Domenicale, 8 marzo 2026
Quando Piovene raccontava l’ascesa comunista
Per molte generazioni, noi italiani abbiamo mantenuto una colpevole ignoranza sull’Europa centro-orientale; ignoranza che è stata accresciuta dagli equivoci della guerra fredda, e di cui oggi una guerra non più metaforica ci ricorda il prezzo. La tendenza a trasformare quella parte del continente in una terra allegorica, sulla quale proiettare arbitrariamente le nostre ideologie, ci ha resi ciechi di fronte alle concrete lotte che vi si svolgono tra libertà e oppressione. Non è quindi come un mero documento storico che oggi leggiamo Oltre la cortina di ferro. Articoli dalla Polonia e dalla Bulgaria (1946-1947), la raccolta di Guido Piovene a cura di Raoul Bruni.
Narratore trasparente e loico, Piovene è stato anche un notevole giornalista. I pezzi scritti per il «Corriere della Sera», che Bruni ha riunito nell’elegante volumetto Ronzani, appartengono a un periodo poco indagato dalla critica: un periodo in cui la «posizione ideologica dell’autore», appena passato dal peggior mussolinismo alla Resistenza, «appare meno netta rispetto ad altri momenti sia precedenti sia posteriori». Sulla Polonia Piovene consegna al quotidiano milanese nove articoli (tra l’aprile e il giugno del ’46) e sulla Bulgaria altri nove (dal dicembre ’46 al settembre ’47); e a entrambi i cicli aggiunge una commossa appendice narrativa. Orgoglioso di essere uno dei primi testimoni occidentali non embedded oltre cortina, l’inviato riesce a raccontare il momento in cui i due Paesi si sovietizzano. Centrale è la descrizione della tattica machiavellica (oggi riproposta da altri movimenti autocratici e antieuropei) per cui i comunisti legati a Mosca sbandierano un apparente pluralismo mentre emarginano brutalmente le opposizioni di sinistra (bloccate tra romanticismo inerme, infiltrazioni conservatrici, ambigui rapporti con gli anglo-americani) e svuotano di capacità l’economia libera (ai piccoli industriali dipendenti da commissioni pubbliche la proprietà brucia tra le mani, e basta un’accusa kafkiana a sottrargliela).
Sia a Varsavia sia a Sofia, la neolingua dei neo-sovietici chiama “fascismo” tutto ciò che li contrasta e “democrazia” i loro metodi illiberali. Ma tra i due Paesi ci sono differenze. Nella Polonia delle emigrazioni forzate, dove i polacchi arrivano dalle terre incamerate dall’Urss e cacciano i tedeschi a ovest, la strage bellica ha cancellato ceti dirigenti e intere città. Vista questa tabula rasa, lo slancio utopico-razionale può esprimersi più liberamente. Tutto si è semplificato: i progetti di nazionalizzazione e anche i progetti urbanistici, tra i quali l’inviato segnala quello escogitato per Varsavia, ombelico d’Europa in cui si cammina su decine di migliaia di cadaveri. Nel paesaggio polacco, la miseria di chi ha trascorso anni «girando da un campo di concentramento all’altro» (il già antisemita Piovene nomina Auschwitz senza commenti) convive con i mercati variopinti in cui è proverbiale il tipo dell’ex contessa che fa la cameriera. In Bulgaria, invece, le differenze di classe sono da sempre più contenute. I borghesi di città, simili ai professionisti dell’Italia umbertina, sono spesso contadini inurbati. Qui a colpire è la partecipazione diffusa, anche femminile, a una politica considerata la vera cultura “spirituale”, e in questo senso opposta a quella “materiale” ossia libresca. Dopo le elezioni, Sofia sembra la Ginevra conquistata dai calvinisti. Vi domina l’austerità voluta da Dimitrov, il leader che tenne testa ai nazisti al processo di Lipsia; e a poco o nulla, senza programmi realistici, serve il “coraggio personale” dei socialisti democratici che denunciano i brogli. Un loro rappresentante insigne è Petkov, eroe antifascista ora accusato di tradimento. Dopo aver appreso della sua impiccagione, avvenuta quando i trattati di pace hanno dato ai comunisti le mani libere, Piovene gli fa il ritratto: e ne ricorda le speranze ingenue, l’affanno di chi cerca testimoni all’estero.
Il cronista s’impone di mantenere uno sguardo lucido, onorando le necessità della Realpolitik non meno delle qualità umane di chi vi si ribella. Se raggiunge un certo equilibrio, è forse perché ha sperimentato la propria volubilità ideologica, e ormai non si fida di nulla; ma l’efficacia dei suoi articoli dipende anche dal fatto che il loro tema coincide con il suo Leitmotiv letterario, quello della dissimulazione cui vengono costretti gli esseri umani sotto determinati rapporti sociali.
Qua e là risaltano i pezzi di bravura del paesaggista, ad esempio sui mercati di fiori finti e su Cracovia; e a tratti, l’immaginazione sociologica si fonde perfettamente con quella del narratore, come quando Piovene osserva che «La visita agli antiquari, in qualsiasi Paese, può darci molte utili indicazioni di natura anche politica. Essa dice quanti argini, quanti ordini di trincee oppone il passato al presente, quanti sono gli strati di resistenza nell’inconscio degli animi. In Bulgaria questi strati sono pochissimi: il suo passato è prossimo, o anonimo».
Piovene coglie un carattere tipico dei totalitarismi: la mancanza di umorismo, poi descritta memorabilmente da Kundera, che è sottolineata dalla tendenza slava a trasformare gli eventi pubblici in gare di resistenza celebrativa. «La nota più strana per noi – riflette commentando un’adunata – è che l’oratore, pronunciato un nome o una data, per dir così, se li vedeva vivi ed oggettivi davanti, staccati dalla propria voce, e si affrettava ad applaudire. La cerimonia dunque resta nel mio ricordo soprattutto come una serie di oratori che si applaudivano continuamente da sé, sopraffatti poi nei momenti culminanti dal grido Sta-lin-Ti-to-Di-mi-troff».
Un po’ ovunque, torna in queste pagine un dato che ci riporta all’oggi: mostrando la fatalità del dominio sovietico su Polonia e Bulgaria, Piovene dimostra che ormai da molte generazioni, in Europa e altrove, «politica estera» è il nome della politica interna più urgente.