Tuttolibri, 7 marzo 2026
Christopher Rothko ha scritto un libro su suo padre Mark
Grandi visioni dell’ineffabile, inquietanti perché sembrano racchiudere così poco. Colori immediati eppure evocativi dell’infinito. Superfici profondamente saturate che rimangono diafane e fragili. Fin da quando cominciarono a essere notate, alla fine degli anni Quaranta, le opere di Rothko hanno lasciato lo spettatore incerto su ciò che aveva visto o se addirittura avesse visto davvero qualcosa. Non è mia intenzione spiegare questi dipinti, o renderli familiari, perché la loro alterità è fondamentale per farci vedere le cose in modo nuovo. Piuttosto, esaminando vari aspetti della carriera di mio padre, spero di rendere la sua opera non più facile, ma più avvicinabile. Suggerisco percorsi per chiarire ciò che è meno evidente, anche se sta allo spettatore percorrerli. E se, nonostante ciò, l’opera di Rothko ci crea ancora disagio, forse non è la comodità che dovremmo cercare.
Prima di tutto, questo volume è un viaggio di scoperta. Accompagnerò il lettore per la stessa strada che io ho percorso per poter comprendere l’opera di mio padre e il motivo per cui ci coinvolge tanto. Attento agli scopi della produzione di Rothko, non presterò attenzione soltanto alle pennellate larghe, ma anche alle linee sottili, cercando di favorire la comprensione e avvicinare il lettore ai dipinti. Analizzando i particolari della sua opera, possiamo infatti apprezzare non soltanto il modo in cui i dipinti funzionano, ma anche cogliere alcuni aspetti dell’uomo che li ha realizzati. Mio padre è infatti così profondamente intrecciato alla sua opera, che in ogni suo dipinto infonde uno spirito umano. Questa umanità ci parla e serve da pietra di paragone per comprendere le sue composizioni, tanto sfuggenti quanto sfuggente è il loro creatore. Quello che qui condivido è il risultato di trent’anni passati a studiare l’arte di mio padre. Le mie osservazioni sono, per forza di cose, personali ma derivano dal mio ruolo attivo, condotto in tandem con mia sorella Kate, nel presentare mostre e pubblicazioni su Rothko, facendo di tutto: coordinamento, posizionamento, illuminazione, curatela, ricerca, archiviazione, correzione di bozze, revisione, conferenze, scrittura.
In questo periodo mi sono quasi esclusivamente occupato di Rothko e i saggi di questo volume sono il risultato di quell’immersione. La mia ricerca è stata favorita da quella comprensione istintiva e dall’affinità che naturalmente ho come figlio. Non ho dubbi sull’esistenza di questi istinti e di tanto in tanto faccio riferimento ad essi nel volume. Tuttavia, il loro meccanismo mi rimane misterioso e oscuro. Avevo sei anni quando persi mio padre, dunque non ho accesso a un grande bagaglio di ricordi privati nei quali frugare. A sei anni non si pensa ad ascoltare per poi spettegolare, quindi, se vi aspettate molte rivelazioni sulla vita privata di mio padre, resterete delusi. Rothko “dall’interno” è la prospettiva che io offro. Non pretendo di avere una grande conoscenza della storia dell’arte, al di là del mio grande amore per la materia.
Non cercherò di indicare le influenze su mio padre, come la sua opera si relaziona a quella dei suoi contemporanei, oppure il lungo elenco di anticipatori che lui amava. Esamino invece lo sviluppo del suo lavoro; il modo in cui i suoi diversi periodi si relazionano l’uno con l’altro; lo sviluppo della sua tecnica; come e cosa voleva comunicare; e come il progredire della sua arte sia in rapporto con gli eventi della sua vita. Non dico che Rothko vivesse in un mondo completamente separato e che non avesse rapporti con l’esterno. Semplicemente sostengo che un diverso approccio si possa ottenere guardando alla sua intera opera come un’entità continua, con la sua logica e i suoi percorsi. Considerando la relazione che esiste tra i diversi periodi, gli stili, le tecniche, si può dunque avere un quadro più completo dei suoi obiettivi, delle sue convinzioni e della ricerca di significato che stava alla base di tutta la sua arte. L’idea di affidarsi a un nuovo approccio, procedendo dall’interno appunto, nasce dalla mia posizione di figlio, ma riflette anche le relazioni che Rothko aveva con il mondo esterno. Per quanto spesso allegro e socievole, e molto legato alla famiglia, mio padre era decisamente un solitario. Anche se conosceva bene il mondo dell’arte – sia la storia sia la scena contemporanea – lo metteva da parte quando si apprestava al suo compito espressivo. Questo sforzo quasi eremitico era fondamentale nel suo lavoro.
