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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Giuseppe Giulietti e D’Annunzio

Nel 1923 le masse dei lavoratori, reduci dalle trincee, premono per nuovi diritti mentre il fascismo si aggiusta al potere e fatica a contenere le spinte contrapposte di sindacati e grandi capitalisti. La Marina mercantile è il terreno di scontro tra la F.I.L.M. (Federazione Italiana Lavoratori del Mare), presieduta da Giuseppe Giulietti, e la potente classe degli armatori. E al Vittoriale nasce un’altra utopia sociale dopo quella di Fiume: immaginate Gabriele d’Annunzio non come il Vate del piacere, della poesia e della guerra, ma come un sindacalista d’assalto affiancato a un altro personaggio da romanzo, Giulietti, a cui d’Annunzio scrive con l’affettuoso appellativo di Fafin.
Romagnolo di Rimini, trapiantato a Genova, magnetico, scaltro e dotato di una retorica che perfino il giovane Mussolini gli invidiava, nel 1914 fu lui a prestare duemila lire a Benito (che si era appena dimesso dall’Avanti!) per fondare Il Popolo d’Italia. La sua “opera d’arte”, però, fu il dirottamento del piroscafo Persia nel 1919: una nave carica d’armi e champagne che consegnò ai legionari di Fiume garantendo la sopravvivenza economica della città. Fondò la Cooperativa Garibaldi, in aperta sfida ai giganti del capitalismo navale, condividendo con d’Annunzio quella che il Poeta definiva una “fraterna alleanza” nella battaglia politica per i diritti della “Gente di Mare”, alla quale d’Annunzio sentiva di appartenere.
Per il Vate, al culmine della fama, il mare non è un semplice elemento naturale. Nelle sue prime opere, l’Adriatico è celebrato come una forza primordiale: «O mare, o gloria, forza d’Italia». È un mare che «tempra i nervi e le canzoni», un «dio presente» a cui il giovane poeta si offre in un’adorazione quasi religiosa dimostrando una conoscenza tecnica e antropologica profonda della vita dei pescatori. Con la maturità, il mare assume una valenza più complessa, legata all’ideale del Superuomo e all’azione eroica. Celebre è il motto di Pompeo Magno di cui si impossessò: Navigare è necessario; non è necessario vivere, e il passaggio dall’estetica delle parole alla passione politica trova nel mare il suo catalizzatore. L’Adriatico cessa di essere solo il mare dell’intimità per diventare l’Amarissimo, il mare nostrum da rivendicare. Nel 1908, durante un banchetto per la tragedia La Nave, che contiene il celebre verso Arma la prora e salpa verso il mondo, d’Annunzio pronunciò un brindisi all’amarissimo Adriatico, infiammando il sentimento patriottico e irredentista contro l’Austria. Durante la Grande Guerra, sfiderà le «nere acque adriatiche» nell’impresa di Buccari e nel volo su Cattaro, vivendo il mare come uno spazio eroico. Infine, negli anni al Vittoriale, cristallizza questo rapporto nel monumento-reliquia della Nave Puglia, incastonata nella collina con la prora rivolta verso l’Adriatico e le terre irredente. Il mare, per d’Annunzio, è stato specchio della sua vita inimitabile, tanto da favoleggiare di essere nato tra i flutti a bordo di un brigantino.
Il cuore della recentissima – preziosa – acquisizione di documenti inediti da parte della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani rivela un d’Annunzio legislatore e mediatore instancabile che l’11 luglio 1923 invia a Giulietti il testo del nuovo Patto Marino, scritto interamente di suo pugno. Denominato da lui Pactum sine nomine (perché privo di firme che ne oscurassero la melodia popolare), il documento è un capolavoro di giustizia sociale che va oltre la retorica. Il patto chiedeva il riconoscimento della Cooperativa Garibaldi, l’intangibilità dei regolamenti organici del 1913, indennità per le famiglie dei marinai e la creazione di un collegio arbitrale per regolare i turni d’imbarco, evitando privilegi e persecuzioni. Per d’Annunzio, i marinai sono «la sua gente», la «dura stirpe che sa patire». Il Patto non è solo un contratto, è la «testimonianza di un fratello marinaio» contro le «avarizie ostinate».
