Domenicale, 8 marzo 2026
Ulisse, la massa anonima e il nessuno quotidiano
A restauro ultimato, 2026, domina – sulla volta della sala del trono del palazzo dei principi di Monaco – l’imponente affresco: Ulisse e le ombre dei morti, riportato alla luce nel 2020. Un episodio dell’Odissea che va letto oggi soprattutto nel suo sorprendente finale.
In effetti, la parte conclusiva del libro XI – dedicata alla visita dell’eroe agli Inferi – ci presenta un notevole cambiamento nell’atteggiamento di Odisseo: fino a quel punto, la processione degli eroi si svolge con tono sostenuto: «Il vincitore mi vede, mi riconosce subito; / geme e mi rivolge queste vigorose parole…». Ulisse viene riconosciuto e il dialogo che segue è un “trionfo della fama” (tale, del resto, sarà l’interpretazione che Virgilio e Dante daranno della visita al Limbo, all’orlo degli Inferi, nella Divina Commedia). Ma, improvvisamente, i grandi personaggi, evocati per nome, scompaiono: il principium individuationis cessa, e una folla anonima avanza in ranghi serrati: «(…) Ma un infinito / Popol di spirti con frastuono immenso / Si radunava; e in quella un improvviso / Timor m’assalse…».
Odisseo si ritira senza indugio; non è solo la paura di veder apparire il fatale «volto della terribile Gorgone», ma forse – più profondamente – la consapevolezza che questa massa di spiriti non è più riconoscibile, che “il suo nome è Legione”, come ha mirabilmente osservato Jean Starobinski a proposito di una pericope tratta dai Vangeli (Le combat avec Légion, in Trois fureurs, Gallimard, 1974). Per la prima volta nel poema omerico, emerge la paura – così caratteristica dei nostri tempi – della massa anonima, che non si ferma né si lascia interrogare; «quella folla – direbbe Victor Hugo – / Che, mai avendo avuto un punto d’appoggio, crolla / E precipita folle nel profondo di eventi oscuri” (L’Année terrible, XIII: À ceux qu’on foule aux pieds).
Il “moderno” avanza...
Forse questa folla anonima è lo specchio inconscio di un Odisseo che ricorda di essere stato, di voler essere stato Οὖτις, nessuno, un senza nome e senza identità; e tutto ciò che ha evitato e fatto per tornare libero – l’uomo di una perenne fama – può nuovamente perdersi in questa folla anonima che avanza.
Che sia la perdita del principium individuationis che distingue l’eroe classico, o la paura di un regresso a Οὖτις, questa apparizione della folla anonima di spiriti segna per sempre la modernità fondatrice dell’Odissea. Basti pensare al ritorno di Οὖτις durante il Rinascimento: «all’alba dell’evo moderno, nel XVI secolo, l’ “uomo comune” appare con i segni di una sventura generale di cui pure si fa beffe. (…) Chiamato Chacun (nome che tradisce l’assenza di un nome), questo antieroe è dunque anche Personne, Nemo, così come l’inglese Everyman diventa Nobody, o il tedesco Jedermann Niemand» (M. de Certeau, «Chacun» et «Parsonne», paragrafo dell’articolo Une culture très ordinaire, «Esprit», 1978, n. 10, poi in L’invention du quotidien, Paris, UGE 10/18, 1980, tome I).
Per tali tratti, dunque, l’Odissea si separa definitivamente dal mondo mesopotamico di Gilgamesh ed Enkidu, e poi greco di Achille e Patroclo nell’Iliade e latino di Eurialo e Niso nell’Eneide, dall’uno che si specchia nel suo doppio, per fondare il dramma moderno dell’individuo e della massa, dell’anonimo e della folla, di ciascuno e tuttavia di nessuno, che solo Beckett e Celan nel Novecento hanno saputo riscrivere alla radice del dramma umano: «Il n’y a personne, il y a une voix sans bouche, et de l’ouïe quelque part, quelque chose qui doit ouïr, et une main quelque part (…) enfin quelque chose, quelque part, qui laisse des traces, de ce qui se passe, de ce qui se dit, c’est vraiment le minimum» (Beckett, Textes pour rien – XIII (testi degli anni 1946-1950) [Paris, Minuit, 1955]. E più ancora: «rien que poussière et pas un bruit sinon qu’est-ce qu’elle t’a dit venu parti est-ce que c’était ça quelque chose comme ça vu parti personne venu personne parti à peine venu parti à peine venu parti» (Beckett, Cette fois -That Time, Faber and Faber, London 1976).
Ma questo «non venire e non partire» di nessuno – così simile all’ultimo gesto di En attendant Godot: «Silence. VLADIMIR. – Alors, on y va? ESTRAGON. – Allons-y. Ils ne bougent pas. / RIDEAU» – non è una dimissione, ma semplicemente uno stare, un perenne «star attendendo», quale Celan tende nella più alta sofferenza / resistenza, nella piaga, sopra la piaga, per riaffermare un solo principio, assoluto, STEHEN, im Schatten : «STARE, all’ombra / delle stimmate nell’aria. // Uno stare per nessuno e per nulla, / Sconosciuto, / per te / solo. // Con tutto ciò che lì ha spazio, / anche senza / parola» (da Atemwende).
Contro tutto ciò che ci spinge ad avanzare solo per trovare degli Holzwege, dei «sentieri interrotti»; contro tutto ciò che ci raccoglie uniformi nell’ anonimato, l’Unerkannt di Paul Celan diviene l’orizzonte stesso dell’interrogazione e della dignità umana, semplicemente un “inconoscibile-che-diviene-cuore”: «Cosa aperta, / cui i pensieri, tattili, / fanno domande / su – - / su che cosa? // Su / l’Irripetibile, su / di esso, e su / tutto. // Gorgoglianti sentieri verso laggiù. // Qualcosa, che è in grado di camminare, senza un saluto, / come Un-divenuto-cuore, / viene» (À la pointe acérée da Die Niemandsrose). È dunque siffatto Etwas, questo minimo «qualcosa» che ci ha consegnato Nessuno, e che non è di nessuno, che è nient’altro che respiro, il nostro Οὖτις a venire, il nostro avvenire.