Dipingeva sempre da solo. Sempre. Non per mantenere segreti, ma per un bisogno di intimità con la sua opera che aveva come scopo la ricerca di uno spazio interiore. Infatti, dopo i primi dipinti figurativi, si trova molto poco del mondo sensibile nei suoi lavori e invece si assiste alla realizzazione di una visione interna, ossia della sua propria realtà. Questo orientamento aveva conseguenze sulle scelte espositive. Proprio come succedeva all’artista anche i dipinti erano più felici, più armoniosi, se stavano insieme. Sempre sensibile ai loro bisogni, mio padre rifiutava di partecipare a mostre di gruppo, e quando fu nella posizione di poterlo richiedere, insisteva per avere una stanza completamente dedicata. Creava, infatti, piccoli universi che emanavano una sua personale visione. Quindi, nel presentare Rothko “dal di dentro”, in qualche modo provo a ricapitolare il processo creativo di mio padre, associandolo al suo percorso e alla sua prospettiva del mondo.
Mio padre non era un eremita, ma certamente la sua ricerca della verità, fondata sulle sue riflessioni, era monacale. Il percorso artistico di Mark Rothko va dal 1923 al 1970: dalla figurazione, con il suo modo di intendere il realismo sociale, fino agli estremi confini dell’astrazione. Questa forbice temporale segna l’inizio e la fine della sua carriera. E tuttavia, per quanto i modi e le tecniche cambino, lo scopo del suo lavoro è rimasto lo stesso attraverso i decenni e gli stili: l’espressione della condizione umana. Per fare questo Rothko ha cercato di comunicare al livello più elementare, appellandosi alle nostre emozioni più profonde e alla comune comprensione proto-razionale dell’universo di cui facciamo parte. Da questi saggi, nei quali esamino i vari aspetti della pittura di mio padre, emerge una notevole coerenza che li unifica, per quanto divergenti possano sembrare in superficie. Pur discutendo dipinti che sono distanti quarant’anni e che sono passati attraverso molteplici rivoluzioni di stile, vi sono verità che non solo sono rimaste costanti, ma che si sono riconfermate fondamentali per la comprensione di Rothko.
Due di queste ritornano a più riprese nel seguito del libro. La prima è la presenza costante, sensibile, dell’umanità di mio padre, alla quale ho precedentemente alluso. Qualsiasi cosa si possa aver letto sulla “ferocia” intellettuale di Rothko, o sulla sua intransigenza argomentativa, è in verità uno spirito gentile quello che spira dai suoi quadri e ci raggiunge. Per Rothko l’arte non poteva esistere senza idee, ma era l’emozione, onnipresente nella sua pittura, a coinvolgere lo spettatore. È questo il motivo per cui chi ama Rothko lo ama davvero; la ragione per cui ci si sente coinvolti in maniera disturbante ma irresistibile. La seconda verità è la fragilità dell’opera di mio padre. Non nel senso fisico, ma in termini di efficacia e impatto. È così pericolosamente vicina al nulla che può risultare irrilevante se accostata o presentata in maniera impropria: nel qual caso la sua presa iniziale non può che essere debole. L’opera di Rothko ci sprona alle contraddizioni nel momento in cui lottiamo per afferrare l’inafferrabile. «Ciò che è vero sempre ma non lo è ancora diventato», «il coesistere della presenza e dell’assenza»: è questo il tipo di frasi che vengono alla mente quando ci si sforza di cogliere quella caratteristica intangibilità-tangibile che è un dipinto di Rothko. Le opere vivono come oggetti materiali, ma comunicano solo a livello esperienziale, con il rischio di rendere fuggevole anche un vasto campo di colore. Morgan Thomas parla della «capacità dell’opera di riunire, misteriosamente, il senso di un’esperienza direttamente vissuta: tempo, spazio, luce e movimento». In questo modo i dipinti sono ridotti a quattro termini, nessuno dei quali può essere costretto in confini precisi; proprio perché si tratta di concetti fondamentali che sfidano la possibilità di realizzazione nel mondo concreto. Come nella sintesi di Thomas, le opere si dimostrano elusive, seppur estremamente aderenti al reale, quando siamo in grado di cogliere ciò che esprimono. Ma quel sentimento può essere sfuggente. Questo è il motivo per cui gli sforzi della mia famiglia per conto di Rothko, e gran parte di questo libro, sono intesi a rimuovere miti, preconcetti e ogni tipo di distrazione che possa interferire con l’incontro diretto dei dipinti. Infatti, solo quando il coinvolgimento è immediato e intenso le opere ci parlano in modo abbastanza chiaro da poterne scandagliare la complessità. Infine, il viaggio per capire i dipinti serve anche per capire Rothko, perché l’opera è interamente pervasa dall’uomo.
Questa è l’unica strada, perché la conoscenza di Rothko, sia essa storica, tecnica o biografica, non aiuta a capire i dipinti. Non c’è infatti ostacolo più grande per avvicinare l’opera di Rothko che volergli attribuire quello che sappiamo, o crediamo di sapere, sulla persona che l’ha creata. Solo il viaggio dello spettatore con Rothko può essere altrettanto fruttuoso di quello che io ho intrapreso, perché è puramente esperienziale. Non si può veramente imparare Rothko, perché la “conoscenza”, a un certo punto, ci obbliga a fermarci. Bisogna invece parlare con Rothko per avviare un dialogo senza tempo.