La Lettura, 8 marzo 2026
L’email del faraone si genera da sola
Avete presente quel secondo di esitazione prima di cliccare «Invia»? Quello in cui rileggete, aggiustate una parola, vi chiedete se state esagerando, se state fraintendendo, se domani la penserete allo stesso modo? Ora immaginate che quel secondo non ci sia più. O addirittura che a scrivere e a premere «Invia» non siano più le vostre mani, ma un sistema che vi conosce, che ha letto le vostre email e la vostra agenda, imparato il vostro tono, e decide che sì: questa è la risposta giusta, facciamola partire.
Non è fantascienza. È il punto verso cui stiamo scivolando: dalla scrittura come traccia al linguaggio come leva di un’azione. Stiamo parlando dei cosiddetti agenti di intelligenza artificiale (IA), sistemi in grado di percepire un ambiente (digitale o fisico), prendere decisioni e compiere azioni con un certo grado di autonomia per raggiungere un obiettivo. Ed è proprio qui che una vecchia storia, raccontata da Socrate ventiquattro secoli fa, torna contemporanea.
Nel Fedro di Platone, Socrate racconta al giovane Fedro una leggenda egizia. Il dio Thoth, che aveva donato all’umanità la misura del tempo, il linguaggio, i numeri, le figure geometriche elementari, e molti giochi, regala al faraone Thamus l’alfabeto e la scrittura. Thoth è convinto di consegnare memoria e sapienza. Il faraone lo ringrazia e gli risponde (la traduzione è di Giovanni Reale): «La scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti». Il faraone, insomma, reagisce con diffidenza: la scrittura secondo lui può dare agli uomini l’apparenza del sapere, non il sapere; può produrre un ricordo esterno, non una memoria viva. Il discorso scritto è meno potente di quello comunicato oralmente: la parola scritta rimane cristallizzata in una perenne e muta immobilità e in essa deposita le sue ambiguità e lacune.
È anche un avvertimento contro l’equivoco più frequente quando una tecnologia ci seduce: scambiare ogni innovazione per nuova virtù sempre e comunque. Il faraone non rifiuta il dono, non dice che vieterà agli Egizi di scrivere, ma avverte di non chiamare saggezza ciò che è solo strumento. E c’è un altro dettaglio che rende il mito ancora più significativo: la parola scritta arriva dopo i numeri. Come se la civiltà, prima di raccontarsi, avesse dovuto contare: innanzitutto il tempo, poi il grano, i confini, il denaro. La scrittura è anche tecnologia amministrativa: registrare, controllare, rendere verificabile. Un’estensione della memoria che serve a condividere e a convivere: Thoth, la cui moglie era la dea della Giustizia Maat, era anche associato all’amministrazione della legge.
Ogni tecnologia della comunicazione ha rimodellato la postura del pensiero. Scrivere non è soltanto «mettere in ordine» ciò che già pensiamo: ci fa pensare in modo diverso. La pagina rende spontanee l’analisi e la classificazione; permette l’elenco, la tabella, l’indice; fa nascere la citazione e la nota; separa il discorso dalla voce e dalla presenza. Nel passaggio alla scrittura cambia il mezzo e di conseguenza anche il messaggio, perché il foglio (o lo schermo), l’ambiente che ospita le parole, riorganizza la mente che le genera.
La stampa e poi la presentazione digitale hanno trasformato l’architettura dello scritto in un’infrastruttura. La stessa frase può attraversare continenti e secoli senza cambiare, e questa stabilità ha reso possibile una scienza accumulativa, verificabile per iscritto. Ma l’interpretazione, dice il faraone, è più ambigua di quella del discorso orale. Il discorso scritto può circolare senza contesto, senza intonazione, senza lo sguardo che corregge e ridà misura. La parola, staccata dal corpo e dal dialogo, si fa più rigida, e così più forte e più fragile allo stesso tempo.
Nel secolo scorso sono esplose tecnologie che hanno reso la scrittura più facile: la macchina per scrivere, il computer con il taglia-e-incolla (prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa dicevo ai miei studenti di fisica e astrofisica che il dottor Copy e il dottor Paste erano i miei assistenti più fidati), word processor sempre più potenti (chi potrebbe oggi farne a meno?). Il word processor è stato un salto radicale, e proprio in quanto tale è diventato invisibile. Ha reso naturale l’idea che ogni frase sia correggibile e provvisoria. La velocità cambia la postura mentale di chi scrive: il ritmo, l’attenzione, la stessa respirazione del pensiero.
I grandi modelli linguistici (Large language models, Llm) si sono inseriti con forza in questa linea evolutiva. La pagina archivia, corregge, risponde; non solo conserva, ma genera. Gli esercizi di riassunto e di parafrasi, che abbiamo imparato con difficoltà alle scuole elementari, sono cambiati radicalmente. Per molti versi gli Llm sono l’ultima metamorfosi della stessa idea: un’estensione del linguaggio e della memoria esterna. Una penna che suggerisce, un’enciclopedia che parla, un correttore che inventa esempi. Destabilizzante, certo, ma ancora riconoscibile: siamo nell’ambito della rappresentazione, del testo. Per chi ne fa un uso sano, è come avere una biblioteca che sa fare conversazione, senza cambiare la natura del patto: tu chiedi, la macchina scrive. E traduce il tuo pensiero, che si esprime attraverso parole (non dimentichiamo che anche la parola è una tecnologia, così connaturata che non riusciamo a ricordare né a immaginare il nostro pensiero prima che la acquisissimo) in una forma che negli Llm più avanzati puoi insegnare a rendere «tua».
