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 2026  marzo 09 Lunedì calendario

Simenon, scrittore in fuga dall’incubo del fallimento

Eterno Simenon. A trentasei anni dalla morte lo scrittore belga è ancora ovunque un fenomeno letterario di successo e in Italia i suoi libri non conoscono la parola crisi. A mantenere sulla cresta dell’onda il papà di Maigret non sono soltanto gli inediti che Adelphi pubblica periodicamente, attingendo alla sua sterminata opera letteraria; né le frequenti ripubblicazioni nei tascabili economici o nelle collane da edicola allegate ai quotidiani. Già, perché a vendere non sono solo i libri di Simenon, ma anche quelli su Simenon.
Se lo scorso anno era uscito il monumentale L’affaire Simenon di Tiziano Fratus (Solferino), accurato e approfondito studio sullo sconfinato mondo letterario dello scrittore; il 2026 si apre con un’opera più agile ma altrettanto interessante, In Francia con Georges Simenon, di Riccardo De Gennaro, inserita nella collana Passaggi di dogana di Giulio Perrone Editore (pagg. 128, euro 16). Un volume che avrebbe potuto intitolarsi «Un uomo in fuga», come recita il sottotitolo, poiché l’autore analizza l’irrequietezza esistenziale di Simenon e passa in rassegna con meticolosità le sue continue deviazioni di rotta e i cambi d’indirizzo, che alla fine saranno ben trentatré.
«A 19 anni fugge da Liegi perché la giudica troppo provinciale e sente che lì non potrà mai diventare uno scrittore», spiega De Gennaro. «Perciò abbandona la famiglia, gli amici e porta con sé a Parigi la prima moglie, Tigy. Dopo alcuni anni, nel 1928, confida alla moglie che a Parigi, dove ha cambiato numerosi domicili, ormai si sente soffocare: non sopporta più la mondanità della Ville Lumière, che in quegli anni è una festa mobile, come scrisse Hemingway. Acquista una barca e percorre in lungo e in largo i fiumi e i canali della Francia. Questa è la vera Francia, assicura. Ma poi cambia idea un’altra volta e l’anno successivo, sempre in barca, decide di0 risalire i fiumi e i canali dell’Europa del Nord».

Malgrado il crescente successo, è un uomo via via più irrequieto, alla costante ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare. Quando torna in Francia questa volta sceglie di andare a vivere in provincia, sulla costa atlantica, prima vicino a La Rochelle e poi in Vandea; e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sospettato di collaborazionismo con i tedeschi, prende il largo e si trasferisce negli Stati Uniti. In America resta per dieci anni, dal 1945 al 1955, inizialmente a New York, poi in Texas e in Connecticut. Alla fine capisce che l’American way of life non fa per lui. Al rientro in Europa si stabilisce nuovamente in Francia (a Cannes e Mougins, in Provenza), ma per soli due anni perché infine decide di ritirarsi in Svizzera, sul lago di Losanna, dove nel 1972 annuncia di voler smettere di scrivere. L’ultima opera di narrativa è giustamente un poliziesco con il suo personaggio più famoso, Maigret e il signor Charles. Dopodiché si limiterà dettare testi di memorie, tra i quali Lettera a mia madre, del 1974, e Memorie intime, del 1981, pubblicato dopo la morte per suicidio dell’amata figlia Marie-Jo.
Ma Georges Simenon non si è accontentato di mutare residenza a ritmi vertiginosi: la sua irrefrenabile voglia di conoscenza e di assaporare la vita fino in fondo l’ha portato ad avere tre compagne (di cui due mogli), quattro figli, diecimila donne (l’ottanta per cento delle quali prostitute, ammetteva lui stesso), a viaggiare in decine e decine di Paesi dei cinque continenti, a cambiare tre editori francesi, a scrivere oltre 400 romanzi. Numeri impressionanti anche per un fuoriclasse della penna (o meglio, della macchina da scrivere) come l’ex giornalista di Liegi.
Simenon era un uomo in fuga, quindi. Ma da che cosa? De Gennaro non ha una certezza, ma un sospetto: «È possibile che la sua inquietudine e la tendenza a non fermarsi mai abbiano qualcosa a che fare con il rapporto controverso che Georges aveva con la madre Henriette e con il senso di colpa che lei gli aveva instillato fin dalla giovinezza». Lo scrittore sapeva di non essere amato da sua madre, che gli ha sempre preferito il figlio minore Christian. Quando nel 1947 il fratello muore nella guerra d’Indocina, Georges si sente responsabile perché era stato lui stesso a suggerire a Christian di arruolarsi nella legione straniera per sfuggire a una condanna per collaborazionismo. Un rimorso accentuato dalle parole della madre, che al telefono lo rimprovera: «Perché, anziché lui, non sei morto tu?».
«La madre non credeva in lui, lo considerava un fallito», aggiunge De Gennaro, «e non è un caso che molti personaggi di Simenon un giorno si svegliano e credono di aver sbagliato tutto nella vita. Di qui la fuga. Penso in primo luogo al signor Monde, al Kees Popinga dell’Uomo che guardava passare i treni, in parte anche al dottor Bergelon». Infatti i romanzi di Simenon, dai più popolari Maigret sino a quelli duri, traboccano di protagonisti falliti, di uomini che precipitano verso l’abisso, di figure che inciampano e non riescono a risollevarsi. Forse anche Georges si sentiva così, benché fosse uno scrittore ricco e di successo.
Infine il rapporto tra Simenon e l’Italia, Paese che nei suoi romanzi compare appena di sfuggita. «Mondadori fu il suo primo editore straniero e qui aveva migliaia di fedelissimi lettori», assicura De Gennaro. «Propose alla seconda moglie, Denyse, di venire a vivere in Italia, ma lei preferì la Svizzera.
Nei suoi romanzi compare ogni tanto un italiano all’estero o viene nominata una città italiana, ma non ne esiste nessuno ambientato qui da noi. La spiegazione è che lui poteva scrivere di un certo posto soltanto se ci aveva vissuto e si era sentito a casa propria».