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 2026  marzo 08 Domenica calendario

Gli 11 ceppi di batteri restauratori

C’è stato un tempo in cui tutto quello che i nostri occhi non erano in grado di vedere veniva ascritto al reame delle potenze extraumane, o semplicemente non esisteva. Oggi sappiamo che il microcosmo che ci circonda non solo non ci è necessariamente nemico, ma anzi costituisce l’ambiente in cui noi stessi siamo immersi e di cui siamo il prodotto complesso. Da queste premesse trae ragion d’essere una realtà come la BioBanca di Enea (l’Agenzia nazionale per nuove tecnologie, energia e sviluppo economico sostenibile).
Il concetto chiave da cui partire, e al quale appunto fa riferimento la BioBanca, è quello di «comunità». È una comunità, per esempio, il microbiota intestinale, che ospitiamo nel nostro corpo, ed è essenziale il ruolo che ricopre nella nostra esistenza. Se la vita è stata a lungo interpretata in termini di competizione, di lotta per la sopravvivenza del più adatto, a partire dal secolo scorso la prospettiva è cambiata. Grazie a scienziati come l’americana Lynn Margulis (1938-2011), oggi sappiamo che è invece grazie alla cooperazione che la vita ha avuto inizio e ha prosperato. La simbiosi è tra i meccanismi alla base del mondo che abitiamo. È l’abilità di mettere a fattor comune capacità e specificità diverse che ha permesso ai batteri di colonizzare la Terra e dar vita a tutte le specie che lo hanno abitato e lo popolano tuttora, noi umani compresi. Ed è proprio nell’ottica della cooperazione che opera la BioBanca Enea.
Patrizia Paganin, Flavia Tasso e Chiara Alisi, ricercatrici del Laboratorio di Tecnologie per la salvaguardia del patrimonio architettonico e culturale di Enea, fanno affidamento su una moltitudine di collaboratori invisibili per affrontare il restauro di opere d’arte anche di particolare delicatezza, come i monumenti funebri di Michelangelo nella Sagrestia Nuova delle Cappelle Medicee di Firenze e la Madonna del Parto di Jacopo Sansovino, a Roma. Il biorestauro è infatti uno dei campi di applicazione in cui scienziati e microorganismi collaborano e per il quale le prospettive aperte risultano più promettenti.

Sui capolavori di Michelangelo hanno lavorato undici ceppi batterici scelti per rimuovere i depositi selettivamente, senza lasciare residui e nel rispetto del marmo originale, più altri tre con le migliori performance di biopulitura; fra questi, un microrganismo isolato dal suolo di una miniera sarda contaminata da metalli pesanti, efficace contro i processi di decomposizione che avevano lasciato macchie lungo tutto il basamento. Dopo i due giorni necessari per l’applicazione e due notti di «trattamento», i depositi sono stati rimossi senza lasciare residui. Selettivi e precisi, i batteri hanno restituito un restauro innovativo e sostenibile, rispettoso della storia dell’arte, calibrato sulla base della scienza più aggiornata.
È dagli anni Ottanta che Enea ha attivato e custodisce una collezione microbica d’eccellenza, che raccoglie circa 1.500 tra batteri, funghi, alghe, virus e pool microbici ottenuti da diverse matrici ambientali ed ecosistemi naturali, conservati a meno 80 gradi Celsius. Alcuni isolati batterici, non patogeni né tossici né geneticamente modificati, hanno rivelato interessanti potenzialità applicative in campo ambientale, agroalimentare, sanitario, della bioenergia e dei beni culturali, appunto. Innocui per gli operatori, preservano il materiale originario nel caso di opere d’arte; ripristinano suoli contaminati in caso di interventi di salvaguardia ambientale; consentono la somministrazione mirata di farmaci in campo oncologico.
La versatilità e l’efficacia dei microorganismi risiede nella loro capacità di fare squadra: se ne parla, ecco, in termini di pool, di consorzi, comunità, popolazioni. E proprio questa disponibilità a essere trasversali ha ispirato un’insolita collaborazione tra scienza e arte, al di là del restauro. Per la prima volta, infatti, alcuni batteri «restauratori» di Enea sono protagonisti, visibili, di un progetto di «bioarte», come parte integrante di una scultura. Dal nome deliberatamente evocativo, Gea, dell’artista Alessia Forconi, fa parte dell’esposizione Noismi. Per un futuro senza ismi, alla Reggia di Portici (Napoli) fino al 12 aprile. Quasi un monumento all’arte di «fare mondo insieme», che vede coinvolti umani e non umani. Non umani microscopici, ma così preziosi.