Vi invito a questo proposito a leggere il racconto breve Il versificatore di Primo Levi, che nel 1960 anticipò l’invenzione di una macchina che si sostituisce dignitosamente a un poeta su commissione.
Da un anno a questa parte qualcosa sta cambiando, e non si tratta solo di un’evoluzione, ma di un cambiamento di natura. Il dio Thoth ha portato un nuovo dono all’umanità: gli «agenti AI». Questi strumenti per la verità erano già stati concepiti dagli anni Sessanta e formalizzati negli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, ma sono diventati davvero disponibili su larga scala prima come assistenti digitali negli anni 2010 e poi come agenti moderni dal 2023 grazie a interfacce di programmazione che permettono a software diversi di comunicare e usare funzioni e strumenti gli uni degli altri. Un ulteriore salto è poi avvenuto nel 2025, quando piattaforme e kit dedicati hanno reso possibile a utenti semiprofessionali costruire agenti finalizzati a determinati scopi e integrarli nei loro utensili digitali. Gli «agenti AI» non producono solo testi: trasformano parole e supposte intenzioni in azioni. Leggono una email e propongono una risposta lungo la linea di pensiero che ci attribuiscono dopo averci studiati, e se concediamo loro sufficiente autonomia possono anche inviarla. Analizzano un calendario e suggeriscono una riunione, ma possono anche fissarla. Confrontano contratti, compilano moduli, aprono applicazioni, incrociano dati tra strumenti diversi, chiudono un abbonamento, avviano un reso, chiedono il rimborso. Fanno classifiche e verbali di concorsi universitari (piuttosto bene). Non sono soltanto specchi del linguaggio: diventano delegati. Possiamo dar loro anche la nostra carta di credito.
Nell’AI Impact Summit, il più importante evento mondiale sull’IA (quest’anno ospitato dall’India e concluso il 20 febbraio scorso), si è parlato molto di «agenti AI». E della loro ovvia estensione, la cosiddetta agentic AI: reti di sistemi composti da più agenti coordinati, capaci di collaborare e delegare compiti operando per periodi prolungati con supervisione umana limitata o nulla.
La scrittura ha esteso la memoria; il digitale ha reso quella memoria una rete; gli Llm l’hanno resa generativa. Gli agenti estendono la volontà. È qui che il sospetto del faraone Thamus diventa un avvertimento pratico immediato: quando una tecnologia comincia a «fare» al posto nostro non cambia solo il modo in cui comunichiamo, cambia il modo in cui decidiamo. C’è una differenza enorme tra chiedere a una macchina di redigere un testo e chiederle di produrre ciò che quel testo innesca: inviare, comprare, approvare, rifiutare, negoziare, eseguire una catena di passi che nel mondo digitale equivale, sempre più spesso, a una catena di conseguenze nel mondo reale. Una delega che ho fornito tempo fa attraverso un telefonino che potrebbe sembrarmi fisicamente isolato dal mondo cambia il futuro dell’umanità. Il rischio non è soltanto l’errore, che su scala automatica diventa costoso e magari contagioso. Il rischio più sottile è la scomparsa dell’attrito. Molte scelte umane hanno bisogno di una piccola resistenza: il tempo di rileggere prima di inviare, di ripensare a un acquisto, di dormire su una decisione, di chiedere un parere. L’agente promette di eliminare la fatica, e in parte è una promessa benefica: può liberarci da incombenze meccaniche, ridurre burocrazia, restituire ore libere. Ma l’attrito non è sempre spreco: una delle prime cose che insegniamo nei corsi elementari di fisica è che senza attrito non potremmo camminare. Se la deliberazione viene sostituita da una scorciatoia permanente, rischiamo di diventare più efficienti e meno presenti.
C’è poi un tema che il mito di Thoth contiene già in nuce: la memoria estesa è meno certa. Un archivio è sempre anche una selezione; ciò che viene conservato diventa più «vero» di ciò che viene dimenticato. Nell’oralità la manipolazione passa attraverso la persuasione diretta; nella scrittura passa dalla fissazione del segno; nel digitale passa anche dalla curatela algoritmica: cosa vedi, cosa non vedi, cosa ti viene riproposto finché non ti sembra ovvio. Con gli agenti questa vulnerabilità cambia natura: non si tratta solo di orientare ciò che pensi, ma di orientare ciò che fai, perché l’agente agirà coerentemente con ciò che ha letto e con ciò che presume tu voglia. La traiettoria di evoluzione degli «agenti AI» è ad alto rischio.
