dal Comune di Trieste, a mostrare al mondo intero che il nome di quell’impresa resta sinonimo di perseveranza, di coraggio e di fiducia nell’avvenire.