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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Ethan Hawke parla di «Blue Moon»

«Questo è anche meglio che aver vinto», ha detto Ethan Hawke quando Robert Aramayo, premiato come miglior attore dall’Accademia britannica delle arti cinematografiche e televisive (Bafta), ha ringraziato il collega, candidato nella stessa categoria, per un suo discorso tenuto anni prima agli studenti della Julliard. «Ethan ha parlato di come avere una lunga carriera, come proteggere il proprio talento ed evitare comportamenti autolesionisti», ha detto Aramayo, facendo un riassunto delle accortezze che hanno permesso a Hawke, oggi 55 anni, di lavorare con successo da oltre quarant’anni. L’attore texano ha infatti debuttato quattordicenne nel film Explorers di Joe Dante (1985), e al diciottesimo compleanno ha raggiunto la popolarità come uno degli studenti protagonisti de L’attimo fuggente di Peter Weir.
Da allora Ethan Hawke non ha mai smesso di lavorare nel cinema, anche attraverso gli alti e bassi di una carriera indipendente e alternativa, con una predilezione per il regista Richard Linklater con cui ha lavorato in nove film, come la trilogia cominciata nel 1995 con Prima dell’alba e conclusa nel 2013, e Boyhood, le cui riprese sono durate dodici anni. Quest’anno Hawke è candidato anche all’Oscar come miglior attore per la sua interpretazione in Blue Moon, scritto e diretto da Linklater, da noi uscito solo in streaming.
L’attore ha il ruolo di Lorenz Hart (1895-1943), il paroliere che ha composto i testi di capolavori musicati da Richard Rodgers come My Funny Valentine, The Lady is a Tramp e Blue Moon. È la quinta candidatura, ma la prima come protagonista, accanto a superstar come Leonardo DiCaprio e Timothée Chalamet, Michael B. Jordan e Wagner Moura: nella notte tra il 15 e il 16 marzo si vedrà chi la spunta.
Che cosa ha significato per lei la recente pioggia di nomination?
«Il riconoscimento di una carriera costruita pezzo per pezzo, senza compromessi, spesso in salita, ma sempre con grande soddisfazione personale e professionale. Io non faccio cinema a caso: mi ci impegno davvero, lo vivo quasi come una missione, e qualche volta è stato difficile scegliere progetti fuori dalle traiettorie più facilmente commerciali».
In «Blue Moon» interpreta un paroliere che, dopo vent’anni di successi, è stato abbandonato dal partner, il compositore che ha poi formato il duo Rodgers & Hammerstein. A lei è capitato di affrontare momenti bui, in quarant’anni di carriera?
«Certo: quando ho letto la sceneggiatura di Blue Moon ho pensato: “Questa persona la conosco”. Lorenz Hart ha lavorato fra gli anni Venti e Trenta, ma il mondo dello spettacolo è rimasto lo stesso: non ci sono certezze, ogni successo potrebbe essere l’ultimo. Mi è capitato di sentirmi irrilevante, di pensare che il mondo fosse indifferente al mio “grande talento” (ride). Con L’attimo fuggente sembrava che tutti mi volessero, ma dieci anni dopo era arrivata una nuova ondata di giovani attori e mi sono sentito obsoleto, anche se non avevo neanche trent’anni: come uno che sa suonare il mandolino, ma il mandolino non interessa più a nessuno. A questo proposito Rick (Linklater, ndr) cita sempre la battuta che avrebbe dovuto essere il titolo del film: “Dimenticato, ma non scomparso”, l’inverso della frase che si dice quando qualcuno famoso muore, e che descrive bene la situazione di Lorenz Hart».
Che aveva difficoltà aggiuntive...
«Certo: la sua omosessualità, all’epoca illegale negli Stati Uniti, e l’alcolismo, probabilmente legato alla necessità di dover nascondere al mondo la propria identità. Era anche alto un metro e 52, accanto a Rodgers che svettava col suo metro e 93, e soffriva in un mondo che dava alla stazza maschile grande importanza».
Lei però sfiora il metro e 80. Come ha fatto ad apparire una trentina di centimetri più basso?
«La produzione ha dovuto adottare molti trucchi di scena, e costruire set che mi facessero sembrare più piccolo: un pavimento scosceso, un pianoforte posizionato molto in alto, e così via.
Era la prima volta che mi capitava di lavorare così a stretto contatto con il reparto scenografia! Anche le inquadrature con Andrew Scott, l’attore che interpreta Rodgers e che è alto meno di me, hanno richiesto un gioco di prospettive. Ho anche dovuto lavorare a lungo con la parrucchiera che mi ha fatto sembrare quasi calvo, con un riporto davvero imbarazzante per me che vado fiero della mia capigliatura ancora folta, benché ormai sale e pepe (ride)».
Che cosa la accomuna a Richard Linklater, con cui collabora da oltre trent’anni?
«Siamo entrambi texani, i nostri padri facevano gli assicuratori, i nostri genitori hanno divorziato – tutto quanto è confluito nel film Boyhood – ma soprattutto siamo spiriti affini, e con lui tutto è facile e istintivo: per questo, anche se ognuno di noi ha lavorato e lavora anche con altri, quando siamo insieme ritroviamo subito il ritmo, come andare in bicicletta. Abbiamo molti interessi in comune, e caratterialmente ci compensiamo: lui è molto paziente, io molto entusiasta, quando divento irrequieto lui mi calma, quando lui diventa troppo blasé – perché Rick è sempre rilassato, come gli scansafatiche cui ha dedicato un film (Slackers, ndr) – io lo sprono. È una chimica perfetta, ma funziona così bene che non voglio cercare troppo di capire perché, per paura di rovinare la magia».
Avete anche scritto, insieme a Julie Delpy, le sceneggiature della trilogia di «Prima dell’alba», per cui siete stati candidati due volte all’Oscar.
«Ed è stato possibile solo grazie al metodo di lavoro rilassato e informale di Rick, che è la persona più umile, gentile e alla mano che conosco, pur essendo un artista straordinario. Spesso invece i registi, soprattutto quelli che si considerano grandi autori, diventano dittatoriali sul set, allora è difficile stargli intorno».
Siete anche entrambi estremamente prolifici: Linklater è appena arrivato nelle sale italiane con «Nouvelle Vague», e lei, oltre a «Blue Moon», nell’ultimo anno ha interpretato «The Weight», presentato fuori concorso alla Berlinale, e la serie «The Lowdown» (Disney+). Dopo quarant’anni di carriera, ha ancora fiducia nel cinema?
«Ho avuto la fortuna di lavorare all’ultimo film di Sidney Lumet (Onora il padre e la madre, 2007; ndr), che mi ha raccontato come l’industria dello spettacolo abbia affrontato cambiamenti costanti e innumerevoli momenti di crisi, senza per questo mai morire. Credo che gli esseri umani aspirino per natura all’eccellenza e non sappiamo mai quando e da dove arriveranno i prossimi Beatles, o il prossimo Jean-Luc Godard, ma sappiamo che qualcuno arriverà, e modificherà l’ecosistema artistico creando qualcosa di eccezionale. Nel mio piccolo, considero un miracolo essere riusciti a realizzare un film come Blue Moon, che il pubblico e la critica in America hanno apprezzato e proposto per tanti premi. Se penso alla carriera di Richard Linklater o Pedro Almodóvar, cioè di quegli artisti che sanno ancora pensare fuori dagli schemi, sono cautamente ottimista. E credo anche che proprio quando il clima politico è acceso l’arte sappia creare bellezza, e gli artisti ritrovare la passione e il senso profondo del loro lavoro».