In questo contesto il mito di Thoth e il concetto di scrittura come tecnologia costituiscono una lente utile per capire il presente. La parola fissata si stacca dal corpo e dalla situazione: può viaggiare senza chi parla, senza tono, senza sguardo. È un miracolo e un problema. Platone esprimeva questa ambivalenza attraverso la parola pharmakon, che significa ad un tempo medicina e veleno. La scrittura e le sue evoluzioni curano la fragilità della memoria, ma aprono lo spazio della falsificazione; rendono possibile la scienza globale ma anche la menzogna organizzata. Gli agenti spostano il pharmakon dal piano della parola al piano dell’azione: non solo parole per convincere e dimostrare, ma parole che avviano procedure.
Per questo la partita, oltre che tecnica, è educativa e politica. Per contrastare falsari e propagandisti la scrittura ha richiesto scuole, biblioteche, editori, notai, archivi pubblici, criteri di autenticità. La società non ha gestito l’ambivalenza abolendo la scrittura; l’ha gestita creando pratiche virtuose. Con gli agenti serviranno pratiche nuove e molto concrete: tracciabilità (sapere che cosa è stato fatto, quando e, per quanto possibile, perché), permessi granulari (cosa possono fare e cosa no), conferme multiple per gli atti irreversibili, log (file che traccia in modo cronologico eventi o operazioni) leggibili anche dai non specialisti, possibilità di correggere ed eventualmente fermare, responsabilità chiare. In altre parole: una specie di notariato digitale per la delega, e una nuova alfabetizzazione della vigilanza. Penso che per evitare catastrofi bisognerà vietare che venga dato agli «agenti AI» un corpo fisico; oltre una certa complessità e un certo livello di rischio, da stabilirsi, imporre che ci sia sempre un umano nel ciclo decisionale (non devono esistere agenti, che io chiamo teleologici, autonomi e unicamente orientati a uno scopo). E a questo bisogna pensare subito, prima che il libero mercato si appropri della nuova tecnologia e la educhi solo in base alla cultura del profitto, quindi probabilmente male.
Una domanda giusta sugli agenti AI è: «Quanto sono contestabili?». La contestabilità richiede cultura per capire quando un agente sta semplificando troppo, quando sta prendendo scorciatoie, quando sta trasformando una supposizione in decisione. Significa imparare a trattarlo come tratteremmo un giovane collaboratore: capace di velocità, ma bisognoso di vincoli, contesto, supervisione. E significa, soprattutto, ricordare che delegare non è abdicare.
Il quadro del progresso sugli «agenti AI» è complicato dal fatto che gli Stati Uniti (si può leggere sul sito della Casa Bianca la dichiarazione all’AI Summit 2026 del direttore dell’Office of Science and Technology Policy Michael Kratsios) hanno deciso di perseguire l’interesse nazionale mantenendo la sovranità in materia regolatoria. Il Paese più importante nel settore, in attesa di dotarsi di una regolamentazione federale che ancora non esiste, lascia cioè che i produttori di IA (fra i quattro chatbot Llm più usati per le visite web secondo Visualcapitalist, tre – ChatGPT, Gemini, e Claude —, sono statunitensi; l’altro è il cinese DeepSeek) si autoregolamentino. Al di là del pericolo insito in questa scelta, neppure le menti dietro l’IA sono concordi sul livello di autoregolamentazione necessario per prevenire incidenti potenzialmente disastrosi. Una delle immagini più forti dell’AI Summit 2026 è stato il rifiuto da parte di Sam Altman, Ceo di OpenAI (ChatGPT), e di Dario Amodei, Ceo di Anthropic (Claude), di tenersi per mano durante la foto di gruppo con il premier indiano Modi. Anthropic e OpenAI sono molto impegnate sugli agenti AI: hanno da poco rilasciato prototipi e, a dicembre 2025, cofondato la Agentic AI foundation che ha lo scopo di definire standard comuni.
Il mito di Thoth ci lascia un’immagine utile per il 2026 e oltre: un dio che porta strumenti a un re che chiede prudenza. Thoth non è il cattivo della storia: è l’entusiasmo tecnologico che scambia un mezzo per il fine. Il faraone Thamus è la voce che ricorda il costo invisibile di ogni tecnologia. Tra i due non c’è guerra, c’è dialettica. Oggi l’equilibrio passa per una scelta personale e collettiva, quindi giuridica: tenere gli agenti come protesi controllate, non come sostituti dell’attenzione e della responsabilità. Ma come spesso accade la ricerca scientifica è più veloce della legge: le normative finora elaborate sono disarmate di fronte alle potenzialità degli «agenti AI».
Se sapremo usare gli «agenti AI» per ciò che sanno fare meglio, cioè organizzare, verificare, ripetere, collegare, senza consegnare loro ciò che non dovremmo delegare, ad esempio il giudizio, la responsabilità, la cura, allora il nuovo dono di Thoth potrà essere un bel regalo. Altrimenti avremo una nuova scrittura che non si limiterà a fissare le parole: le farà accadere. E quando le parole accadono da sole, il rischio è smettere di ragionare, perché avremo smesso di voler scegliere.