I documenti mostrano come d’Annunzio fosse l’unico contrappeso morale capace di parlare da pari a pari con Mussolini e, al contempo, di difendere Giulietti dalle aggressioni squadriste. D’Annunzio usa il suo prestigio per «imporre la giustizia» al Governo, che accusa di temporeggiamento. Scrive al duce, il 18 luglio 1923: «Ma proprio tu, che non sei nato Temporeggiatore e che non vorrai morire Cunctator, proprio tu temporeggi e lasci temporeggiare!» Lo accusa di essere succube degli armatori, «rettili marini: Credo che tuttavia i rettili marini cerchino di avvinghiarti come un nuovo Laocoonte in atto di immolare non più il toro sacro a Nettuno ma il vitello d’oro all’oceanica fortuna d’Italia» (telegramma a Mussolini del 26 luglio 1923).
D’Annunzio trasforma una vertenza sindacale in un rito religioso di pacificazione nazionale ma, nonostante i telegrammi di Mussolini, che definivano il patto «bellissimo» e «santo», i documenti testimoniano il fallimento delle trattative. Gli armatori opposero una resistenza feroce, proponendo «codicilli» che d’Annunzio respinse sdegnosamente. Nel settembre 1923, a riprova dell’appoggio fascista agli industriali, ecco l’invasione della Casa della Gente di Mare di Genova. Seguirono le sdegnate proteste del poeta ormai disilluso riguardo le reali intenzioni delle autorità locali e del governo. Nella lettera autografa del 21 settembre a Mussolini si legge: «Ho la trista notizia che stasera a Genova un’accozzaglia di gente torbida e facinorosa ha invaso la Casa dei Federati col falso pretesto di non so quali divergenze amministrative. Mi sembra manifesto che anche questo atto di violenza sia premeditato e promosso dagli Armatori... Ti prego di illuminarmi su quanto è accaduto stasera, perché non è ingiusto in me il sospetto che sieno conniventi le autorità locali».
La “beffa di Gardone” – così definita in un telegramma del 16 agosto 1923 inviato a Costanzo Ciano, allora Sottosegretario di Stato per la Marina – lasciò il Vate in una «nera malinconia». Vedeva le promesse del duce smentite dal sindacalismo fascista, che nel 1924 avrebbe finito per assorbire o smantellare le organizzazioni indipendenti come la F.I.L.M. Ecco il testo integrale del telegramma, non lieve: «Con esemplare pazienza francescana ho atteso troppi giorni una comunicazione ufficiale del Governo sul Patto. stop. Il mio onore di gentiluomo irreprensibile non può ammettere che mi sia usata una così grossa villania dopo tante enfatiche assicurazioni. stop. Alla Beffa di Buccari puoi aggiungere ormai la Beffa di Gardone molto meno gloriosa. stop. non posso felicitarmi col presidente. stop. la sua severa definizione della pregiudiziale può essere estesa a tutta codesta beffa prolissa di cui oggi io sono vittima sprezzante. stop. L’intelligenza rimane all’eremo del Vittoriale non oscurata e non oscurabile. stop. Il Governo manca ai suoi impegni documentati, e mi fa ingiuriare da armatori che in altri tempi trafficarono col nemico. stop. Debbo renderne pubblica la dimostrazione. stop. Ci rivedremo presto a Roma. stop». A Roma non andò mai più.
I documenti acquisiti dal Vittoriale ci consegnano un’eredità fondamentale: l’idea di un lavoro che non sia solo fatica ma elevazione dell’uomo. Sebbene il Patto Marino non sia mai entrato integralmente in vigore, resta – insieme alla Carta del Carnaro – il testamento politico di un poeta che cercò di fondere l’antico municipalismo italiano con le necessità moderne del proletariato.